I professionisti dell’antimafia e la vista lunga di Leonardo Sciascia - I Siciliani Giovani

I professionisti dell’antimafia e la vista lunga di Leonardo Sciascia

Qualche decennio fa la mafia non c’era, nei dibattiti pubblici e nelle sentenze neanche si pronunciava la parola. Poi una legge che ne garantisce l’esistenza, finalmente! Poi le stragi ed il nemico era, per tutti, la mafia. Nasce così un movimento antimafia, che non è fatto solo di poliziotti, carabinieri, finanzieri e magistrati – quelli che, salvo eccezioni particolari, la lotta alla mafia l’hanno sempre fatta – ma anche di un sacco di altra gente. Nascono movimenti, alcuni organizzati, altri spontanei e per un periodo anche abbastanza lungo sembra che funzionino, che creino una coscienza sociale, parlano nelle scuole, organizzano dibattiti, confronti, coinvolgono la società civile. Nascono associazioni contro le mafie, fondazioni, associazioni antiracket, consorzi, ecc. Poi, ecco che neanche tanto all’improvviso qualcosa si rompe e qualcuno parla addirittura di “mafia dell’antimafia” ed il nemico diventa un altro, ovvero tutti coloro che approfittando di un’aureola di legalità, forti della posizione acquisita, del credito che si pensa di avere nelle istituzioni, cercano di fare affari con la cosiddetta antimafia sociale. Nascono, quindi, i professionisti dell’antimafia. Oddio, non è che mi scandalizzi che si possa pure campare e guadagnare onestamente un compenso da una attività costante nel mondo dell’antimafia. Io stesso ne sono una espressione, essendo diventato, dopo moltissimi anni di volontariato, un consulente di una di queste strutture cosiddette antimafia. L’importante è fare, o almeno provarci, bene il lavoro che si è chiamati a svolgere, senza costruirsi rendite di posizione. Tuttavia, occorre riconoscerlo, ci sono troppi segnali che dicono che oggi oltre alla mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, la sacra corona unita, le mafie che si fanno sempre più imprenditrici, c’è un nemico in più ed è fatto da persone che portano la faccia di un certo Roberto Helg e che di mestiere fanno proprio gli antimafiosi di maniera. Oggi Claudio Fava, vice presidente della Commissione parlamentare Antimafia e figlio di Pippo, ucciso a Catania dalla mafia il 5 gennaio del 1984, sa di che parla quando parla di mafia e di antimafia. E se ha detto che Roberto Helg, presidente della Camera di Commercio di Palermo, arrestato per aver imposto una tangente di centomila euro ad un commerciante dell’aeroporto di Palermo, ha una “faccia di bronzo”, deve avere avuto le sue buone ragioni. In effetti, questo signore, ben distinto ed elegante, che in televisione viene ripreso seduto accanto al Presidente del Senato Pietro Grasso o vicino ad altri personaggi del fronte dell’antimafia – e non solo di quella di facciata e parolaia – impegnato a tuonare contro il racket e contro la mafia, facendosi scudo persino di persone come Libero Grassi, l’imprenditore ucciso a Palermo, ha proprio una faccia di bronzo. La vicenda di questo signore, che pare abbia già confessato i motivi della richiesta estorsiva, è venuta alla luce pochi giorni fa e non fa altro che confermare che intorno alla cosiddetta antimafia sociale si sta muovendo un mondo di “professionisti”, faccendieri ed affaristi, che approfittando delle loro posizioni, fanno affari, per estorcere tangenti, per ottenere finanziamenti pubblici i cui rendiconti sono di difficile decifrazione. E di storie e di facce di bronzo come quella del signor Helg pare che ve ne siano parecchie in giro, se persino don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera, ha voluto, sibillinamente, precisare che «tra pochi giorni avremo altre belle sorprese che ci faranno soffrire perché riguarderanno personaggi che hanno sempre riempito la bocca di legalità e antimafia». È ormai arcinota la questione sollevata da Leonardo Sciascia intorno ai “professionisti dell’antimafia”. No, non intendo addentrarmi sui torti o sulle ragioni di uno dei più importanti intellettuali del Novecento. Alla luce degli avvenimenti odierni, però, posso tranquillamente affermare che probabilmente Leonardo Sciascia sbagliò bersaglio, ma ebbe certamente la vista lunga. E che Sciascia guardasse molto più avanti lo si capì già nel 1987, quando la vedova di Giangiacomo Ciaccio Montalto (il magistrato ucciso dalla mafia a Trapani il 25 gennaio del 1983)sull’argomento manifestava un certo disappunto, inviando al quotidiano “La Repubblica” una infuocata lettera, che si concludeva così: «[…] Carrieristi di tutte le professioni unitevi: se la mafia non ci fosse, bisognerebbe inventarla […]».(Si veda Salvatore Mugno, Una toga amara, Di Girolamo editore) Più tardi Indro Montanelli ebbe ad affermare: «Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante». Addirittura, sull’argomento, il noto opinionista e scrittore Pietrangelo Buttafuoco è arrivato a sostenere che «due sono i tipi di mafia, la mafia e la mafia dell’antimafia», aggiungendo, poi, che comunque c’è differenza tra l’una e l’altra “mafia”. Forse sono delle esagerazioni, anzi lo sono certamente, ma troppi segnali portano nella direzione segnata da Sciascia prima e da Montanelli e Buttafuoco poi. È molto probabile che Indro Montanelli e Pietrangelo Buttafuoco abbiano torto, ma nel nostro Paese non ci si può meravigliare più di niente. Le recenti inchieste sulla “Mafia Capitale” stanno dimostrando che in Italia molte emergenze – da quella del terremoto del Belice (notte tra il 14 e 15 gennaio 1968) a quella del terremoto dell’Irpinia (23 novembre 1980), dall’emergenza terremoto dell’Aquila (6 aprile 2009) a quella degli immigrati, da quella dei profughi a quella dei cittadini Rom, dall’emergenza legata ai bisogni dei detenuti a quella delle case popolari – hanno rappresentato troppo spesso un’occasione di speculazione, di sfruttamento e di profitto. Per cui, ragionando di questo passo, non mi meraviglierei affatto se un bel giorno, insieme a tutte queste emergenze, sfruttate da personaggi messi a capo di attività che godono di un’aurea di nobiltà e proprio per questo intoccabili e insospettabili, ci trovassimo a scoprire che qualcuno facesse affari anche sulla più grande delle emergenze del nostro Paese ed accorgerci che, per dirla con Roberto Saviano, “gli affari sulle emergenze li fanno tutti, ma proprio tutti” e che in prima fila trovassimo i più insospettabili degli insospettabili.

salvatore.ognibene

Nato a Livorno e cresciuto a Menfi, in Sicilia. Ho studiato Giurisprudenza a Bologna e scritto "L'eucaristia mafiosa - La voce dei preti" (ed. Navarra Editore).

2 pensieri riguardo “I professionisti dell’antimafia e la vista lunga di Leonardo Sciascia

  • 11/03/2015 in 06:23
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    Sciascia non aveva “la vista lunga”; era semplicemente un intellettuale che scriveva sul giornale allora in mano alla P2, il COrriere della Sera di Ostellino.
    In questa veste, favorendo oggettivamente il potere mafioso, attaccò il principale politico che si ribellava alla mafia, Orlando, e il giudice che contro la mafia lottava, Borsellino.
    Montanelli non ebbe particolari benemerenze nella lotta contro la mafia, che esulava completamente dai suoi orizzonti. Quanto a Buttafuoco, trattasi di un tipico intellettuale italiano di regime; il suo maestro è quel Ferrara che dichiara – per conto di non si sa chi – che “a Roma la mafia non esiste” e attualmente sta cercando di riciclarsi come uomo di sinistra (fu uno dei giornalisti al seguito di Berlusconi) e critico dell’antimafia (a Catania fece parte del sottogoverno, senza fare lo schizzinoso).
    Io, a differenza di Miggiano, non sono consulente di niente, e men che mai di “strutture antimafia”!. Sono tuttavia un “professionista dell’antimafia”, una persona cioè che con continuità, serietà e costanza lavora contro il potere mafioso, senza naturalmente aspettarsi nulla in cambio. Affrontando non solo i sacrifici e le minacce che fanno parte di questa “professione”, ma anche le ambiguità e le complicità oggettive di intellettuali di regime come quelli citati, e anche purtroppo il qualunquismo incolpevole di amici come l’autore di questo pezzo.
    Che stupisce, ovviamente, di trovare su un giornale come “I Siciliani”, organo dei “professionisti dell’antimafia” – quelli veri – per più di trent’anni. Ma questo, a differenza del Corriere di Sciascia o dei vari fogli di Buttafuoco, è un giornale libero, senza padroni: ben vengano perciò anche gli articoli dei qualunquisti – come Miggiano – in buona fede.
    Riccardo Orioles

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    • 13/07/2015 in 23:16
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      Su Montanelli non sono d’accordo, meglio approfondire.
      Riguardo Borsellino ecco cosa disse in seguito su Sciascia: “Scontro fra me e Sciascia non ve ne fu. Intanto, perché io stetti silenzioso, anzi colsi l’ occasione subito dopo per indicare in Sciascia la persona che aveva estrema importanza nella mia formazione e anche nella mia sensibilità antimafia. Ebbe la gradevolezza di darmi una interpretazione autentica del suo pensiero che mi fece subito riflettere sul fatto che quella sua uscita mirava a ben altro. L’uscita fu sfruttata purtroppo all’interno di una pesante corrente corporativa della magistratura che sicuramente non voleva quei giudici e quei pool. E sono probabilmente le stesse componenti corporative della magistratura che si oppongono a che i pubblici ministeri, opportunamente coordinati, funzionino davvero”.
      Fonte: http://archiviostorico.corriere.it/2005/dicembre/07/Borsellino_rivelo_Sciascia_non_attaccava_co_9_051207048.shtml

      “… attaccò il principale politico che si ribellava alla mafia, Orlando”
      Io però non dimentico le accuse diffamatorie che Orlando fece a Giovanni Falcone…

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