Good bye, via Zamboni

Dire addio al limbo universitario per essere sbattuti in prima linea e senza addestramento nella vita reale…

Gli antichi popoli etruschi celebrava­no periodicamente la primavera sacra, che vedeva i membri più giovani lascia­re la tribù, per andare a colonizzare nuove terre. A Bologna, al contrario, vige l’autunno sacro, che arriva pun­tuale con i primi bagliori dorati delle foglie sugli alberi: anziché far partire i suoi giovani, Bologna ogni anno ne ac­coglie di nuovi, migliaia.

Nell’estate del 2009, tra questi stuoli di sbarbatelli euforici c’ero anch’io. In quali­tà di matricola dell’Alma Mater mi appre­stavo a seguire le lezioni della facoltà di giurisprudenza che fu di Irnerio e Accur­sio.

Lo stile amabile dei professori

L’impatto con la mitologica università di Bologna era stato tranquillizzante. Lo stile amabile dei professori, era distante anni luce dalla figura ancient régime di molti insegnanti liceali che avevo cono­sciuto (cordialità dovuta al contributo in tasse universitarie da elargire a questi col­ti e educati signori?).

Metteteci che approdato all’Alma mater, fui accolto da un tripudio di bellezza fem­minile, con colleghe carine ovunque mi girassi, e capite con quale roseo ottimi­smo mi sia dedicato alla mia novella vita universitaria. L’iter standard è questo di solito. Le matricole più previdenti si orga­nizzano già da metà Luglio: le aspetta un posto in doppia con un vecchio compagno di liceo a trecento euro.

Per tutti gli altri, si prevede un concitato mese di Settembre, scandito dal tradizio­nale vagare, scortati da un genitore o a coppie di amici, fra le bacheche fitte di messaggi. Seguiranno chiamate convulse al cellulare, appuntamenti con potenziali padroni di casa o, spesso, con studenti più anziani impegnati a subaffittare porzioni di appartamento.

Tutti prima o poi, trovano la loro tana, il proprio ritmo, una consuetudine inattesa nel muoversi tra il nuovo alloggio e la zo- na universitaria. E così, Bologna ti tiene la mano, mentre attraversi la strada che ti porta sul marciapiede dei grandi, col pri­vilegio però, di dover fare ancora i compi­ti a casa, come quando si è piccoli. Sono uno studente da sempre, da ventiquattro anni la mia coperta di Linus è sapere che studiare in cambio di voti e promozio­ni significa aver concorso con onore al pro­gresso materiale e spirituale della so­cietà.

Vecchie certezze e domande nuove

Queste vecchie certezze che mi hanno cullato nei miei tanti anni da pischello con lo zaino, stanno però sgusciando via, man mano che vengono sostituite da domande nuove. La consapevolezza del carnaio che aspetta al varco i laureandi italiani, atte­nua parecchio l’entusiasmo della corona d’alloro adagiata al capo, e contribuisce a rendere la laurea una vittoria agrodolce.

Chi come me, si appresta a staccare il tra­guardo, può ben comprendere questo con­flitto interiore. Finire e lasciare per rim­piangere quello che si sta lasciando. Dire addio a quel magico limbo che è la vita universitaria, per essere sbattuti in prima linea e senza addestramento, nella vita reale.

Ho ventiquattro anni, e dicono che sia normale sentirsi inadeguati, dicono che il cervello di un venticinquenne sia più o meno lo stesso di quello di un’adolescen­te. Posso confermarlo: se do un’occhiata al mio guardaroba, vedo ancora felpe da liceale e converse consumate. Di giacche, colletti bianchi e cravatte, neanche l’ombra. A pensarci però, rifondare un in­tero guardaroba non ha senso, è un cam­biamento finto, forzato, non spontaneo. I guardaroba si evolvono un poco alla vol­ta, così come, solo un po’ per volta, cam­biamo anche noi.

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