Giudice a Palermo, ancora un mestiere per eroi

Vent’anni dopo le stragi, gli allievi di Falcone e Borsellino – Scarpinato, Ingroia… – sono sempre nel mirino. Trasferimenti, conflitti, provvedimenti disciplinari. E, ovviamente, i mafiosi

E’ un’amara realtà quella che si scopre a vent’anni dalle stragi del ’92. Non sono bastati gli anni di “memoria ballerina” e silenzio omertoso sviluppati da una grossa parte delle istituzioni. Intimoriti forse dal raggiungimento della verità, pezzi dello Stato – così come era accaduto con Falcone e Borsellino – tornano a mettere alla berlina i propri giudici che cercano la verità sugli attentati. In meno di due settimane, in particolare, contro il sostituto procuratore di Palermo, Antonio Ingroia, ed il procuratore generale della Corte d’Appello di Caltanissetta, Roberto Scarpinato (ma anche nei confronti della Procura di Palermo), si è messa in moto un’accanita campagna di delegittimazione, portata avanti da membri bipartisan della politica, coadiuvati da vari intellettuali. Con l’anniversario di via d’Amelio lo scontro si è fatto ancor più aspro.

Il primo a scendere in campo è stato il Capo dello Stato, in seguito alla notizia della mancata distruzione di alcune intercettazioni che lo avrebbero registrato a colloquio con l’ex ministro degli interni Nicola Mancino (finito nelle indagini sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia e accusato di falsa testimonianza).

L’azione promossa dal Presidente Napolitano – conflitto d’attribuzione di fronte alla Corte Costituzionale nei confronti della Procura di Palermo – non sembra aver precedenti. Un attacco frontale contro quei magistrati che, con perizia e meticoloità, sono riusciti a chiudere una parte delle indagini sulla trattativa Stato-mafia, chiedendo il rinvio a giudizio di dodici fra mafiosi, membri delle forze dell’ordine, politici ed ex ministri.

Fanno così paura quelle intercettazioni tra Nicola Mancino ed i Capo dello Stato? Non sarebbe stato meglio da parte del Presidente renderle pubbliche per fugare ogni dubbio sugli “intenti di verità su quella stagione di stragi”? Egli ha ritenuto più opportuno chiedere l’immediata distruzione dei nastri, alla vigilia del ventennale della strage in cui persero la vita Borsellino e gli uomini e donne della sua scorta. Rita Borsellino ha detto di essersi sentita schiaffeggiata, sdegnato sì è detto Salvatore Borsellino. Come le tante persone che si sono recate in via d’Amelio per la tre giorni delle “Agende Rosse”.

Attacchi continui, alcuni anche ridondanti: come quelli puntualmente espressi dal senatore Marcello Dell’Utri all’uscita dal processo d’Appello che lo vede imputato per concorso esterno. Per lui Ingroia è senz’altro“un pazzo”. E forse – ha amaramente songroia – un po’ è vero.

“Un po’ pazzo, come Borsellino, pazzo di verità perché credo nella possibilità che si possa ottenere e raggiungere nonostante tutto la verità sui grandi misteri del nostro Paese. Sono pazzo perché credo in un’Italia che abbia il coraggio della verità, conquistata a qualsiasi prezzo e senza paura” ha detto il giudice alla conferenza organizzata a Palermo il 18 luglio da AntimafiaDuemila. “Trattative e depistaggi/ Quale Stato vuole la verità sulle stragi?” era il tema della conferenza. Ancora non si sapeva l’intenzione di Ingroia di accettare la proposta dell’Onu per un incarico in Guatemala come “capo dell’Unità di investigazioni e analisi criminale”. 

Ma non è certo per le parole di Dell’Utri che Ingroia ha scelto di dire sì all’incarico Onu. Una notizia drammatica non tanto per il trasferimento quanto per la motivazione che lo stesso magistrato ne ha dato.

“Sono diventato un bersaglio – ha detto – e penso che possa essere utile, per un magistrato sovraesposto come me, un periodo di decantazione. Ormai se la prendono con Ingroia per fermare le indagini. Credo che la mia lontananza farà bene ai colleghi che stanno lavorando. Se le cose cambieranno, se la politica avrà voglia di rischiarire il buio, potrei avere voglia di tornare dal Guatemala”.

Non un addio, dunque, ma un arrivederci. Alla conferenza a Giurisprudenza del 18 luglio aveva detto pubblicamente: “Qualche anno fa dissi che eravamo all’anticamera della stanza della verità, ora ci siamo dentro. Sia la Procura di Palermo che quella di Caltanissetta. Ma ora che siamo entrati anziché trovare una stanza illuminata siamo di fronte ad una stanza buia in cui qualcuno ha sbarrato le finestre, e dove le luci artificiali non funzionano. Noi ci troviamo lì con le candele. Certo è che vent’anni sono tanti e troppi perché si accerti la verità su un fatto del genere”. 

“Ed è anche per questo – aveva aggiunto Ingroia – che trovo scandaloso che in questi vent’anni non una sola commissio-ne d’inchiesta sia stata aperta sugli anni delle stragi del ’92 e ’93 e sulla trattativa, in un Paese come il nostro in cui sono state fatte commissioni d’inchiesta su qualsiasi cosa. Questo è scandaloso: lo dico da cittadino e da magistrato. E’ solo una parziale riparazione il fatto che la commissione Pisanu abbia messo al centro dell’attenzione la trattativa, e lo ha fatto al traino della magistratura di Palermo e Caltanissetta che ha aperto queste indagini. Va bene lo stesso, anche se le nostre spalle cominciano a diventare sempre più curve. Ma la responsabilità tocca anche ad altri. Per questo chiediamo che la politica faccia dei passi avanti seri e concreti nell’accertamento delle responsabilità politiche. Sarebbe ora che lo facesse, non tocca a noi farlo”. Un concetto, quest’ultimo, ribadito anche nei giorni successivi.

Ma l’attacco alla magistratura si è fatto ancor più aspro nei giorni successivi. E’ proprio in via d’Amelio, il 19 luglio, che il pg Roberto Scarpinato è salito sul palco per leggere una lettera indirizzata a Paolo Borsellino. “Caro Paolo – diceva la lettera – stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere; personaggi dal passato e dal presente equivoco le cui vite – per usare le tue parole – emanano quel puzzo del compromesso morale che tu tanto aborrivi e che si contrappone al fresco profumo della libertà”.

Passano pochi giorni e si apprende che, su richiesta del laico del Pdl Nicolò Zanon, la prima commissione del Csm, competente sui trasferimenti d’ufficio per incompatibilità dei magistrati, valuterà formalmente i contenuti della lettera. Se dovesse prendere dei provvedimenti Scarpinato rischierebbe non solo il trasferimento da Caltanissetta, ma anche l’estromissione dalla possibile nomina a procuratore generale di Palermo, dov’è in corsa con l’attuale procuratore capo Francesco Messineo.

 In difesa di Scarpinato si è immediatamente schierata l’intera famiglia Borsellino a cominciare dalla vedova Agnese Piraino Leto che ha detto con forza: “Condivido ogni parola della lettera emozionante con la quale Roberto Scarpinato si e’ rivolto a Paolo. Non avrei mai immaginato che alcuni stralci di quella lettera inducessero un membro laico del Csm a chiedere l’apertura di un procedimento a carico del procuratore generale di Caltanissetta e fossero ritenute così gravi da giustificarne la richiesta di trasferimento per incompatibilità ambientale e funzionale”.

”Se vi è oggi un magistrato compatibile con le funzioni attualmente svolte – ha aggiunto – è il dottor Scarpinato. Io non dimenticherò mai che è stato uno degli otto sostituti procuratori della direzione distrettuale antimafia di Palermo che all’indomani della morte del loro procuratore aggiunto Paolo Borsellino rassegnò le dimissioni, poi fortunatamente rientrate, dopo avere avuto il coraggio e la forza di denunciare le spaccature di quella Procura che avevano di fatto isolato ed esposto più di quanto già non lo fosse mio marito”.

Anche Rita e Salvatore Borsellino hanno condannato la decisione del Csm “grave perché prende a pretesto proprio quella lettera a Paolo che, letta in via d’Amelio il 19 luglio pochi minuti prima dell’ora della strage, ha riempito di emozione i cuori delle migliaia di persone giunte da ogni parte d’Italia a Palermo per onorare la memoria del magistrato Paolo Borsellino e dei cinque poliziotti che hanno perso la vita al suo fianco”.

Alle loro si sono poi aggiunte dichiarazioni di sostegno da parte dell’Anm nazionale, di Palermo e di Caltanissetta.

Ma come si devono leggere questi ripetuti attacchi nei confronti della magistratura? Colpi di coda di chi teme la verità? Certo è che gran parte del potere non vuole che sia fatta luce sulle stragi ed è pronta a difendersi con ogni mezzo.

Di questo ha parlato Scarpinato alla conferenza palermitana di Antimafia Duemila.

“In tutti questi anni – ha detto – c’è un dubbio che non ha mai smesso di tormentarmi e che si riaccende ogni volta che penso alla disperata rassegnazione di Paolo Borsellino”.  

“Perché lui si convinse – s’è chiesto il pg nisseno – he nessuno poteva fermare la mano dei suoi carnefici? Perché si sentì tradito al punto di avere una crisi di pianto? Perché lo Stato questa volta non poteva, o peggio non voleva, proteggerlo? Perché disse a sua moglie: mi ucciderà la mafia ma saranno altri a volermi uccidere? Chi erano questi che lo volevano morto? Troppi interrogativi, che a mio parere non trovano ancora risposte plausibili. Troppe anomalie e fatti inquietanti, che non si spiegano nemmeno con la cosiddetta trattativa. E il nodo della riflessione non può che essere lo Stato. Qual era la realtà del potere che si celava dietro lo Stato negli anni dello stragismo? C’era un solo Stato oppure lo Stato aveva più volti? E ancora: la questione stragista del ‘92 e ‘93 è solo una drammatica vicenda criminale o è anche una questione di Stato? E in che senso? Solo nel senso di cui si discute in questi giorni? Oppure c’è una realtà più drammatica e sommersa?

Forse anche qui gli esecutori mafiosi poterono contare su suggerimenti e apporto logistico che appartenevano a strutture deviate dello Stato. Se facciamo un elenco di tutte le anomalie che hanno caratterizzato le stragi e le fasi successive sembra di trovarsi dinanzi alla replica di un know how sperimentato durante stragismo della prima Repubblica”.

 Dopo averle elencate Scarpinato ha domandato: “Che fine hanno fatto questi potenti? Io credo che purtroppo siano tra noi, che seguono l’evoluzione delle indagini, cercano di depistarci, si muovono nell’ombra e sono così forti e potenti che tante persone che conoscono i segreti che si nascondono dietro le stragi non parlano, tengono la bocca chiusa perché sanno di trovarsi di fronte a un potere così forte che non c’è Stato che ti possa proteggere”.

“E tuttavia io credo – ha concluso il magistrato – che da un po’ di tempo questi potenti comincino ad avere paura pure loro. Credo che le loro certezze si stiano incrinando, che si stiano arrampicando sugli specchi, hanno notti angosciose e insonni perché hanno capito che prima o poi riusciremo a trascinarli sul banco degli imputati”.

Ma, come ha detto Ingroia, questo compito non può essere lasciato solo alla magistratura. Se da una parte giudici e pm hanno il compito di provare i fatti, dall’altra c’è un estremo bisogno che l’intera società civile si sollevi per sostenere con forza il lavoro dei magistrati. 

Non si può aspettare che tornino a esplodere le bombe per prendere realmente sul serio le loro parole.

E’ questo che Salvatore Borsellino, ormai da anni, grida a squarciagola in ogni angolo d’Italia. Le manifestazioni del 19 luglio sono ormai diventate uno strumento con cui la società civile più sana fa sentire forte la propria indignazione ed il proprio desiderio di verità.

Un concetto che lo stesso Borsellino ha ribadito nel discorso di chiusura della conferenza alla vigilia del 19 luglio:

“Quest’anno non sono qui per Paolo, ma perché ci sono dei giudici vivi da proteggere. Sono qui per questi magistrati che hanno preso in mano la sua bandiera in mano e che lottano per la verità e la giustizia e che per questo si trovano sotto attacco e vengono delegittimati”.

Noi – ha detto – questi magistrati li vogliamo vivi, non li vogliamo piangere. Vogliamo dei magistrati che indaghino e che trovino la verità.

Non permetteremo a nessuno di porsi come ostacolo alla ricerca di questa, ci metteremo di traverso, fosse anche il presidente della Repubblica”.

Una promessa ed un impegno per tutti. Perché a vent’anni da Capaci e via d’Amelio non c’è spazio per la sola memoria. E’ questa l’eredità che ci hanno lasciato Falcone, Borsellino e tutte le vittime di mafia.

Solo così il “puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e della complicità” andrà via lasciando il posto “al fresco profumo di libertà”.

 

L’ARRESTO DI SARO CATTAFI

IL “CAPO DEI CAPI” DEI CLAN MESSINESI

“Molto spesso le cose erano lì ma non sono state viste”. Fac­ciamo nostre queste significative parole del Procura­tore Lo For­te, dette nella conferenza stampa per descri­vere l’opera­zione Gotha III, che ha visto 15 arresti della mafia bar­cellonese fra i quali spicca quella dell’avvoca­to Ro­sario Pio Catta­fi, ritenuto da molti pentiti “il capo dei capi”.

La nostra associazione, insieme ad altre associazioni, da anni le cose le vede e le denuncia. E’ dunque, motivo di grande sod­disfazione prendere atto della brillante opera­zione con­dotta ieri dagli organi inquirenti e dalle forze dell’ordine di Messina.

Ora, dopo il lavoro della associazioni antimafia e delle istitu­zioni sane, tocca ai cittadini di Barcellona, di Milazzo e di tut­ta la provincia di Messina, prendere atto che la cappa mafiosa, massonica, politica che li ha com­pressi fino ad ora , lentamen­te ma inesorabilmente si sta sgretolando. Tocca a loro dare il colpo finale appro­priandosi della loro dignità di cittadini e non di sud­diti come lo sono stati fino ad oggi. La sinergia fra singoli citta­dini, associazionismo e istituzioni sane è l’unica chiave di volta per sconfiggere il malaffare e dare ai no­stri territori democrazia e sviluppo.

Associazione Antimafie “Rita Atria”

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