“E io vi marchionno tutti”

Il presidente del consiglio uscente, Mario Monti, non più un “tecnico” ma definitivamente uomo politico dopo la conferenza stampa di fine anno, punta alla conferma per acclamazione della sua leadership. L’uomo delle istituzioni creditizie europee, che è riuscito anche a “strappare” senza troppi problemi il Vaticano a Berlusconi, è intenzionato a proseguire il suo cammino in politica. Oltre al sostegno dell’Udc, di Fli e del “centro” di Montezemolo, è infatti impegnato a strappare pezzi del Pd da un lato (vedi Ichino e altri quattro senatori) e del Pdl dall’altro con il solo richiamo della sua “agenda”.

La sua campagna elettorale è cominciata nello stabilimento Fiat di Melfi, davanti ai vertici della casa automobilistica e a una platea plaudente fatta di dirigenti, ma anche di operai non sindacalizzati o iscritti alla Fim e alla Uil, mentre i delegati Fiom venivano tenuti fuori per evitare dissensi al patto d’acciaio Monti-Marchionne. Quest’ultimo, ora, è il manager di riferimento, che molto prima di Monti e di Elsa Fornero aveva sottratto altri diritti ai lavoratori. L’obiettivo di Monti, d’altronde, è facilmente sintetizzabile: trasformare tutti i lavoratori italiani in lavoratori di Melfi e Pomigliano con iniezioni progressive di thatcherismo nelle riforme.

È Monti, oggi, l’uomo forte, l’uomo della provvidenza. La lotta tra Bersani e Renzi per le primarie è dimenticata. Se fino a qualche settimana fa lo scenario più probabile era un governo Bersani con Monti ministro dell’Economia, ora si è ribaltato e i nomi si sono scambiati il posto: Monti nuovamente presidente del Consiglio con Bersani ministro, magari con una delega alle liberalizzazioni. Che Monti possa “ripiegare” sulla carica di presidente della Repubblica non è da escludere, ma non è questo il suo obiettivo. La sua volontà è di continuare a riformare l’Italia a modo suo, cosa possibile soltanto nelle vesti di primo ministro, anche perché è chiarissimo che il “mandato” della grande finanza e delle banche europee gli è stato rinnovato.

Forte del riconoscimento che gli viene da molte parti per aver recuperato credibilità all’Italia agli occhi del mondo (lo sforzo richiesto non era dei più difficili considerato il suo predecessore), Monti non avrebbe problemi se decidesse di diventare presidente della Repubblica, ma non ora: “Per me sarebbe conveniente non fare assolutamente niente, ma è un imperativo morale tentare di contribuire a cambiare la cultura del Paese”, ha detto. Sappiamo benissimo quale cultura Monti intende modificare e l’impegno profuso: qui, nel settore del lavoro, della contrattazione, delle pensioni il suo incarico l’ha portato “brillantemente” a termine, ma è in altri ambiti, dove la cultura del Paese va senza dubbio cambiata, che purtroppo ha mancato.

Tra i provvedimenti che sono rimasti nei cassetti (di Palazzo Chigi o di qualche commissione parlamentare) ci sono quelli che dovevano migliorare la trasparenza degli atti e dei bilanci pubblici, tagliare il numero delle province, ridurre deputati e senatori, accorciare i tempi del divorzio, riconoscere la cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia, garantire la possibilità del testamento biologico, provvedimenti portati avanti con il massimo entusiasmo dalla propaganda, ma che poi – senza voti di fiducia o corsie preferenziali utilizzati per questioni che il premier aveva maggiormente a cuore – si sono arenati. Un caso?

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