Depistaggi eccellenti da Mattei a Impastato

C’è un rapporto del dicembre 1976 dell’allora capo della Squadra Mobile di Trapani Giuseppe Peri mandato a diverse Procura d’Italia ma rimasto “non trattato”. Il vice questore Peri aveva raccolto elementi di contatti tra la mafia e settori dell’eversione di destra a proposito della strage della casermetta, e dei sequestri degli imprenditori e possidenti Campisi e Corleo. La traccia porta anche a possibili campi di addestramento di neo fascisti alle pendici della montagna di Erice. La pista è quella che negli anni a seguire è quella che vede possibili contatti tra esponenti del terrorismo di destra e uomini della mafia, di mezzo i servizi segreti del generale Vito Miceli, esponente missino e trapanese di nascita: il quadro emerso nelle riaperte indagini della Procura di Trapani su quello che accadde in quel 26 gennaio del 1976 è quello di un traffico di armi «compiuto da settori istituzionali deviati» (il virgolettato appartiene ad una carta della Procura di Trapani).

Si negano continuamente, e invece ecco che spuntano sempre i misteri e le deviazioni, mischiati alla storia di una Sicilia che non è possibile leggere in modo chiaro, per questi gialli irrisolti, per delle pagine se scritte sono state fatte sparire, o inghiottite negli archivi del «segreto di Stato. In mezzo ci sono anche le storie dei tentativi di golpe, dei mafiosi che dovevano essere alleati della destra eversiva, di principi e generali, ma non se ne fece nulla perchè qualcuno a Roma dei capi del golpe chiese i nomi di chi avrebbe fatto parte dell’esercito dei mafiosi che avrebbero partecipato al colpo di stato del principe Borghese, il no alla richiesta arrivò da un salotto in una casa nel corso principale di Alcamo, quella da dove i Rimi, potenti mafiosi, si affacciavano dal balcone ed era uno sventolare di coppole alzate al cielo in segno di saluto.

Mentre il rapporto Peri finisce calpestato, pochi anni dopo a Cinisi uccidono il giornalista Peppino Impastato e le connessioni mafia e Stato tornano a farsi vedere anche se scoperte solo di recente ufficialmente, ma tutti sapevano la verità a Cinisi. Mafia e politica nelle cronache di Impastato, ma si dirà che morì suicida facendosi saltare in aria sulle rotaie della ferrovia, dopo essersi legato e avere battuto la testa nelle rocce intorno, racconterà Salvo Vitale dai microfoni di Radio Aut quando spegnerà per sempre quei ripetitori prendendo amaramente atto che “la mafia la si cerca, la si vuole”, allora come oggi. Il rapporto sulla morte di Impastato viene scritto in 24 ore, dal capitano Subranni e dal sottufficiale Canale, due nomi ricorrenti negli anni a seguire nei fascicoli dei misteri siciliani. Impastato fu ammazzato per ordine di Tano Badalamenti. E non solo come spesso si sente dire a proposito della morte violenta di altri giornalisti siciliani.

Le cronache odierne puntano ancora la loro attenzione in tema di lotta alla mafia ad aspetti che appartengono al passato che restano ancora insoluti, non chiariti, penalmente nemmeno giudicati. Intanto la mafia del futuro, cresciuta su queste connessioni, che ha suoi uomini nelle istituzioni, nel Parlamento, nell’impresa, nelle banche, è già presente nel nostro territorio e si è consolidata. Niente più coppole e lupare,ma grisaglie e valigette 24 ore.

E i mafiosi, i sindaci che una volta negavano la mafia oggi davanti all’evidenza dell’esistenza di Cosa nostra, li chiamano “malandrini”. Bricconcelli che magari vanno mettendo cimici nelle auto di pm che indagano contro la “mafia bianca”, che vogliono fare trasferire prefetti e investigatori, e talvolta ci sono anche riusciti, che controllano casseforti e holding. Sullo sfondo di tutto questo Matteo Messina Denaro, “Diabolik” che sfugge alla cattura da 20 anni e bolla come Torquemada chi gli indaga contro e manda a dire che di lui ancora si sentirà parlare.

 

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