Comparse - I Siciliani Giovani

Comparse

Epitteto, lo stoico, ad un certo punto, si pone una domanda: Chi può impedire a un uomo di aderire al vero? Chi può impedirgli di essere libero?. Risponde a entrambe in maniera lapidaria: Nessuno.

Ci pensavo ieri mentre osservavo la fuga di massa dei duecentocinquanta migranti detenuti illegalmente dentro il palaspedini, una palestra vicino casa mia, adibita, malgrado il buon senso, a prigione provvisoria per i disperati degli ultimi sbarchi avvenuti a Catania.  
Mentre quella marea umana scavalcava i cancelli per dirigersi verso la stazione ferroviaria, mi domandavo: Chi può fermare tutta quella gente? Chi può impedire loro di essere liberi? Quei quattro panzoni in divisa che hanno mandato a sorvegliarli? Loro? Le forze dell’ordine? O quei due fighetti mancati che urlano ordini al telefono come checche isteriche? Loro? I dirigenti? O quel vigile urbano che, vedendomi fare foto, mi ha tolto la macchina fotografica e si è preso i miei documenti? Lui? E se non loro chi? Il questore? Il prefetto? Il ministro? Chi? Chi, tra tutti questi carcerieri, è tanto folle da pensare davvero di poter fermare una fuga dalla guerra? 

Nel parapiglia generale, c’era un uomo vestito in jeans e polo nera che urlava: Sono scappati dall’altro lato. Idioti! Aveva le vene del collo tese allo spasimo. I suoi uomini lo guardavano, soffocando a stento le risate. Probabilmente era il responsabile di piazza. In uno dei tanti capannelli che si sono formati attorno al luogo della fuga, un anziano rincoglionito e mezzo fascista urlava che dovevamo fucilarli tutti, altro che accoglienza e coppole di minchia. A fargli eco, il latrato di un cocker che aveva scambiato quell’invettiva per un richiamo canino.  

La libertà è una faccenda complicata, mi sono detto, molto più complicata di quelle quattro leggi promulgate in gran fretta che abbiamo – la bossi fini, la turco napolitano, il diritto d’asilo europeo – leggi infami, fatte a posta per detenere illegalmente uomini e donne come noi, solo che nati dall’altra sponda del Mediterraneo. 
Non c’è la fame, dentro quelle leggi lì, né il dolore, né la rabbia, solo flussi e controlli dei flussi, ciarpame ideologico di terza categoria. Nessuna legge riuscirà mai a bloccare né la fame, né il dolore, né tanto meno la rabbia. Si può solo tentare di rallentarle, ostacolarle finché è possibile, e anche lì, ho i miei dubbi che ci si riesca realmente, perché il mondo è di quegli uomini lì, di chi è talmente disperato da mangiarselo, mica nostro. Noi, al momento, non siamo altro che squallide comparse.  
Ne moriranno ancora tanti – è vero –  tra i flutti come a lampedusa, alle frontiere, nelle carceri, nei cantieri dove andranno a lavorare per quattro lire, nei campi assolati dove li terranno in semischiavitù, tra le mura domestiche di aguzzini vecchi e nuovi, ma alla fine vinceranno loro. E’ soltanto questione di tempo. 

salvatore.ognibene

Nato a Livorno e cresciuto a Menfi, in Sicilia. Ho studiato Giurisprudenza a Bologna e scritto "L'eucaristia mafiosa - La voce dei preti" (ed. Navarra Editore).

2 pensieri riguardo “Comparse

  • 17/10/2013 in 08:05
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    Questo articolo, con tutti quegli “io” iniziali, esprime bene l’autosufficienza e l’egocentrismo con cui il bianco di buon cuore “partecipa” dall’esterno e dall’alto al dramma dei neri. I quali, anche qui, non hanno alcun diritto ad essere considerati come soggetti umani, alla pari, anziché semplice oggetto di prosa.

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