Avere ventidue anni e perdere la fiducia in se stessi

Avere ventidue anni e perdere la fiducia in se stessi. È quello che può accadere ad un giovane di uno dei grandi quartieri periferici di una città metropolitana al centro dell’Europa, nella civile Italia, Napoli. Con un nome di fantasia, lo chiamiamo Ciro, ma può essere Dario, Daniele, Luigi, Antonio, Francesco, Fabio, Gigi, Paolo, Maurizio, Davide, Paolino, Attilio o uno dei tanti Gennaro e Salvatore che qui vivono. Il suo nome potrebbe essere tranquillamente uno di quei circa trecento nomi che le associazioni Antimafia fanno scorrere nei video durante le iniziative pubbliche di sensibilizzazione o potrebbe essere letto il 21 marzo di ogni anno durante la Giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime di tutte le mafie, organizzata dall’Associazione Libera. Forse la sua storia sarebbe potuta essere narrata in uno dei tanti libri sulle vittime innocenti di cui la letteratura di impegno civile sta arricchendo i nostri scaffali. Ciro è un ragazzo che vive o è costretto a vivere, perché lì è nato, in un quartiere della periferia di Napoli. Può essere Secondigliano, Scampia, San Giovanni a Teduccio, Ponticelli. Poco importa, tanto uguale è il degrado, uguale è il disagio, uguali sono le architetture, uguali sono gli spazi pubblici che mancano, le stesse sono le distrazioni sociali. E uguale è il padrone: la camorra. Uno di quei quartieri che, se sei di una città normale, quando li vedi nei telegiornali, pensi che ti stiano proponendo una finzione cinematografica, tanto incredibile ed inverosimile è quello che ti mostrano. Ciro è uno di quei ragazzi che fino ad un certo punto della sua esistenza vive la sua vita normalmente, se normale è terminare gli studi con la scuola dell’obbligo. Vive normalmente Ciro, se per normalità si intende aver lavorato solo per un anno presso un parente che di mestiere fa l’elettricista o l’idraulico e che per mancanza di commesse è costretto a lasciarti a casa. Vive una vita normale Ciro, anche se a soli quindici anni, mentre è affacciato con la fidanzatina al balcone di casa, vede giustiziare un uomo dai killer della camorra del suo quartiere. Vive una vita normale Ciro, anche se abita in un palazzo dove, per entrare e uscire da casa, ti devi prima far riconoscere e non dal portiere del condominio, ma dalle sentinelle dei clan della camorra, quelli che hanno trasformato i condomini in luoghi di spaccio della droga. Anche questo è un mestiere per i ragazzi di Secondigliano, Scampia, San Giovanni a Teduccio, Ponticelli ed è pure pagato bene e poi non è che ci si ammazza troppo di fatica. Meglio questo che fare il muratore, pensano. Ciononostante Ciro vive. Non ha paura di uscire di casa, solo o con la fidanzatina. Si chiama Angela. È una ragazzina deliziosa, capelli ricci e neri, ma potrebbe anche chiamarsi Annalisa ed essere bionda e con i capelli lisci. Stanno insieme da quando erano bambini. Insieme fanno progetti, inseguono sogni, che probabilmente non si avvereranno mai, ma al loro futuro insieme ci credono. Frequenta amici, “buoni” e “meno buoni”. Quelli “meno buoni”, però, quando può, li evita. Possono portare sulla cattiva strada e poi la madre, che lo ha ben educato, non vuole che li frequenti. Non gli dispiace passare un po’ di tempo al bar sotto casa, dove c’è un bigliardino e Ciro, qui, a questo gioco, è imbattibile. Gioca al calcio, la sua passione. Qualche tatuaggio sul braccio, ma ha la faccia pulita Ciro. A ventidue anni, anche se vivi a Secondigliano, Scampia, San Giovanni a Teduccio, Ponticelli, devi avere per forza la faccia pulita. Ha la faccia da bravo ragazzo, Ciro. E poi, con una madre che ti fa anche da padre, perché il tuo è costretto a lavorare fuori città per mandare avanti la famiglia – che ti sta addosso e ti traccia la strada giusta – non puoi che essere un bravo ragazzo. Tutto questo fino a sei mesi fa. Poi due episodi che segnano la sua esistenza. E da qui l’angoscia, l’ansia, la paura, la perdita di fiducia in se stesso e nel futuro. È un pomeriggio di una giornata di tardo inverno. Fuori è già buio. Ciro è nella sala giochi del bar sotto casa. Sta giocando al bigliardino. E si, qui i bigliardini, nonostante i giochi elettronici sui palmari, sono ancora un buon passatempo per i ragazzi dell’età di Ciro. Ci sono altri ragazzi con lui. Forse sono “tutti buoni”, ma probabilmente c’è qualcuno che è “meno buono”. Qui è normale, abbiamo detto. Il buono e il cattivo si mescolano e spesso non si distinguono. All’improvviso, forte, assordante il rombo delle motociclette di grossa cilindrata che si fermano davanti al locale. Tre uomini incappucciati da passamontagna fanno irruzione. Hanno in mano grosse pistole. Pistole con le canne lunghe e luccicanti. Una è nera e forse fa più paura delle altre. Hanno fretta. Cercano qualcuno che evidentemente un tribunale senza toghe, né codici scritti, ha condannato a morte. Lo cercano ovunque, ma non lo trovano. Gettano tutto per l’aria. Volano sedie, tavoli. Urla, grida ed è il finimondo. L’adrenalina fa scattare naturale la reazione “combatti e fuggi” e i ragazzi fuggono tutti, cercano riparo dove possono. Di morire abbiamo tutti paura. Scappa anche Ciro. Si rifugia, strisciando come un serpente sotto un’auto parcheggiata nei pressi della sala giochi. Ha paura anche lui. Forse ne ha più di tutti, quando da sotto l’auto vede che la luce si fa più intensa. Una delle moto sta puntando i suoi fari proprio lì, nella direzione dell’auto sotto la quale lui è nascosto e vuole sprofondare, sparire, non essere più. Non essere più almeno lì, sotto i riflettori di quelle moto. Il rombo e le grida nelle orecchie ed ha il tempo di dire una preghiera. Si proprio così dice Ciro: Ho fatto una preghiera, poi il respiro mi è mancato ed il cuore è come se si fosse fermato per un momento. Ho creduto di morire, che fosse giunta la mia ora, ma non capivo perché. Io non ho mai fatto nulla di male a nessuno. Poi tutto è finito. Il rombo delle moto che si allontana, le voci si spengono ed il respiro ed il cuore che tornano piano piano ai ritmi normali… E la voglia di ritornare a quella normalità che di normale non ha proprio nulla. Per fortuna non era Ciro che cercavano ed ora è qui a raccontarlo. Il predestinato, il condannato a morte non sappiamo se lo hanno cercato altrove e trovato. Forse si. Forse non ha avuto nemmeno il tempo di pregare, perché la camorra è spietata e non ti lascia il tempo, neanche per questo. Ciro, come tutti i ragazzi che erano con lui, ha avuto paura, ma è scampato. Per due giorni, Ciro ha cercato di reagire, di tornare alla sua normalità, alla normalità del suo quartiere, che normale non è. Poi sotto casa della fidanzata una sera trova il cancello chiuso. È tenuto chiuso dalle sentinelle della camorra. Lui per un attimo non pensa a loro e lo scuote con forza, ma non si apre. Improvvisamente sente una pressione sulla nuca. È il ferro della canna di una pistola. Un’altra pistola. Poi due voci che, decise e ferme, gli dicono: girati! Ciro si fa di nuovo di pietra, sbianca in faccia. La paura eccola qui che ritorna prepotente, ma non può fare altro che voltarsi. Si gira e due uomini incappucciati lo scrutano dalla testa ai piedi e gli dicono: puoi andare! Per le sentinelle della camorra, Ciro può passare. Forse si è trattato solamente di un “normale controllo” delle sentinelle della camorra, ma può essere stato anche un avvertimento: stai attento, Ciro. Noi sappiamo chi sei. Quindi, non parlare con nessuno di quanto hai visto e sentito l’altra sera. Ciro ora, a ventidue anni, dopo questi due episodi, non è più lo stesso ragazzo che pensava di vivere e di farsi spazio in una normalità che nulla ha di normale. Non esce più da casa. Non gioca al bigliardino e neanche al calcio, la sua passione. Ha un senso di impotenza, rifiuta il cibo. Non parla quasi con nessuno. Non frequenta più gli amici, né “quelli cattivi”, che già non frequentava, né “quelli buoni”. Ha abbandonato anche i sogni con la sua fidanzatina, che comunque cerca di scuoterlo, senza riuscirci. Probabilmente non ha gli strumenti giusti per aiutare il suo Ciro a superare questo evidente disturbo post traumatico da stress. Questo è mestiere di altri. Lei fa quel che può per il suo Ciro e intanto gli ha trovato un posto da cameriere in una città del nord, ma lui rifiuta di accettare. Potete pensare, se volete, che questa storia possa anche averla inventata, ma sono certo che di storie come quella di Ciro se ne vedono in giro troppe – e non solo a Napoli – e troppo poco si fa per impedire che si verifichino. Che giovani come Ciro debbano perdere la fiducia in se stessi, nel proprio futuro e nella propria vita è un fatto che non possiamo più accettare. Lo Stato non continui ad essere distratto e faccia presto, perché la storia di Ciro forse si sta ripetendo mentre la scrivo o mentre la leggete. E questa volta non intervenga solo con l’esercito, ma si attivi per creare adeguate condizioni di lavoro e di sviluppo.

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