Colletti sporchi e politica debole

La mafia è sinonimo di criminalità. Ma non solo: spesso è una patologia del potere. Dove sono le sue radici?

Quando l’intreccio fra poteri legali e poteri criminali mina l’integrità, economica e morale, di un paese, diventa indispensabile capire da dove nascono queste pratiche criminali e attraverso quali canali riescono a manifestare la loro forza dirompente. Attorno alle mafie si muovono grandissimi interessi economici, politici e sociali, identificabili nell’ampia zona grigia che storicamente ha legato gli interessi strettamente mafiosi, con quelli di chi con la mafia fa affari o intreccia pericolosi sodalizi politici, insomma la variegata gamma dei reati che la magistratura cerca di colpire attraverso la fattispecie del concorso esterno in associazione mafiosa.

Spesso queste manifestazioni del potere mafioso sono state rappresentate con la famosa immagine della piovra, una testa e tanti tentacoli, senza tenere conto del fatto che parliamo di gruppi che si affiancano e si sovrappongono, parliamo di reticoli affaristici sovra locali e spesso internazionali, ma che riescono a riconoscersi e a coordinarsi, reticoli fluidi, almeno quanto i mercati che cercano di insidiare quotidianamente.

Nel momento in cui parliamo di mafie che agiscono in territori lontani da quelli d’origine, la cerniera rappresentata da professionisti, uomini d’affari e più in generale, la tolleranza che un crimine economico, meno cruento delle stragi quotidiane degli anni ottanta, ha saputo costruire nell’immaginario comune, hanno determinato, e continuano a rappresentare la condizione primaria affinché il robusto capitale liquido delle famiglie mafiose possa trovare uno sbocco nei mercati legali, distorcendone le forme, aggravandone i profili, ma soprattutto, deviandone la ragione sociale, non più profitto in un regime di libero mercato, ma alterazione delle libertà economiche in favore dell’arricchimento di criminali, e il conseguente rafforzamento di quell’asse che lega il mondo dell’economia mafiosa, con quello dell’economia reale.

Di pari passo assistiamo ad un graduale e progressivo aggravarsi dei dati che certificano il diffondersi dei reati contro la pubblica amministrazione in tutte le regioni del nord Italia, peculato, concussione, corruzione, diventano in questo modo la chiave d’accesso attraverso cui il mondo di sotto, quello dei mafiosi, entra in relazione col mondo di sopra, quello ufficiale, determinandone comportamenti e inficiandone l’efficacia. Nelle regioni settentrionali il pericolo delle infiltrazioni mafiose non è avvertito nella sua enorme portata, anche se i comuni sciolti, o i blitz dei mesi scorsi certificano l’esistenza. a volte, anche di un radicamento ben più profondo di comunque pericolose infiltrazioni.

Le mafie al nord continuano in modo invisibile a riciclare i proventi delle attività delittuose grazie alla cerniera di colletti bianchi che ne permettono l’invisibilità, e grazie alla mancanza di una robusta coscienza antimafiosa. A costruire questo importante anticorpo dovrebbe pensarci principalmente la politica, che invece sembra declinare il tema secondo le logiche della polemica interna al sistema dei partiti.

Così ancora una volta l’antimafia sembra un discorso confinato nel limbo degli strumenti della repressione, un’emergenza della sicurezza che non lascia spazio ad iniziative strutturate miranti a codificare un’etica pubblica in grado di riconoscere ed espellere le manifestazioni del potere mafioso dai gangli del tessuto socio – economico delle regioni settentrionali. La mafia al nord non è più un problema marginale, non lo è mai stato, oggi più di ieri, le istituzioni, tutte, devono incarnare questa consapevolezza.

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