Catania, i soldi della mafia col bollo del comune

Villa Pacini gestita da un prestanome del clan Cappello

“Come mai il chioschetto è chiuso?” chiediamo a qualche anziano sulle panchine di villa Pacini. “Cose storte ci sono state! Che cosa non lo sappiamo, ma cose storte!”. Gli sguardi si incrociano pieni di diffidenza.

Avissa a grapiri… Non lo so, il comune l’ha fatto chiudere! Sapi chi è? Lo stato, il comune voli chi i chistiani robanu tutti pari! Chi poi ci travagghiavanu quattru carusi chi ora su ammenzu na strada, cu u proprietariu un c’entravanu nenti! Chi ‘mpacciu faceva ‘cca!?” dice un altro.

A villa ri varagghia – come la chiamano i catanesi: “dei sospiri” – è a due passi dal duomo. L’ombra degli archi della marina ristora, nelle ore più calde, gli anziani che ingannano il tempo giocando a carte. C’è anche un piccolo parco giochi per i più piccoli. Nell’ingresso che dà su piazza Borsellino – che un tempo si chiamava piazza Alcalà – c’è un piccolo chioschetto che adesso è chiuso ma dovrebbe essere sigillato. Nel 2012 l’amministrazione Stancanelli lo affidò in gestione alla ditta La Spina Francesco, di cui era portavoce il signor Orazio Buda.

Il signor Buda è la celebrità del momento nelle cronache locali: grazie all’operazione “Prato verde” gli sono stati confiscati beni per un valore di circa seicentomila euro, tra questi il chioschetto di Villa Pacini. Al bando avevano partecipato solo due ditte, di cui quella esclusa aveva avanzato un’offerta di affitto di soli quarantuno euro mensili – cifra comica per un chiosco in pieno centro. La concessione comprendeva la manuntenzione della villa, cosa mai fatta se non proprio attorno al chioschetto.

Ma il signor Buda, affiliato al clan dei Cappello, è uno che s’è saputo fare strada, dentro e fuori le sbarre. Un vero manager che si è interfacciato con gli amministratori locali di ogni colore politico. Tant’è che anche dopo l’amministrazione Stancanelli la collaborazione con il comune è continuata senza intoppi, sino a culminare nell’affidamento dei parcheggi delle spiagge libere al signor pluripregiudicato. Un mare di soldi insomma.

Colpisce la  “sinergia” – per usare lo scientifico termine dell’assessore Licandro – tra pubblico e privato. È da mesi che il sindaco Bianco e la sua giunta sfuggono discretamente a tutte le malefatte di cui sono protagonisti. Sdrammatizzando, minimizzando, distraendo i cittadini, parlando d’altro. Una volta inaugurando solennemente un semaforo, un’altra volta una pista ciclabile. E intanto la città soccombe.

“Bisogna dare una possibilità a tutti” ha detto il titolare della Caffè Napoleon, il “principale” del signor Buda. Certo. Ma non ai ragazzi poveri dei quartieri o ai padri di famiglia senza lavoro, bensì ai mafiosi.

“Noi? Niente sapevamo”, dice poi l’assessore, l’inossidabile d’Agata. Non è granchè, per un’amministrazione che non perde occasione per sventolare la bandiera della legalità. Sulle infiltrazioni mafiose nel comune di Catania regna un silenzio imbarazzato e sprezzante.  La mafia continua a farsi i soldi, e il comune lascia fare. Anzi, ci mette il bollo.

 

 

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