Caso Ciancio, parla Zuccaro

In queste drammatiche settimane in tanti stanno coraggiosamente facendo il proprio lavoro e ognuno sta conducendo una nuova vita, per proteggere la propria salute e quella degli altri. Noi Siciliani continuiamo col nostro lavoro di giornalisti a combattere la mafia e i cavalieri. Al nostro posto, come sempre. 

“Contiguo con Cosa Nostra”, ma questo non è reato. E’ la tesi del provvedimento con cui la Corte d’Appello ha restituito i beni sequestrati al discusso imprenditore catanese Mario Ciancio, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa: amico dei mafiosi, secondo la Corte, ma “non pericoloso”. Abbiamo chiesto un pensiero in merito al Procuratore della Repubblica di Catania Carmelo Zuccaro:

“Trattandosi di decreto emesso in grado di appello il ricorso per Cassazione compete alla Procura Generale e non a quella distrettuale e tuttavia ho già dato disponibilità all’applicazione del magistrato di questo ufficio  che ha seguito, unitamente a magistrato della Procura Generale, il procedimento in appello, affinché collabori nella predisposizione del ricorso, che ritengo sommamente opportuno per la verifica di alcuni principi di diritto enunciati nel decreto che mi sono sembrato innovativi e opinabili.

Mi riferisco in particolare alla introduzione di una nuova figura di imprenditore, rispetto a quella dell’imprenditore vittima e dell’imprenditore colluso, quella dell’imprenditore che ha con Cosa Nostra rapporti di vicinanza/amicizia che però non lo renderebbero socialmente pericoloso perché, a differenza del giudice di primo grado, la Corte non avrebbe ritenuto che i vari episodi sottoposti alla sua attenzione provassero i favori resi dal proposto al sodalizio mafioso.

Constato al riguardo con  un certo stupore che, pur in mancanza di qualsiasi indizio  circa il pagamento di un pizzo da parte del proposto in favore di Cosa Nostra, cosa ammessa dalla stessa Corte, essa abbia ritenuto tale circostanza certa perché un imprenditore “protetto”, come essa ha ritenuto aprioristicamente il prevenuto, non poteva non pagare il pizzo, mentre non si sia posto il quesito su come un imprenditore potesse essere diventato da imprenditore  vittima, sottoposta a “protezione”, imprenditore in  rapporti di vicinanza/amicizia (questo sarebbe stato secondo la Corte il cursus honorum del proposto) senza rendere alcun favore all’organizzazione mafiosa.

Questi e altri punti della decisione della Corte mi sembrano meritevoli di approfondimento innanzi al Giudice di legittimità”.

“Sarebbe bello che la città si interrogasse”

“Peraltro, sarebbe bello che da parte di soggetti diversi dagli operatori del diritto si aprisse sin d’ora un dibattito sulle implicazioni sociali e culturali che ha avuto per la nostra città il fatto che per decenni l’editore del più letto quotidiano etneo fosse in rapporti di “vicinanza/amicizia” con la famiglia mafiosa di Cosa Nostra e ciò’ a prescindere dalle ulteriori vicende giudiziarie”.

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