Capitalismo contro il paesaggio: il disastro Siciliano - I Siciliani Giovani

Capitalismo contro il paesaggio: il disastro Siciliano

Da millenni, la Sicilia è considerata la perla del Mediterraneo. La diversità dei suoi paesaggi naturali, la fertilità della sua terra e le condizioni climatiche idilliache ne hanno fatto un alto luogo di civilizzazione. Greci, Fenici, Cartaginesi, Romani, Arabi, Normanni, Spagnoli… Tutti hanno apportato splendori architettonici e culturali. Come possiamo distruggere un tale concentrato di bellezza, accumulata nel corso dei secoli, in meno di 50 anni?

Fanno ste case schifose (…) e dopo un po’ tutto fa parte del paesaggio, esiste. Nessuno si ricorda più com’era prima. Non ci vuole niente a distruggere la bellezza. E allora, invece della lotta politica, della coscienza di classe, tutte le manifestazioni e ste fesserie, bisognerebbe ricordare alla gente cos’è la bellezza, aiutarla a riconoscerla e a difenderla. E’ importante la bellezza, da quella scende giù tutto il resto.

Queste sono le parole furenti di Peppino Impastato : giovane militante comunista e fondatore di “Radio Aut”, le cui emissioni hanno fatto tremare la mafia palermitana. Venne massacrato con la dinamite da quest’ultimi la stessa notte in cui venne trovato il corpo di Aldo Moro, egli pone un problema che non sembra esser mai stato ben compreso. La bellezza è per sua essenza anticapitalista. Insegnare a riconoscerla è un modo per lottare contro il sistema. Se lottare contro il sistema diviene lottare contro la mafia, che ne è parte integrante, il ricorso alla dinamite si esplifica.

 

Il capitalismo contro l’armonia.

 

Piuttosto che rientrare in un dibattito soggettivo sulla definizione del bello, possiamo con un po’ di onestà, più facilmente convenire su ciò che essa non è.

Tutti i periodi pre-capitalisti sono stati segnati da un certo immobilismo sociale dovuto all’esistenza di un sistema di caste. Si nasce contadino o nobile, e si rimane tutta la vita uguale e oltre, di generazione in generazione… l’individuo si confonde con la sua casta sociale che gli conferisce un posto nella collettività. Il rapporto al tempo, dunque, era differente. In queste società completamente “solide” , a nulla serviva correre. Non avevano sostanzialmente urgenza nella costruzione di un edificio. Si poteva prendere il tempo di fargli rispettare un’architettura estetica, non necessariamente utile ma almeno armoniosa.

Lo sviluppo del capitalismo moderno, a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, si è accompagnato al cambiamento fondamentale della concezione del tempo. Le caste, cementate dai privilegi, divengono poco a poco delle classi e la mobilità interclasse diventa (in teoria) completamente possibile. L’indivuo diventa, quindi, l’unico responsabile della sua condizione sociale, e dunque del suo futuro. Il tempo ha, ormai, un valore che aumenterà proporzionalmente alla “liquifazione” della società.

Nel corso del XIX e del XX secolo la logica utilitarista s’impose poco a poco. Essa si pone lo scopo, secondo i suoi principali teorici che furono J. Bentham e J-S Mill, di rendere felice il numero maggiore di persone attraverso un investimento pubblico minimo. La massiccia ricostruzione delle città rase al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale, è un esempio calzante. Queste politiche di sistemazione, in risposta ad un’urgenza sociale, furono fortemente supportate, anzi incentivate, dalla sinistra. Per esempio, il celebre architetto Auguste Perret, la cui principale realizzazione, la ricostruzione del comune di Le Havre, è stato classificato patrimonio dell’umanità (UNESCO), era vicino al Partito Comunista.

Non c’è più preoccupazione estetica, lo Stato costruisce in blocco per rispondere rapidamente ai bisogni. In questi tempi di crisi post bellica, aveva come conseguenza felice di limitare le spese e il betonaggio allo stretto necessario.

Ma, con la rivoluzione neoliberale degli anni ’80, lo Stato sparì poco a poco, sono ormai le imprese private a prendere in mano l’edilizia. La costruzione oscilla, allora, da una logica della domanda alla logica dell’offerta. Per sviluppare questo mercato promettente, si promuove l’ideale della classe media possidente. Il risultato, in Francia, fu uno spandimento urbano che è aumentato cinque volte più velocemente rispetto alla popolazione, con delle conseguenze disastrose per l’ambiente ed il paesaggio. Si stima, in particolare, che le superfici artificializzate ricoprono l’equivalente di un département in sette anni, a discapito delle terre agricole e delle zone naturali .

Nel sud Europa, il fenomeno è al parossismo. La debolezza dello Stato e il potenziale turistico hanno attirato molti investitori. Numerose imprese di tutte le dimensioni, spesso succursali delle banche, hanno fatto costruire padiglioni, hotels, ville… con un duplice scopo: investire nella pietra e speculare.

La pietra, in effetti, è un mezzo eccellente per concretizzare materialmente masse di capitale senza valore reale provenienti dalla speculazione o dalle attività fraudolenti. Un mezzo per pulire il denaro di una finanza spettrale, decisamente mafiosa.

Il capitalismo rende, per effetto, queste residenze inaccessibili ad una popolazione che non avevi i mezzi per acquisirli né la ragione né il bisogno. Risultato per la Sicilia: si contano circa 25 000 strutture vuote, fatiscenti (poichè nessuno vuol pagare il costro della manutenzione e delle tasse) o incompiute . Costruiscono soprattutto piccole ville, destinate ad una classe media superiore tuttavia poco sviluppata nell’Italia meridionale. La crisi ha ancor più trascinato all’arresto definitivo molti cantieri, lasciandoli in stato di carcasse di cemento.

Tuttavia, la privatizzazione non spiega tutto. Le autorizzazioni di costruzione restano deliberate dalle autorità pubbliche.

 

Il pasticcio siciliano

 

La più grande isola del Mediterraneo è oggi sporcata da innumerevoli strutture in cemento, per lo più inutilizzate e inutilizzabili. Dal momento che il loro valore immobiliare è calcolato anche in funzione dell’ambiente circostante, più le abitazioni sono isolate, senza esserlo troppo, più sono apprezzate. Risultato: il paesaggio è colonizzato metodicamente, con una grande regolarità di intervallo, da migliaia di piccole ville e dalle strade che le collegano. Questa politica di costruzione estensiva non lascia alcuna chance al paesaggio, spezzato della dirittura delle sue pareti. E’ sufficiente osservare le due coste dell’autostrada Messina-Palermo per prendere coscienza del pasticcio. Pertanto, il potere in materia di autorizzazioni di costruzione appartiene alle collettività locali, spesso complici della cementificazione privata.

La lotta contro l’impiantazione di un immenso resort sulla penisola della Maddalena, riserva naturale a due passi da Siracusa, è diventato un caso di scuola . La riserva è suddivisa in due zone: una già cementificata, l’altra, nel cuore di una battaglia giuridica per l’apertura dei lavori. Gli argomenti degli imprenditori sono allettanti per il comune. In una regione in cui la disoccupazione supera ufficialmente il 24,1% nel 2014, di cui il 60% tra i giovani , la creazione di impieghi generati dai cantieri e la promessa per il funzionamento del complesso non lascia indifferenti. Oltre al potenziale economico sperato dell’attività turistica.

Così, il ricatto dell’impiego è una buona arma per far piegare i poteri pubblici locali. La distruzione del paesaggio è ,dunque, anch’essa una conseguenza dell’obsolescenza del lavoro umano, di un combattimento perso in partenza contro la disoccupazione all’interno di una società sempre più meccanizzata e informatizzata.

Degli argomenti classici in pieno spirito breve-termine. Eppure l’evoluzione del turismo è incerta. Il prezzo del cherosene aumenterà inevitabilmente dovuto alla rarefazione del petrolio, e con esso, il prezzo dei biglietti aerei. La pauperizzazione delle classi medie europee, che partono sempre meno in vacanza, non fa ben sperare.

 

Il paesaggio è il risultato delle politiche sociali

 

Per G. Condorelli, ingegnere nella gestione del territorio e responsabile della sezione FAI (Fondo Ambiente Italiano) di Catania, “la speculazione immobiliare non è il solo problema, numerosi siciliani non hanno i mezzi per abitare nelle ville nè di acquistare una casa nella norma. Fanno costruire ad un prezzo molto basso da conoscenze su un terreno che non gli appartiene. Non pagano alcuna tassa”. Questo fenomeno non è isolato, è diventato difficile per i pubblici poteri espellerli senza esser confrontati al problema della loro ricollocazione. “In termini paesaggistici, non c’é di peggio. Queste strutture abusive non rientrano in nessun piano di urbanistica. Non sono in nessun caso armonizzate col territorio o con le altre strutture. Inoltre, queste abitazioni non sono connesse alla rete ufficiale d’evacuazione, riversano le loro immondizie direttamente nella natura circostante e nel mare.”

Una politica del paesaggio va dunque alla pari con una politica sociale, ponendo i mezzi per non abusare del capitale naturale. E’ evidente che per preoccuparsi della bellezza della natura, si dovrebbe già vincere la precarietà. Precarietà troppo spesso responsabile di una mancanza di accesso alla cultura, all’educazione, al viaggio… che sono i mezzi tanto essenziali allo sviluppo della sensibilità, tra l’altro estetica ed ecologica.

Come proteggere, come cicatrizzare le ferite inflitte al paesaggio? Se per Peppino Impastato la soluzione si trova chiaramente in un cambiamento di paradigma, alcuni nel passato hanno tentato di prevenire il dramma.

La Costituzione Italiana del 1948, figlia della resistenza antifascista, stipula in particolare che “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. (art. 9) “

Questi elementi di diritto sono ereditati da un periodo in cui il capitalismo era vincolato dallo Stato e dai compromessi sociali.

Ritorno al 2015 in un paese che ha già sofferto molto, ivi compreso esteticamente, la Grecia. Il governo Tsipras ha recentemente esatto le dimissioni del Taiped , l’agenzia incaricata della privatizzazione degli attivi dello Stato greco. Salvaguardando, così, la costa, foreste, corsi d’acqua… da una corsa generalizzata.

La protezione della bellezza originale convoca direttamente la questione della Democrazia, che comprende ogni suo aspetto sociale. Il paesaggio può essere anche un buon mezzo per ripoliticizzare. 

Un pensiero su “Capitalismo contro il paesaggio: il disastro Siciliano

  • 02/07/2015 in 22:17
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    Verissimo e non solo in Sicilia….

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