Branciaroli in scena con l’Enrico IV di Pirandello al Teatro Verga

La maschera che diventa volto, il volto che diventa maschera

Franco Branciaroli è approdato, dal 27 gennaio all’1 febbraio, al teatro Verga di Catania come regista e interprete del dramma di Pirandello “Enrico IV”, riscuotendo applausi ed entusiasmo presso il pubblico che ha assistito con coinvolgimento, e in certi momenti anche con raccoglimento, a questa messa in scena.

La scenografia semplice e geniale, curata da Michele Colella, ha fatto da sfondo attivo ad un flashback narrativo in grado di trascinare emotivamente gli spettatori sin dai primi minuti del primo atto.

Branciaroli, piuttosto che mettere in scena la vicenda avvenuta vent’anni prima al protagonista che cadendo da cavallo aveva finto di essere stato colpito dalla pazzia, ha scelto di presentare la vicenda direttamente come un ricordo che si estrinseca nei ricordi stessi dei personaggi che popolano la scena: ciò ha permesso di ridurre i tre atti originari a due, rendendo il dramma molto compatto dal punto di vista narrativo. Inoltre in questo modo i quattro finti consiglieri prima e tutti gli altri personaggi dopo, diventano complici a tutti gli effetti di quella pazzia che credono appartenere soltanto al protagonista, Enrico IV.

Lo psichiatra Dionisio Genoni è interpretato da Antonio Zanoletti che coniuga perfettamente, anche a livello prossemico, la volontà della scienza di progredire e gli stessi limiti con cui si scontra inevitabilmente. Il fatto che venga chiamato in causa un medico per trovare un escamotage “scientifico” che possa finalmente far guarire Enrico IV dalla sua pazzia non fa che rendere ancora più tragico il vortice di pazzia in cui tutti sono stati trascinati. Anzi, viene proprio da pensare che è la stessa vita che trascina in questo vortice.

Si assiste a una doppia recitazione, a un teatro nel teatro: da un lato i personaggi che si credono “sani” rispetto al protagonista; dall’altro gli stessi personaggi che si avvolgono in abiti medievali per assecondare la follia di quel “pazzo” di Enrico IV. Follia e realtà si intrecciano in modo indissolubile sino a divenire un continuum che nel linguaggio teatrale trova terreno fertile.

Il rimorso e la preoccupazione della Marchesa Matilde Spina, interpretata magistralmente dall’attrice Melania Giglio, fanno da molla a un’ipocrisia di fondo che connota tanto la stessa Marchesa quanto il Barone Tito Belcredi, colpevole vent’anni prima di aver fatto cadere intenzionalmente da cavallo Enrico IV per rubargli l’amore di Matilde.

Frida, la giovane figlia della marchesa, è interpretata da Valentina Violo che ben incarna la paura e la titubanza della giovane donna a partecipare a quell’atto di guarigione architettato dal Dottor Genoni: infatti ricostruire la scena di vent’anni prima, e ripetere la caduta da cavallo per far rendere conto al protagonista dell’inghippo mentale di cui è stato vittima, si rivelerà non solo fallimentare ma addirittura tragico perché porterà Enrico IV a ferire il Barone Belcredi. La vendetta per l’amore che gli è stato rubato vent’anni prima sarà finalmente compiuta ma non varrà quanto l’amarezza interiore del protagonista.

La domanda che echeggia facendo da filo conduttore tra tutte le scene è sempre la stessa: chi è Enrico IV? Non è dato sapere chi sia veramente quest’uomo. Ma nel secondo atto, quando lo si ritrova a confessare ai suoi finti consiglieri la sua finzione esistenziale, un senso di vuoto prende il sopravvento: la sua cosciente follia spiazza e ferisce, e tuttavia rimane incompresa a tal punto da essere soffocata da finte risate che cercano di sdrammatizzare la tragicità di quella maschera che gli umani si ostinano a indossare sino a credere, follemente, che quella sia il vero volto.

Le luci, a cura di Gigi Saccomandi, concorrono a creare un’atmosfera soffusa in cui vengono svelati segreti inconfessabili, ma in precisi momenti squarciano come dei lampi quelle verità che vengono portate dolorosamente allo scoperto.

Fino a pochi momenti prima della conclusione, ci si chiede riguardo a Enrico IV: “E’ pazzo? Non è pazzo?”: tutti sembrano dilaniati da questo dilemma che fa loro sprofondare ogni certezza da “sotto i piedi”.

Quel nobile, che vent’anni prima aveva scelto di impersonare Enrico IV in occasione di una mascherata in costume, decide di fingersi definitivamente pazzo poiché ormai incapace di aderire a quella visione di realtà che appartiene a chi gli sta intorno: nel suo caso è il volto che diviene amaramente maschera.

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