Al Teatro Valle va in scena l’avvenire

“Occupiamo per occuparci di ciò che è nostro. È nostro come cittadini, come lavoratori dello spettacolo, della cultura e dell’ arte…”. E’ stato un modello per tanti, questa storia. Perché?

“Lo spettacolo dell’anno è stato l’occupazione del Valle. Una maratona teatrale che va avanti da un mese, con duecento artisti sul palco, decine di migliaia di spettatori, recensioni sulle pagine e i siti del mondo, dal New York Times a Libération. Un sogno di mezza estate che ha trasformato il più antico teatro di Roma nella casa della cultura italiana, dove sono passati davvero tutti, in un laboratorio del futuro e finalmente in una notizia da prima pagina.” Era il 16 luglio 2011 e Curzio Maltese, editorialista de la Repubblica raccontava così il primo mese di occupazione del Teatro Valle, uno dei teatri storici della Capitale, sito al centro della città, un tiro di schioppo dal Senato.

E il teatro Valle fu davvero per molti mesi, i primi mesi per lo meno, la notizia di prima pagina, o magari di seconda pagina su molti quotidiani, italiani e internazionali.

Il perchè è presto detto: quella che all’inizio era sembrata la semplice bravata di un gruppo di teatranti aveva assunto pian piano i connotati di una lotta politica giocata non più sulla piazza ma dalla platea di un teatro del ‘700, uno dei più antichi di Roma, e argomentata punto per punto non solo sul piano della protesta ma anche e soprattutto su quello della proposta.

E la proposta in questione suonava come una sfida: “come l’acqua e l’aria ora riprendiamoci anche la cultura”.

All’indomani del referendum che aveva portato alle urne milioni di italiani attorno al concetto antico eppure nuovo dei beni comuni, a partire da un bene fondamentale come l’acqua, a qualcuno era sembrato quasi naturale decidere che di fronte al rischio dello snaturamento di uno dei teatri più antichi d’Italia, la soluzione più logica non potesse essere altro che la riappropriazione dal basso attraverso la pratica dell’occupazione e della successiva autogestione, ampia e partecipata, trasversale. Ed ecco che al motto di “Com’è triste la prudenza” liberamente tratto da Rafael Spregelburd, motto che campeggia ancora in alto su uno striscione, lavoratori e lavoratrici dello spettacolo ( attori, attrici, tecnici, sceneggiatori, registi, danzatori…) tentano un’impresa mai provata prima: riappropriarsi di un teatro fermo da quasi un anno e farlo rivivere attraverso il libero contributo di tutti, lavoratori e spettatori per la prima volta sullo stesso piano a confrontarsi e ripensare una diversa idea di cultura.

“Occupiamo per occuparci di ciò che è nostro. È nostro come cittadini, come lavoratori dello spettacolo, della cultura e dell’arte. Con questo spirito il 14 giugno, lavoratrici e lavoratori dello spettacolo autorganizzati hanno occupato il teatro Valle.” Così scrivevano, il 22 giungo del 2011, gli occupanti del Valle per far capire al mondo, che li osservava dall’esterno, quello che erano e soprattutto quello che volevano raggiungere.

Un modo nuovo di pensare e di agire che risultò subito vincente. Se volevi partecipare ad una delle tante assemblee che si tenevano nei primi mesi, quando ancora era tutto da definire, potevi star certo che avresti avuto difficoltà a trovare un posto per sederti. Gli spettacoli poi, tutti proposti a livello gratuito da parte degli artisti, e sovvenzionati attraverso libera sottoscrizione dagli spettatori erano un’incognita ancora maggiore. File interminabili per poi scoprire da un volto stanco ma sorridente che: “ ci dispiace ma c’è davvero troppa gente, non riusciamo a far entrare tutti…”

E intanto il nucleo dei primi occupanti ingrossava le fila, strada facendo qualcun altro si appassionava (e continua ad appassionarsi) alla causa, l’abbracciava, sentiva che era la direzione giusta da percorrere, una direzione che aveva anche un altro obiettivo: quello di spianare la strada e creare degli emuli nel resto d’Italia con occupazioni analoghe che avrebbero finalmente spinto le istituzioni a prendere atto di un fronte unito in difesa e a sostegno del bene più prezioso ma per sua natura “immateriale”.

Scommessa vinta anche questa: nel giro di poco il morbo si diffonde e ad essere occupati, o per dirla come lo direbbero loro, ad essere “liberati” sono altri spazi: dal Teatro cinema Palazzo a Roma, al Marinoni e Sale Docks a Venezia, al Macao a Milano, il Teatro Rossi aperto a Pisa, la Balena a Napoli, il Pinelli a Messina, il Coppola a Catania e il Garibaldi a Palermo. Il contagio dilaga e il dibattito si accende. Al Valle ci passano tutti: chi a portare solidarietà, chi per semplice curiosità, chi a incoraggiare, chi a fare la passerella, ma ci passano… e tanta simpatia tutela e ha tutelato in tutti questi mesi, da qualsiasi azione di forza da parte del nuovo gestore, ovvero il Comune di Roma.

Dagli spettacoli improvvisati, come poteva essere all’inizio, il cartellone si struttura, a dimostrazione del fatto che, anche in mancanza di un direttore artistico preposto si può ottenere una buona programmazione. Teatro certo, classico e contemporaneo con una maggiore attenzione a quest’ultimo, ma anche laboratori, nella prospettiva di rendere il Valle, appunto, un laboratorio permanente di drammaturgia contemporanea, dibattiti e incontri, assemblee pubbliche, giocate il più delle volte, sul tema dei beni comuni, cinema e performance, lo spazio per i ragazzi delle scuole e le visite guidate, il tutto costruito attorno a specifiche linee progettuali e che per il 2013 sono già definite in “corpi, scritture, città”.

“Nella progettualità artistica dell’occupazione – si legge sul blog sempre aggiornato che si affianca all’intensa presenza sui social network- stiamo sperimentando un modello concreto di autogoverno: le decisioni vengono prese in forma assembleare, la programmazione è cogestita con artisti e compagnie da tutta Italia. Il principio che ci ispira è quello del lavoro d’ensemble.”

Principio analogo a quello che adesso spinge il Valle occupato verso una nuova impresa, anche questa, mai tentata: la costituzione di una fondazione aperta all’interno della quale qualsiasi socio, indipendentemente dalla sua quota di adesione, abbia identico peso ( “in assemblea ogni testa un voto”). Una forma giuridica nuova e studiata a tavolino con l’aiuto e il supporto, forniti dal primo istante, di personalità del calibro di Ugo Mattei e Stefano Rodotà e che rispecchia quello statuto elaborato in forma aperta e partecipativa secondo il principio ispiratore dei commons.

La sfida ora è ancora oltre: riuscire a raccogliere i fondi necessari contando sul libero contributo di tutti. Al momento la quota raggiunta è di 150.000 euro, ce ne vorranno molti di più.

Ma i nostri non demordono: alla fine l’imprudenza paga sempre.

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