A Catania asili nido comunali sempre più in bilico - I Siciliani Giovani

A Catania asili nido comunali sempre più in bilico

Ecco cosa rischia di accadere dal primo febbraio

 

La battaglia per gli asili nido è cominciata nel 2013 ed è, oggi più che mai, ancora in corso: alcuni sono stati chiusi durante lo scorso anno, le rette per quelli rimasti aperti sono vertiginose e ci sono in gioco i posti di lavoro di molte lavoratrici. Si rischia un’ulteriore mortificazione di questo servizio. Catania Bene Comune ha agito attivamente sin dal primo momento per evitare che tutto ciò possa accadere. Abbiamo intervistato uno dei suoi rappresentanti, Matteo Iannitti, per farci spiegare quello che sta succedendo.

 

I disagi per la chiusura di alcuni asili nido sono cominciati con l’approvazione del Piano di Rientro Finanziario. Come mai si è deciso che i debiti accumulati dalle amministrazioni debbano essere pagati dalle fasce più deboli della popolazione?

 Noi di Catania Bene Comune abbiamo sempre contestato tale impostazione che però è stata accettata trasversalmente sia dalle amministrazioni che dalle parti politiche che hanno governato negli ultimi anni, tanto il centrodestra quanto il centro sinistra. L’idea era quella che bisognasse ripianare in tutti i modi un debito che non avevamo causato noi e che in tutti i modi si dovevano rispettare dei vincoli economici che imponeva la Banca Centrale Europea. Invece che fare delle norme che colpissero le grandi proprietà, i grandi gruppi multinazionali o le grandi rendite finanziarie hanno deciso di colpire tutti in maniera indifferenziata. In questo modo tutti i servizi sociali che non generano profitto sono stati o privatizzati o completamente rimossi. Il Comune di Catania, seguendo questa tendenza, ha approvato il Piano di Rientro Finanziario nel febbraio del 2013, ossia pochi mesi prima delle elezioni amministrative che poi ci sono state.

Da un lato ci sono le persone, i loro diritti, la loro dignità, i loro bisogni. Dall’altra ci sono i vincoli finanziari. La politica di solito o ha atteso ad assicurare i servizi o ha creato un equilibrio. Oggi questo equilibrio non esiste più. Ora ci sono i vincoli finanziari, le grandi banche: è loro che vengono tutelate, è a loro che vengono riservati i finanziamenti. Dall’altra parte rimane la povera gente.

Questo Piano di Rientro Finanziario di rientro, impostato nel febbraio del 2013, di fatto doveva entrare in vigore nel 2014. Invece è entrato in vigore con la nuova amministrazione che lo ha tenuto intatto. Il Piano di Rientro Finanziario di rientro è un piano decennale per cui si ripianano i debiti, si fa una programmazione e si annulla tutto: da un lato diminuiscono i servizi, dall’altro aumentano le tasse. Ci sono le elezioni, vince una giunta di un altro colore politico (l’amministrazione Bianco) e tiene intatto questo Piano di Rientro Finanziario: in questo modo anche il servizio degli asili nido, pur essendo stato riaperto rispetto alla previsione di annientamento dell’amministrazione Stancanelli, purtroppo con questi vincoli di bilancio è votato al fallimento. Bisogna intervenire su questi vincoli finanziari, bisogna ribellarsi e trovare gli escamotage per poter superare questi vincoli. Ma è un discorso che non riguarda soltanto gli asili nido: parliamo anche di servizi alla prima infanzia generale, servizi agli anziani, servizi alle persone diversamente abili, parliamo di lotta alla povertà, di diritto alla casa… Insomma tutto quello che non genera profitto viene annullato. Come può generare profitto un servizio dato alla povera gente?

Quanti asili c’erano e quanti ne sono stati chiusi lo scorso anno?

Prima c’erano 15 strutture asili nido aperte, divise una per ogni circoscrizione. Poi le circoscrizioni sono state dimezzate e ci si è ritrovati con circa due strutture a municipalità. Il primo ad essere stato chiuso è stato quello in via Tomaselli: si trattava dell’unica struttura asilo nido in affitto, con un canone abbastanza oneroso per le casse comunali. Immediatamente dopo la chiusura è stato garantito dall’amministrazione che questo asilo avrebbe riaperto in una delle scuole di competenza comunale nella zona. Ma non è mai successo. Gli asili nido restano 14 sino al giugno del 2014.

A settembre del 2014 purtroppo ne sono stati aperti solamente 11: hanno chiuso l’asilo di via Acquicella che si trovava nella scuola Caronda, l’asilo di via Caduti del Lavoro che si trovava a Picanello e un altro che si trova nel quartiere di San Giovanni Galermo.

A differenza di altri servizi che tendono ad essere centralizzati nella zona “bene” della città, gli asili nido per una buona intuizione della prima amministrazione Bianco sono stati collocati nelle zone più periferiche della città e nel centro dei quartieri popolari. Nel frattempo però è calato drammaticamente il numero degli iscritti perché l’amministrazione comunale, proprio a causa dei vincoli di bilancio di cui parlavamo prima, per tenere in piedi le rette le ha dovute aumentare. Ma non sono aumentate del 10%. Chi non pagava nulla aveva un servizio dalle 7.30 alle 14: il bambino veniva servito in modo ottimo. Chi arrivava ad un reddito di 6000 euro annui, non pagava nulla.

Se si voleva lasciare il bambino sino alle 17.30 si pagava 24 euro. In questo modo, visto che sono tante le famiglie che a livello fiscale hanno un reddito basso, gli asili erano pieni perché si dava la possibilità di affidare il bambino a una struttura senza che ciò assorbisse l’intero reddito. Molto spesso poi si cade nell’errore di credere che gli asili servano solo alle madri lavoratrici: in realtà queste strutture servono anche a quelle persone che sono in cerca di un lavoro. Ma nel momento in cui si pagano rette di 270 euro finisce che si va a lavorare per 200 euro, visto che spesso gli stipendi di oggi si aggirano sui 400/500 euro e a quel punto sono molti coloro che preferiscono impiegare il loro tempo accudendo il proprio figlio.

C’è qualche caso in particolare in cui la chiusura degli asili ha avuto conseguenze spiacevoli?

Purtroppo ce ne sono tanti, ma un caso emblematico è quello di una lavoratrice ausiliare degli asili nido che non ha potuto mandare il figlio nella struttura pubblica perché la retta era troppo alta. Ed è stata costretta a mandare il figlio in una struttura privata che era economicamente più conveniente.

La privatizzazione degli asili va di pari passo con la dequalificazione del servizio ai bambini. In termini pratici in cosa consiste questa dequalificazione?

La dequalificazione consiste in un’ulteriore esternalizzazione del servizio che potrebbe portare a una progressiva riduzione del personale educatore e all’ingresso di figure che non è sicuro che abbiano le stesse competenze. E in più diminuirebbe il personale.

In questo momento i bambini sono seguitissimi: in ogni struttura ci sono almeno 6-7 dipendenti comunali come educatrici e 6-7 operatrici ausiliari che cambiano i bambini, puliscono la struttura, cucinano. In una struttura con 50 bambini attualmente vi sono circa 15 persone che lavorano e seguono costantemente i bambini. Con i tagli che hanno previsto il personale verrebbe dimezzato quindi un bambino verrebbe meno seguito e ci sarebbe meno qualità nel servizio. Ma questa non è situazione che già si è prodotta ma che vorrebbero produrre a partire dal primo febbraio con questo nuovo bando che si sta discutendo e che si spera di riuscire a fermare. Il servizio comunale è di una certa qualità oggi ed è giusto che lo rimanga anche domani.

L’abolizione della tabella di contribuzione, secondo cui si pagava la retta in base al reddito, non è uno schiaffo al Welfare che il nostro Stato dovrebbe invece garantire?

La stessa gente che ci amministra oggi da un lato fa le megaconferenze sul ruolo delle donne nel mondo del lavoro, sull’infanzia, sulla tutela dei minori, sui percorsi formativi per dare dignità alla città e dall’altro chiudono gli asili, riducono i servizi e licenziano le lavoratrici! Il Welfare purtroppo oggi è stato rimpiazzato dal rispetto dei vincoli finanziari. Il governo cittadino, quello nazionale e anche le istituzioni europee devono fare una scelta e la popolazione deve fare in modo che questa scelta avvenga: o si pagano gli interessi alle banche e si rispettano i vincoli finanziari, o si continua a dare dignità, servizi e libertà alla popolazione assicurando diritti, lavoro e reddito. Queste due cose assieme non possono stare perché, come è stato dimostrato negli ultimi anni, vince sempre l’alta finanza. Il Welfare sta scomparendo anche perché c’è una larga parte della popolazione che ancora non è cosciente di questo meccanismo e spera ancora che arrivi un leader di turno a salvarci da questa situazione. Non è così. C’è bisogno di una partecipazione. La vertenza sugli asili non si sa come finirà ma ci sta insegnando a ribellarci a questo meccanismo di demolizione dei servizi sociali. Piuttosto che il silenzio sulla questione degli asili è già un grande passo che si sia acceso un dibattito.

C’è la possibilità di salvare questi servizi tant’è vero che siamo pronti ad aprire altre vertenze che riguardino le persone diversamente abili, gli anziani, la povertà perché non è possibile che questi servizi nel silenzio più assoluto vengano devastati.

Qual è stato il ruolo del governo nazionale in questa situazione?

Tutte le normative degli ultimi mesi del Governo Renzi, e ancora prima del Governo Letta e ancora prima del Governo Monti, hanno tagliato i finanziamenti agli enti locali. Il governo regionale ha ulteriormente tagliato i fondi destinati a Catania per quanto riguarda i servizi sociali. L’ultima notizia drammatica è che i fondi PAC (Piani di azione e coesione) sono stati anch’essi dimezzati: cioè hanno preso delle cifre che dovevano servire agli enti locali per garantire i servizi sociali e sono andati a coprire altri capitoli del bilancio nazionali. C’è un disinvestimento scientifico nel Welfare.

Questo non vuol dire che gli asili nido, le case di cura o altri servizi non ci saranno più ma si cerca di privatizzarli affinché generino profitto: in questo modo non diventeranno più accessibili a una larga parte della popolazione perché non potrà più permetterseli.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In che modo è coinvolta la cittadinanza nella lotta per rivendicare questo diritto?

La vertenza agli asili nido è fondamentale. C’è lo slogan di “Addio pizzo” che è diventato famoso “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”: noi crediamo che una città che non ha un servizio di asili nido è una città senza dignità e un’amministrazione che porta a tutto questo è un’amministrazione senza dignità. Siamo ancora in tempo per fermare questo bando che prevede questi tagli e lo dobbiamo fare ma estendendo il ragionamento: non si può parlare solo di asili nido ma si deve parlare di servizi sociali, di Welfare e di come vengono assicurati i diritti in questa città.

Lunedì 19 gennaio alle ore 17 ci sarà un presidio davanti alla Prefettura: non è possibile che l’Amministrazione costruisca il solito muro di gomma che impedisce di avere un dialogo. Per questo si è scelto un incontro con il Prefetto: per avere un interlocutore più credibile. Le lavoratrici hanno lanciato un appello nel quale chiedono a tutta la città di unirsi alla loro protesta. Se non dovesse andare bene l’incontro con il Prefetto si parteciperà al Consiglio Comunale che si terrà il giorno seguente.

 E in ogni caso la lotta non si ferma: anche se dovesse passare il bando, non accetteremo mai che una città come Catania possa avere solo 360 posti per i bambini negli asili nido.

 Si passerebbe da 740 posti a 360, mentre tutta la Normativa Nazionale ed Europea dice di ampliare questo servizio! A Catania solo il 3,2% dei bambini da 0 a 3 anni ha diritto ad accedere agli asili nido comunali. Il Trattato di Lisbona, che l’Italia ha sottoscritto, prevedeva si arrivasse ad una soglia del 33% entro il 2010 ma il servizio invece di essere ampliato viene ridotto. L’aspetto più tragico è che i soldi ci sono perché vengono stanziati in bilancio dall’Amministrazione (circa un milione e mezzo) ma non vengono spesi perché “ci sono pochi bambini” ma ce ne sono pochi per il semplice motivo che le rette sono troppo alte e quindi diventa un circolo vizioso.

Lavoratrici e bambini vanno di pari passo: se il Comune non investirà sugli asili dovrà mandare le lavoratrici a casa. Catania degli asili nido ne ha bisogno ma per soddisfare questo bisogno l’unica via di uscita è abbassare le rette.

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