C’era una volta un mare privato
Il Caito di Catania, il Porto Rossi e il Ciclone Harry. L’affare della ricostruzione, l’inchiesta della magistratura e la necessità di ripensare la costa.
Catania. Scogliera nord della città. Subito dopo la scogliera dell’Armisi, sotto i binari della ferrovia, sotto il viale Africa e piazza Europa, c’era una piccola insenatura di roccia vulcanica, chiamata il Caito. I catanesi più anziani lo ricordano come un luogo di bellezza straordinaria. Un posto dove pescare e fare il bagno. Dove d’estate veniva montato il lido Helios per godersi meglio il sole. Col boom edilizio è diventato discarica di detriti. Nel 1961 il Cavaliere Rossi iniziò a trasformare il Caito in un piccolo approdo di barche. Poi con il materiale di risulta fu creato un muraglione a difesa dell’approdo. Nacque il Porto Rossi.
Come lo vedono i proprietari
La relazione paesaggistica allegata alla richiesta di allargamento del porto, realizzata nel 2023 dalla società della famiglia Rossi, ci consegna la descrizione del porto, visto dai proprietari: “si estende una una importante superficie sia su terraferma che su spazio acqueo, dispone di circa 200 posti barca da 5 a 24 metri in darsena e circa 200 a terra per il ricovero invernale, un ampio showroom adibito all’esposizione di imbarcazioni, gommoni e motori delle migliori marche, un’officina autorizzata, un’ampia zona bar, vari capannoni e spazi all’aperto per il ricovero di imbarcazioni, vari mezzi per la movimentazione, due gru e un travel lift da 40 tonnellate, una zona di distribuzione carburante”. “Oggi il Porto Rossi è anche luogo di eventi, manifestazioni, conferenze e ricorrenze di tutti i generi”.
Come lo vede il Demanio
L’ultimo rinnovo della Concessione del Demanio Marittimo risale al 22 luglio 2021 con Decreto numero 971. Alla M.E.C. Auto di Rossi Pietro & C. Snc, rappresentante legale Signor Rossi Pietro, è concesso un tratto di suolo demaniale marittimo per complessivi metri quadri 27mila 686, di cui 13mila 323 metri quadri di specchio acqueo, 1482 metri quari per il mantenimento di opere di facile rimozione e 486 metri quadri per opere di difficile rimozione. “Allo scopo di mantenere un porto turistico denominato Porto Rossi” scrive il Demanio, si estende la validità della concessione al 31 dicembre 2033. Il canone di locazione, calcolato per 13 annualità, dal 2021 al 2033, è di complessivi 424mila 383 euro. Circa 32 mila euro l’anno. Circa 2700 euro al mese. Dieci centesimi di euro al metro quadro al mese.
Gli abusi edilizi. Il parcheggio coperto trasformato in showroom e uffici.
Il 21 dicembre 2004 la M.E.C. Auto di Rossi Pietro & C. Snc, in qualità di titolare di concessione Demaniale Marittima ha presentato al Comune di Catania una pratica di concessione edilizia in sanatoria “relativa agli immobili ubicati a Catania, all’interno del porto turistico località Caito”.
Il Comune ha negato la sanatoria, la società dei Rossi ha fatto ricorso al TAR. Nel frattempo la società ha presentato richiesta di autorizzazione alla Regione Siciliana per il cambio di destinazione d’uso del manufatto denominato Blocco 1 insistente all’interno del porto, da parcheggio coperto a showroom, uffici e deposito accessori. La sentenza del TAR Sicilia sul ricorso della MEC Auto e la sentenza della Corte Costituzionale 252 del 2022 che ha dichiarato costituzionalmente illegittime alcune norme in materia di compatibilità delle costruzioni realizzate in aree sottoposte a vincolo, ha portato il Comune a negare la sanatoria. Il 13 agosto 2025 la Direzione Urbanistica ha ufficializzato il diniego alla sanatoria, motivato dal fatto che le opere ricadono in area individuata come bene paesaggistico, con livello di tutela 1.
Come conseguenza del provvedimento del Comune di Catania, il 7 ottobre 2025 il Dirigente Generale dell’Assessorato regionale Territorio e Ambiente ha revocato l’autorizzazione al cambio di destinazione d’uso del Blocco 1 del Porto Rossi. Nel provvedimento della Regione si rileva come sia coinvolto anche un manufatto definito dalla concessione del demanio marittino “Tettoia parcheggio coperto” di una superficie di 657 metri quadri.
L’erosione della costa. Pericolo altissimo.
Nell’estate 2023 l’Ingegnere Paolo Battiato riceve l’incarico dal Cavaliere Pietro Rossi di redigere il progetto degli interventi per la messa in sicurezza e l’ampliamento dell’approdo turistico denominato “Porto Rossi. “Le opere previste consisteranno in interventi di protezione e rafforzamento” del porto. Nella documentazione presentata dall’Ingegnere Battiato si trova tutta la storia della vulnerabilità del Porto Rossi. Nel 2011 sono riportati dei primi crolli di blocchi lavici. La scarpata compresa tra il porto e il deposito delle ferrovie viene delimitata “come dissesto per crolli”. A quest’area viene assegnato dal Piano di bacino per l’Assetto Idrogeologico (P.A.I.) un livello di pericolosità molto elevata P4, a cui fa capo un livello di rischio molto elevato R4. Si tratta dei livelli massimi, che possono comportare la “perdita di vite umane, lesioni gravi e distruzione di edifici”. Nel 2019 con una nuova ordinanza del Dirigente responsabile dell’Ufficio Territoriale Ambiente di Catania viene confermato il livello di pericolosità molto elevata P4 per l’area in località Caito – Porto Rossi. Nell’ordinanza si afferma che “è vietata la sosta e il transito di persone e autoveicoli e ogni altra attività incompatibile con lo stato del dissesto accertato o esistente”. Nelle zone accessibili dal mare le Amministrazioni Comunali e la Capitaneria di Porto devono apporre degli strumenti di interdizione finalizzati ad impedire l’accesso alle aree demaniali marittime e devono installare opportuna segnaletica informativa sui pericoli e sui rischi connessi all’area, anche ad intervalli regolari nel caso di litorali molto estesi.
Dopo alcuni interventi di consolidamento nel 2020 il PAI viene aggiornato e il dissesto viene considerato “stabilizzato artificialmente”. Il livello di pericolosità scende a 1 e il rischio scende a 2 per l’area portuale ma rimane massimo (pericolo 4) per le aree in prossimità del porto. Invece, si rileva nel nuovo PAI, nell’area di competenza del Porto Rossi rientra anche un tratto di diga foranea, la quale è sottoposta a fenomeni di erosione per via delle frequenti mareggiate
a cui è esposta. Per questo tratto è stata attribuita una pericolosità elevata P3. Si legge ancora nella relazione dell’Ingegnere Battiato: “è evidente che nella zona interessata da Porto Rossi è predominante la pericolosità legata ai crolli della costa rocciosa. Dal punto di vista geologico, infatti, l’area è caratterizzata da falesie laviche più o meno compatte, che presentano pareti caratterizzate da porzioni rocciose fratturate in blocchi di varia misura in seguito a fenomeni di distacco e crollo. Porto Rossi è caratterizzato da tratti di scogliera con blocchi lavici in equilibrio instabile, sia per azione del moto ondoso che per lo stato di alterazione delle lave”.
Il ciclone Harry
Tra il 16 e il 21 gennaio 2026 sulla Sicilia si è abbattuto il ciclone Harry. Una tempesta che ha generato mareggiate con onde alte dieci metri. Il litorale della Sicilia orientale è stato devastato. Una delle strutture portuali maggiormente danneggiata è stata il Porto Rossi. Barche e strutture sono state fortemente colpite, la strada per raggiungere il porto è stata completamente demolita dalle onde. Svariate decine di imbarcazioni sono affondate e la struttura del porto è stata fortemente compromessa. L’insenatura non è più un’insenatura ma un minuscolo laghetto inquinato.
I fondi della Regione per la ricostruzione
Il 21 gennaio la Regione Sicilia ha iniziato la ricognizione dei danni del ciclone Harry, il 22 gennaio ha chiesto lo stato di emergenza di rilievo nazionale, accordato il 30 gennaio. Il 23 febbraio il Dipartimento dell’Ambiente della Regione Sicilia, a seguito di un verbale della Capitaneria di Porto, invia una nota sullo stato del Porto Rossi. A seguito della nota, il 25 febbraio si riuniscono l’Architetto Alberto Vecchio, Dirigente del Dipartimento infrastrutture della Regione Sicilia e l’ingegnere Ignazio Cassaniti, funzionario del Genio Civile di Catania. Dal verbale di quella riunione emerge che al Porto Rossi “Numerose unità da diporto sono state divelte dagli ormeggi e scaraventati sulla scogliera prospicente il porticciolo con pericolo di scivolamento in acqua e sversamento di liquidi in acqua, (circa numero 45 di diversa stazza da 5 a 25 tonnellate risultano sulla scogliera, mentre circa 20 risultano affondate nello specchio d’acqua del porticciolo) che allo stato attuale l’imbocco del porticciolo risulta bloccato da massi per una lunghezza di 25 metri, larghezza 20 metri e altezza di circa 8 metri di cui 4 metri sommersi, tale situazione non consente l’accesso via mare. Allo stato attuale a causa dello smottamento della strada di accesso il porticciolo risulta isolato. Dalle imbarcazioni presenti sulla scogliera e quelle affondate si rischia la fuoriuscita di sostanze inquinanti (idrocarburi e oli esausti) con rischio ambientale per l’ecosistema marino circostante. Le strutture fisse, ormeggio e i pontili si presentano in parte distrutti e rendono l’area inaccessibili per la fruizione”. Alla luce di tutto questo, scrivono i tecnici, si configura “un imminente pericolo di compromissione ambientale per l’intero ecosistema marino costiero e che il permanere delle unità da diporto in galleggiamento precario comporterebbe il loro definitivo affondamento, con conseguente aggravamento del danno materiale per l’eco-sistema”. E pertanto si attivano le procedure di somma urgenza per compiere tre azioni.
La prima è la rimozione delle unità da diporto proiettate sulla scogliera e il recupero di quelle affondate. La seconda è la messa in sicurezza dei relitti. La terza è la rimozione degli ammassi rocciosi che ostruiscono l’imboccatura e l’accesso al porticciolo.
Per queste tre azioni vengono stanziati 900mila euro.
Il 4 marzo arrivano nello stesso giorno la nomina a RUP dell’architetto Alberto Vecchio, la proposta di affidamento dei lavori di somma urgenza alla Idresia Infrsatrutture Srl e l’autorizzazione all’immediata esecuzione dei lavori. Il 6 marzo vengono nominati l’ufficio di progettazione e la direzione dei lavori e nello stesso giorno viene affidato l’appalto.
Lo scorso 9 marzo è stata convocata la conferenza stampa al Porto Rossi per annunciare l’inizio dei lavori che appaiono però assai complicati da realizzare sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista amministrativo.
Il 16 marzo infatti è stata convocata una riunione tecnico-amministrativa tra tutti i soggetti istituzionali coinvolti. Dalla riunione emergono due elementi. Il primo è che i lavori non sono potuti iniziare perché “in attesa dell’autorizzazione necessaria da parte di Trenitalia alfine di ottenere l’accesso al Porto Rossi attraverso l’area confinante di proprietà della medesima”. Il secondo riguarda il soggetto attuatore dell’intervento. Con nota inviata al Commissario delegato per l’emergenza si chiede che la titolarità passi dal Genio Civile alla Direzione regionale Ambiente. La giustificazione “formale” sta nel fatto che è proprio la Direzione Ambiente ad aver seguito negli anni l’iter di rilascio delle concessioni al Porto Rossi.
Il 18 marzo Trenitalia autorizza la realizzazione di un varco provvisorio.
La posizione della Capitaneria di Porto e l’inchiesta della magistratura.
La Capitaneria di Porto ha comunicato che alcune informazioni circa la vicenda del Porto Rossi non possono essere divulgate per via di accertamenti giudiziari in corso. In data 10 aprile 2026 Arci e I Siciliani giovani hanno ricevuto questo riscontro alla richiesta di accesso agli atti circa la regolarità dell’operato della società che gestisce il porto e circa le azioni e i controlli della Capitaneria di Porto.
“si informa che l’istanza prodotta, tesa a conoscere il contenuto degli atti inerenti ai lavori di ripristino della struttura portuale in oggetto, nonché la documentazione attestante i controlli eseguiti dalla scrivente presso la predetta area negli ultimi cinque anni, non può essere accolta, tenuto conto che trattasi di informazioni trasmesse alla Procura della Repubblica di Catania e pertanto, allo stato, coperte da segreto istruttorio. La S.V. potrà pertanto rivolgersi alla competente Autorità Giudiziaria, qualora ancora interessato a prendere visione dei suddetti atti.”
Circa la messa in sicurezza delle barche la Capitaneria di Porto contattata da questa redazione ha informato che non vi era nessun obbligo alla custodia fuori dal mare delle imbarcazioni e che la responsabilità della messa in sicurezza delle barche era in capo ai gestori del porto. Ha inoltre comunicato che le imbarcazioni maggiormente danneggiate sono state, paradossalmente, quelle ospitate a terra. Circa il rischio di inquinamento e danni ambientali ha chiarito che la barriera di massi che attualmente chiude l’insenatura del Caito, rappresenta al momento una misura di contenimento dal pericolo di inquinamento del resto della costa. Abbiamo chiesto alla famiglia Rossi di fornire un punto di vista sulla situazione del Porto ma non hanno inteso rilasciare dichiarazioni da riportare pubblicamente.
Perché non sono state messe in sicurezza le barche?
I danni causati dal ciclone Harry al Porto Rossi sono stati enormi anche alle barche ormeggiate. Nonostante l’allerta meteo e le notizie dell’arrivo del ciclone molte barche sono state lasciate in mare. Adesso la Regione annuncia una corsa per la bonifica e per impedire ulteriori danni ambientali. Ma restano senza risposta tante domande. È giusto che la società che ha in gestione il Porto Rossi non abbia ritenuto necessario mettere in maggiore sicurezza le barche ormeggiate? Esiste all’interno del Porto Rossi lo spazio per il ricovero delle barche ormeggiate in mare? L’uso degli spazi oggetto della richiesta di sanatoria, che dovevano essere adibiti a parcheggi e invece sono utilizzati per uffici e showroom, ha forse impedito di mettere al sicuro le barche? Su questi elementi abbiamo presentato una richiesta di accesso agli atti, i cui primi esiti trovate in questo articolo. Le associazioni Arci, I Siciliani giovani e Salmastra hanno chiesto all’inizio di marzo l’intervento della magistratura, che è già intervenuta . Ultime domanda. È possibile che esistano delle responsabilità sull’inquinamento del mare e sulla devastazione delle barche che i lavori della Regione rischiano di seppellire? Ha senso spendere soldi pubblici per riaprire l’insenatura del Caito, anche col rischio ambientale che ne può derivare?
Il futuro del Caito.
Guardare l’insenatura del Caito piena di barche e gru, è come vedere quelle vecchie foto di Catania con Piazza Duomo piena di automobili e piazza Università ridotta a parcheggio. Per sessant’anni la Regione Sicilia ha ritenuto di dover concedere un pezzo di costa catanese a un’azienda privata per ospitare barche. Adesso la natura si è ripresa quel tratto di costa. Erosione, crolli e mareggiate, sempre più frequenti, hanno consegnato una verità, dolorosa per alcuni, liberatoria per altri: quel tratto di costa non è più adatto a ospitare un porto. Insistere con i lavori di ricostruzione del porto significa sperperare denaro pubblico e continuare a sottrarre alla collettività uno spazio che, trasformato, potrebbe essere fruibile per scopi naturalistici e balneari. Un tempo si sarebbe detto che la battaglia per l’apertura del Caito alla città era la lotta ideologica dei tifosi del pubblico contro i privati. Ora tutto è cambiato. Lo scontro ideologico è passato in secondo piano. È la natura e il buon senso che costringe tutti a ripensare l’utilizzo del Caito.
Alla domanda, che fine fanno i legittimi interessi imprenditoriali dei Rossi e i posti di lavoro che il porto generava, la risposta è semplice. Regione, Comune e Autorità Portuale avviino un processo aperto e trasparente per la concessione di spazi all’interno del porto di Catania per la nautica e gli ormeggi, salvaguardando i posti di lavoro.
La revoca della concessione.
La città si può riprendere il Caito. Nel 2033 scadrà la concessione alla famiglia Rossi ma il codice della navigazione consente la revoca. L’articolo 42 sancisce che le concessioni “sono revocabili per specifici motivi inerenti al pubblico uso del mare o per altre ragioni di pubblico interesse, a giudizio discrezionale dell’amministrazione marittima”. Le ragioni, è evidente, ci sono tutte.

