sabato, Marzo 7, 2026
Le scarpe dell'antimafiaReportage

Murati e abbandonati. La mappa dei beni confiscati alla mafia a Torino

Quest’anno la legge sul riuso sociale dei beni confiscati compie trent’anni. La legge Rognoni- La Torre sulla confisca dei beni ne compie quarantaquattro. Il 21 marzo, simbolicamente, la manifestazione nazionale contro la mafia si terrà a Torino. Città della mobilitazione e dell’impegno per il riuso sociale dei beni dei mafiosi. Ma come vengono trattati i beni confiscati nella città di Libera?

I 180 beni confiscati nella città di Torino.

Formalmente nella città di Torino ci sono 180 beni confiscati. Più precisamente 180 particelle catastali indicate dall’Agenzia Nazionale come confiscate. I dati però non sono esatti. È la stessa Agenzia a dichiarare che non esiste un conto preciso dei beni, perché esistono difetti di comunicazione con gli uffici giudiziari ed esistono problemi di trascrizione degli atti inviati dai tribunali. Potrebbero esistere centinaia di altri beni dei quali si sono perse le tracce. Di questi 180 beni, 120 sono gestiti dall’Agenzia e 60 sono stati invece destinati al Comune o ad altri enti dello Stato

I 60 beni destinati.

Quattordici beni sono destinati all’Agenzia del Demanio, due alla Guardia di Finanza, quarantadue al Comune, uno è stato destinato alla vendita. Per immobili l’Agenzia intende le particelle catastali, spesso aggregate nello stesso palazzo, allo stesso indirizzo.

I 120 beni gestiti dall’Agenzia.

Si tratta di beni che l’Agenzia Nazionale per la gestione e la destinazione dei Beni Confiscati alla mafia non ha ancora destinato ad enti pubblici o privati per il riutilizzo istituzionale e sociale. La sede dell’Agenzia che si occupa di Torino è quella distaccata a Milano, coadiuvata dalla Prefettura di Torino attraverso il cosiddetto nucleo di supporto. I beni in gestione sono spesso abbandonati o ancora occupati da chi ha subito la confisca. L’Agenzia non indica gli indirizzi dei beni, nonostante le richieste di trasparenza giunte da I Siciliani e Arci: “l’elenco dei beni ancora in amministrazione non comprende le informazioni relative agli indirizzi, in ragione della necessità di preservare i cespiti – ci risponde la Prefetta Laganà a capo dell’ANBSC – dal costante pericolo di vandalizzazioni ed occupazioni abusive”. Ma sono proprio le famiglie mafiose, che conoscono già bene la collocazione dei beni, a occupare, assai spesso, i beni confiscati.

Di questi beni quindi sappiamo solo numeri e caratteristiche. Sono 120, di cui 40 appartamenti in condominio, 26 garage, 16 terreni agricoli, 13 abitazioni indipendenti, 11 botteghe, 6 magazzini, 2 fabbricati industriali, 2 uffici e poi un fabbricato rurale, un laboratorio, un terreno edificabile e un immobile senza destinazione d’uso.

La mappa di Libera. Solo il 23% dei beni confiscati a Torino è riutilizzato.

Anima di Libera Piemonte è Andrea Turturro. Lo incontro in Corso Trapani, nella sede del Gruppo Abele che è anche la sede di Libera. È un tempio del terzo settore. Tutto pulito, moderno, colorato, enorme. Distante anni luce dalle piccole sedi umide nelle quali trovano faticosamente spazio le piccole associazioni. Andrea è coordinatore regionale di Libera e si occupa, tra le altre cose, di beni confiscati e della loro mappatura. Da anni lavora al Geoblog di Libera, una mappa interattiva che indica minuziosamente i beni confiscati presenti sul territorio, la loro storia, il loro riuso sociale o il loro abbandono. Un lavoro enorme che mette insieme i dati provenienti dall’Agenzia Nazionale per i beni confiscati, i dati dei Comuni, le informazioni giudiziarie e anche un meticoloso censimento di prossimità svolto dagli attivisti di Libera. Un impegno molto più efficiente di quello messo in campo da Prefetture e Agenzia. Si tratta senza dubbio del lavoro di mappatura dei beni confiscati migliore d’Italia e quindi del mondo. Probabilmente c’è un motivo per cui questo lavoro è quasi unico in Italia. Mappare i beni confiscati significa prendere atto del loro inutilizzo, del loro abbandono. “La situazione in Piemonte – ci racconta Andrea Turturro – è tragica. Solo il 23% dei beni sono riutilizzati, contro una media del 43% su base nazionale, riferita ai soli beni destinati”.

I dati forniti da Libera sono inquietanti. “Ci sono però anche tante storie belle, coraggiose, importanti.” Beni confiscati restituiti alla collettività, ville colpite dalle minacce e dagli atti intimidatori dei boss presidiate dai volontari di Libera e dalle comunità locali. Spazi che ospitano servizi per le persone, in particolare quelle più fragili. I numeri della mappa di Libera raccontano però un compimento solo parziale della legge sul riuso. Su 78 beni confiscati censiti nella mappa, anche aggregando le numerose particelle catastali che compongono lo stesso bene, solo 18, il 23%, risultano riutilizzati per fini sociali e istituzionali. Otto beni, il 10%, risultano destinati ma non utilizzati e addirittura 52 beni, il 67%, non sono destinati e quindi non sono utilizzati.

https://geobeni.liberapiemonte.it/mappe/citta-di-torino/

Le storie.

Ogni bene confiscato alla mafia conserva al suo interno tutta la violenza, la sopraffazione, lo sfruttamento, la corruzione che hanno portato le cosche mafiose ad ottenerlo. Contemporaneamente conserva, oltre il chiaro valore simbolico, tutto il costo economico che ha portato alla confisca: indagini, processi, amministrazione giudiziaria. Trattare i beni confiscati come se fossero immobili uguali agli altri è un sabotaggio dell’impegno antimafia. L’abbandono è la vittoria della mafia, il riutilizzo è la vittoria della giustizia sociale. Le Istituzioni devono decidere da che parte stare, la società civile deve decidere se essere compiacente o se rompere le scatole.

Il Castello di Bramafame.

Il bene confiscato alla mafia più prezioso della città di Torino è senza dubbio il Castello di Bramafame: che include la parte storica risalente al 1600, delle strutture moderne attigue, grandi capannoni e un enorme terreno. Tutto abbandonato. Un’inchiesta de I Siciliani giovani, ripresa da Report, sta contribuendo ad accendere i riflettori.

La palazzina di Corso Novara 9.

Nel quartiere di Barriera di Milano c’è una palazzina composta da otto appartamenti, confiscata alla mafia. Apparteneva alla ‘ndrangheta e ora è abbandonata. Le finestre sono state murate più di tre anni fa per impedire occupazioni. L’immobile è stato destinato dall’Agenzia per i beni confiscati all’Agenzia del Demanio. L’Agenzia del Demanio l’ha inserita nella campagna “Crea valore” volta a intercettare investimenti per il riutilizzo degli immobili. In particolare la palazzina di Corso Novara 9 sarebbe destinata a “social/senior housing”. Lo scorso autunno il Comune di Torino, interpellato da I Siciliani, ha riferito di non avere alcuna informazione sulla palazzina. Di tenore opposto la relazione fornita dall’Agenzia del Demanio. Riferisce l’Agenzia del Demanio che “nel corso degli anni, ha proposto in più occasioni il bene al Comune, a marzo e a novembre 2022, e ad aprile 2023, attraverso un invito a manifestare il proprio interesse all’immobile (anche intercettando le risorse messe a diposizione nell’ambito del PNRR – nello specifico, nella linea di intervento 1.2 del PNRR, “Percorsi di autonomia per persone con disabilità”, che prevedeva la creazione di abitazioni per gruppi di persone con disabilità, tramite l’adattamento di immobili pubblici esistenti (il riferimento è all’Avviso pubblico n. 1/2022 che consentiva l’utilizzo a tale scopo anche di beni confiscati alla criminalità organizzata)”. “Tale invito non ha avuto alcun seguito” conclude l’Agenzia.

L’amore istituzionale per gli spazi chiusi.

La legalità a Torino spesso è un paradosso: vale quando si devono chiudere gli spazi, non vale più quando la legge obbliga ad aprirli, a concederli, a utilizzarli socialmente.

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