Una storia da Niscemi

Quant’è rischioso per la nostra salute il Muos? E’ una domanda che si pongono in molti, e a molti fa paura

E le quarantuno antenne presenti da anni nel territorio niscemese? Tanti incontri si sono tenuti in diverse città siciliane al fine di informare e di sensibilizzare la gente non solo davanti al problema legato all’inquinamento ambientale, ma anche e soprattutto alle conseguenze che da esso dipendono.

Gli articoli di Mazzeo e le parole di Di Stefano, le manifestazioni dei comitati e i banchetti sotto il sole d’estate, tutto per raccontare quanto sta accadendo e quanto già è accaduto nel nostro territorio. C’è ancora tanto da raccontare, altre storie da narrare. Tempo fa, leggendo alcuni post sul gruppo Facebook del movimento NoMuos, fui colpito dal messaggio di una donna di nome Linda. Decisi di contattarla. Volevo conoscerla, volevo ascoltare la sua storia e sapere i motivi che la spinsero a scrivere quel messaggio

Una grave malattia

Linda, hai dovuto affrontare una grave malattia e sicuramente non è stato facile, né per te né per le persone che ti stanno vicino. Puoi dirci di cosa si è trattato?

Nel 2003 per puro caso, tramite il taglio cesareo con cui è nata mia figlia, mi è stato diagnosticato un osteosarcoma di Ewing. Dalla scoperta , avevo 25 anni, ho passato giorni non proprio felici. Immagino sia facile capire: 25 anni, una bambina appena nata, e io che mi ritrovavo con parolone grandi come cancro o tumore. In quel momento mi sono sentita “schiacciata” da una realtà che non conoscevo, fatta di dolore, sofferenza, di contatto con la morte, perché in reparti come oncoematologia pediatrica, non trovi scherzi e lazzi, trovi disperazione, ed io sono stata catapultata nel girone dei dannati in una specie di inferno dantesco. Ho fatto chemioterapia, ho subito un intervento chirurgico di 12 ore, ho rifatto chemioterapia, ho fatto il trapianto di midollo autologo, ho fatto numerose sedute di radioterapia.

E quando pensavo di aver chiuso con il capitolo cancro, è ricominciato tutto dopo un anno e mezzo.

Dove sei stata curata?

Quando a Modica, all’Ospedale Maggiore, dopo avermi rivoltata come un calzino, hanno riscontrato una massa di probabile natura neoplastica dal primario di ortopedia, il dottore Padua, sono stata indirizzata dal professore Rodolfo Capanna; a seguito di una visita ambulatoriale, sono stata ricoverata al CTO Careggi reparto di ortopedia oncologica ricostruttiva, dopo aver fatto ben due biopsie, mi sono state messe su un vassoio due opzioni per effettuare le cure: l’ospedale di Ravenna (di cui non ricordo il nome) o il Santa Chiara di Pisa.

Ricordo ancora quando dissi al professore Capanna la mia intenzione di fare chemio in un ospedale più vicino, ad esempio Catania, e ricordo benissimo la sua risposta: «Non metto in dubbio le capacità dei medici della Sicilia, ma se in questa situazione si troverebbe mia figlia, non tentennerei e scegliere di curarla in strutture come quelle che ti ho citato». Allora scelsi il Santa Chiara.

Quando ci siamo conosciuti mi dicesti che i medici ti fecero delle domande, non per caso, ma per determinati motivi.

Nel mio primo ricovero al Santa Chiara di Pisa il primario, il dottore Claudio Favre, mi chiese dopo le domande di routine sulla mia anamnesi: «Nella zona in cui abiti o nelle zone limitrofe, ci sono cavi dell’alta tensione scoperti? Sei stata a contatto con dispositivi elettromagnetici di qualunque genere?». A queste domande io non seppi rispondere. Le cause di questo tipo di malattie sono prima fra tutte di carattere ereditario, l’eredità e cioè il bagaglio genetico che ognuno ha; poi l’inquinamento ambientale, sia quello che respiriamo, che mangiamo e ciò con cui siamo a contatto.

Ciò con cui siamo a contatto

Credi ci possa essere una reale connessione tra questo tipo di malattia e i dispositivi a cui i medici si riferivano?

L’osteosarcoma è un cancro che non fa parte del discorso ereditario; dunque è ovvio pensare che sia dipeso dall’inquinamento in tutte le sue forme. La percentuale di ammalati oncologici aumenta nelle zone altamente inquinate, vedi fabbriche, discariche o ad esempio generatori di alte frequenze di onde elettromagnetiche.

In base alla tua esperienza, con tutto quello che hai dovuto affrontare, che cosa rappresenta per te il Muos? Sei preoccupata dal fatto che possa essere un rischio per la salute delle persone?

Di certo questa storia del Muos non mi entusiasma, primo fra tutti perché si parla di inquinamento ambientale, poi perché sono convinta che noi persone, singoli individui, non trarremo nessun tipo di vantaggio e di beneficio dalla costruzione del Muos, al contrario contribuiremo al diffondersi di nuove malattie o al proliferare di nuovi casi di cancro; e vi prego non parlate di occupazione, di posti di lavoro per i Siciliani. Cerchiamo di non martoriare ancora la nostra splendida Sicilia, piuttosto pensiamo ai nostri figli, alle generazioni future. Non vendiamoci e non facciamoci corrompere dagli interessi di altre persone.

Un pensiero su “Una storia da Niscemi

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