Un inferno “legale” a pochi passi da noi

Scioperi della fame, tentativi di suicidio, gente che per protesta si cuce le labbra. Non siamo in Germania o in Russia negli anni ’30. Siamo nella civile Italia, in un “centro di identificazione”

“Qui siamo trattati peggio dei porci. Non ce la facciamo più”. È la denuncia di un giovane migrante recluso nel Centro di identificazione ed espulsione di Milo, nelle campagne trapanesi. Da giorni 240 migranti, la maggior parte di origine maghrebina, stanno mettendo in atto uno sciopero della sete, della fame e dei farmaci per difendere la propria dignità. “Qui noi siamo soltanto delle bestie. Siamo 12 persone in celle che ne potrebbero ospitare soltanto 6. C’è chi dorme a terra”. E nei pavimenti sporchi ci si mangia pure, da quanta racconta il giovane recluso. La situazione che ci descrive è allarmante: “Qui dentro ci sono epilettici, diabetici, persone con problemi mentali. Come fanno a tenerle ancora qui? Siamo delle persone”.

Denunce pesanti sono rivolte anche nei confronti delle Forze dell’ordine: “Ci hanno picchiato più volte con i manganelli quando qualcuno ha tentato di fuggire. Qualcuno è finito pure in ospedale con ossa fratturate”.

Il Cie di Milo non è nuovo ad episodi del genere. È stato inaugurato la scorsa estate ed attualmente gestito dal consorzio Connecting People, in attesa del passaggio di consegne al consorzio Oasi di Siracusa. Questo blocco di cemento, delimitato da reti di recinzioni gialle, sembra essere un punto nero in cui finisce la dignità umana. Tantissimi sono stati gli episodi di autolesionismo e di tentativi di suicidio. Denti stretti, ma ogni minuto che passa è un’eternità. Ti logori ogni giorno. C’è chi ha tentato di ingoiarsi una lametta, c’è chi si è tagliato le vene o c’è chi si è messo un cappio al collo per poi essere salvato dai compagni di sventura. L’ultimo caso, il 21 marzo: un ragazzo per protesta si è cucito le labbra. “Gesti del genere sono la normalità la dentro” dichiara un avvocato appena uscito da un colloquio all’interno della struttura. “Il clima è teso. La polizia sta applicando una politica di rimpatrio forzato a tappe veloci. Se arriva il diniego alla richiesta di protezione entro 15 giorni si viene imbarcati su un areo e rispediti a casa”.

Qualche giorno fa è stata tentata una fuga di massa. Per qualcuno è riuscita ma per altri è tornato l’inferno. E ancora più duro di prima. Seconde testimonianze, raccolte da Redattore Sociale, “Sessantotto sono scappati. Dopo la fuga, quelli che sono stati ripresi sono stati seduti per terra per due o tre ore di notte, urlavano e gridavano”.

La storia che ci racconta il ragazzo, recluso da mesi al Cie di Milo, è una storia di sangue e paura, di dignità e angoscia.

“Ci sono persone che da 9 mesi stanno qua dentro senza aver fatto niente. Non sappiamo neanche che futuro ci aspetta. Non sappiamo cosa succederà, dove andremo. Sappiamo solo che non vogliamo vivere in queste condizioni”.

È una condizione di vita disumana, infernale, quella che esce dal racconto del giovane migrante. Nessuna regola, nessun rispetto della dignità umana. “Non abbiamo niente. Non abbiamo il condizionatore, le televisioni sono guaste, abbiamo una bottiglia di shampoo ogni due mesi, non c’è igiene”.

Un racconto del genere non si sentirebbe neanche in un carcere. E invece a vivere nell’inferno di Milo, stretti come polli in batteria, sporchi e senza libertà sono persone che non hanno fatto niente di male. Hanno soltanto – loro malgrado – attraversato i confini d’Italia e avuto qualche problema amministrativo con il permesso di soggiorno.

“Aiutateci. Siamo solo persone. Non dimenticate queste cose” urla prima che la Polizia si prepara ad una perquisizione.

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