Spiragli di luce nelle indagini sull’agenda di Borsellino

Vent’anni dopo la strage, forse i giudici sono a un passo dalla verità

Tra i filoni investigativi sui quali sta lavorando in questi mesi la procura di Caltanissetta insieme alla Dia nissena c’è quello che ruota attorno alla scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. Gli inquirenti hanno realizzato un filmato che racchiude le immagini girate dalla Rai, dalle tv private, dalla polizia scientifica e dai vigili del fuoco successive allo scoppio dell’autobomba in via D’Amelio. Il video è stato fatto visionare a collaboratori di giustizia, testimoni e investigatori con l’obiettivo di dare un nome a tutte le persone presenti in quei momenti sul luogo della strage. L’inchiesta, a carico di ignoti, segue la sentenza definitiva di proscioglimento dell’ex capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli del 17 febbraio 2009. Rileggendo gli atti quel mistero è tutt’altro che chiarito. «Esaminai la scena – dichiarava Arcangioli il 5 maggio del 2005 – e avendo rinvenuto i resti del dottor Borsellino mi fermai immediatamente in attesa dell’arrivo di coloro che avrebbero dovuto attivare le indagini. […] Sul posto arrivò il dottor Teresi e anche il dottor Di Pisa, magistrato di turno. Non ricordo se il dottor Ayala o il dottor Teresi, ma più probabilmente il primo dei due e sicuramente non il dottor Di Pisa mi informarono del fatto che doveva esistere un’agenda tenuta dal dottor Borsellino e mi chiesero di controllare se per caso all’interno della vettura vi fosse una tale agenda, eventualmente all’interno di una borsa». «Se non ricordo male – specificava l’ex capitano dei carabinieri – aprii lo sportello posteriore sinistro e posata sul pianale, dove si poggiano di solito i piedi, rinvenni una borsa, credo di color marrone, in pelle, che prelevai e portai dove stavano in attesa il dottor Ayala e il dottor Teresi. Uno dei due predetti magistrati aprì la borsa e constatammo che non vi era all’interno alcuna agenda, ma soltanto dei fogli di carta. […] Per quanto posso ricordare, incaricai uno dei miei collaboratori di cui non ricordo il nome, di depositare la borsa nella macchina di servizio di uno dei magistrati».

Successivamente Vittorio Teresi e Alberto Di Pisa hanno dimostrato la falsità delle affermazioni del capitano Arcangioli. Dal canto suo Giuseppe Ayala ha sempre negato di aver mai dato un ordine simile ad Arcangioli. Il 19 luglio ’92 Ayala è il primo ad arrivare in via D’Amelio, dopo aver riconosciuto per terra il troncone di Paolo Borsellino si accosta alla macchina del giudice, al suo interno vede la sua borsa. Un agente della sua scorta, l’appuntato dei carabinieri Rosario Farinella, si fa aiutare da un vigile del fuoco per aprire la portiera posteriore sinistra della Croma del giudice. L’appuntato Farinella prende la valigia di Borsellino e la porge all’ex Pm. «Io personalmente ho prelevato la borsa dall’auto – dichiara Farinella agli investigatori – e avevo voluto consegnarla al dr. Ayala. Questi però mi disse che non poteva prendere la borsa in quanto non più magistrato, per cui io gli chiesi che cosa dovevo farne. Lui mi rispose di tenerla qualche attimo in modo da individuare qualcuno delle Forze dell’Ordine a cui affidarla. Unitamente a lui ed al mio collega ci siamo allontanati dall’auto dirigendoci verso il cratere provocato dall’esplosione, mentre io reggevo sempre la borsa». «Dopo pochissimi minuti – ricorda l’appuntato dei carabinieri – non più di 5-7, lo stesso Ayala chiamò un uomo in abiti civili che si trovava poco distante e che mi indicò come ufficiale o funzionario di polizia, dicendomi di consegnargli la borsa. Allo stesso, il dr. Ayala spiegava che si trattava della borsa del dr. Borsellino e che l’avevamo prelevata dalla sua macchina […]; l’uomo che ha preso la borsa non l’ha aperta, almeno in nostra presenza; ricordo che appena prese la borsa, lo stesso si è allontanato dirigendosi verso l’uscita di Via d’Amelio, ma non ho visto dove è andato a metterla».

Sei anni dopo, in un verbale dell’8 aprile 1998, Ayala fornisce la sua prima versione dei fatti. «Tornai indietro verso la blindata della procura – racconta ai magistrati – anche perché nel frattempo un carabiniere in divisa, quasi certamente un ufficiale, se mal non ricordo aveva aperto lo sportello posteriore sinistro dell’auto». «Guardammo insieme in particolare verso il sedile posteriore – afferma Ayala – dove notammo tra questo e il sedile anteriore una borsa di cuoio marrone scuro con tracce di bruciacchiatura e tuttavia integra, l’ufficiale tirò fuori la borsa e fece il gesto di consegnarmela. Gli feci presente che non avevo alcuna veste per riceverla e lo invitai pertanto a trattenerla per poi consegnarla ai magistrati della procura di Palermo… Davanti a me la borsa non fu mai aperta… non so poi a chi di fatto sia stata consegnata…». Il 12 settembre 2005 l’ex pm cambia versione. «Notai – racconta Ayala – che lo sportello posteriore sinistro dell’autovettura (di Paolo Borsellino, ndr) era aperto. Scorsi sul sedile posteriore una borsa di pelle bruciacchiata. Istintivamente la presi, ma mi resi subito conto che non avevo alcun titolo per fare ciò per cui ricordo di averla affidata immediatamente ad un ufficiale dei carabinieri che era a pochi passi. Nell’affidargli la borsa gli spiegai che probabilmente era la borsa appartenente al dottore Borsellino». […] «Per quanto ricordo la persona a cui consegnai la borsa era un ufficiale dei carabinieri ed era in divisa, perché diversamente non avrei potuto identificarlo come tale. Non riesco a ricordare se si trattasse della formale divisa oppure di una casacca come quelle che vengono adoperate in tali circostanze e comunque […] non conoscevo l’ufficiale in questione». I magistrati gli mostrano allora la foto del capitano Arcangioli, ma Ayala non lo riconosce.

«Non ricordo di aver mai conosciuto, né all’epoca né successivamente il capitano Arcangioli. Non posso escludere ma neanche affermare con certezza che detto ufficiale sia la persona alla quale io affidai la borsa». L’8 febbraio 2006, Arcangioli rivede le sue affermazioni sotto una nuova veste. E’ la sua seconda deposizione. «Non ho ricordo certo dell’affermazione relativa al fatto che il dottor Ayala e il dottor Teresi mi ebbero ad informare dell’esistenza di un’agenda tenuta dal dottor Borsellino. Ripensando a quei momenti posso però ritenere di affermare che non era presente il dottor Teresi in quanto ricordando, sebbene soltanto tramite alcuni flash, di cui ho ancora memoria mi sembra di averlo avvicinato all’ingresso di via d’Amelio». […] «Non ricordo con certezza se io o il dottor Ayala aprimmo la borsa per guardarvi all’interno, mentre ricordo che all’interno vi era un crest dell’Arma dei carabinieri e non ricordo se vi fosse qualche altro oggetto. Mi sembra ricordando bene, che vi fossero dei fogli di carta. Così come non posso confermare di aver io stesso o uno dei miei collaboratori deposto la borsa nella macchina di servizio di uno dei due magistrati, mentre ritengo di aver detto di rimetterla o di averla rimessa io stesso nell’auto di servizio del dottor Borsellino».

Gli investigatori gli chiedono nuovamente conto della sua dichiarazione del 2005 relativa alla mancata relazione di servizio sul ritrovamento della borsa del giudice. «Sul momento non ritenni di redigere alcuna annotazione – ribadisce laconicamente Arcangioli – perché non attribuivo alcun valore alla borsa non avendovi rinvenuto niente per la prosecuzione delle indagini e quindi ritenevo di non avere svolto alcuna attività di iniziativa che richiedesse la redazione di tale atto». Mercoledì 8 febbraio 2006 Giuseppe Ayala viene sentito nuovamente dall’autorità giudiziaria. Nel suo nuovo resoconto non è più lui a prelevare la borsa, ma un agente rigorosamente in borghese. «Ebbi modo di vedere una persona in abiti borghesi che non sono in grado di descrivere neanche nell’abbigliamento ma che comunque è certo che non fosse in divisa la quale prelevava dall’autovettura attraverso lo sportello posteriore sinistro una borsa. Io mi trovavo a pochissima distanza dallo sportello e la persona in divisa si volse verso di me e mi consegnò la borsa». […] «In mia presenza la borsa non fu aperta né vi fu alcuna attività diretta a verificarne il contenuto; tutto l’insieme durò lo spazio di una trentina di secondi, forse un minuto. Non conoscevo, e tuttora non ho mai avuto modo di conoscere né l’ufficiale in divisa né la persona in borghese di cui ho detto. Non lo ho riconosciuto neanche nella fotografia che mi viene mostrata». A quel punto viene disposto il confronto tra Giuseppe Ayala e Giovanni Arcangioli. Che però viene definito dagli stessi magistrati «infruttoso» in quanto non riesce a fare luce sulle rispettive contraddizioni visto che, così come riporta il verbale, «i testi insistono nelle rispettive versioni».

In un’intervista del 23 luglio 2009 Giuseppe Ayala ritorna inspiegabilmente alla sua seconda versione. «La borsa nera di Borsellino l’ho trovata io – dichiara l’ex parlamentare – dopo l’esplosione, sulla macchina. Che ci fosse, nessuno lo può sapere meglio di me, perché l’ho presa io. Non l’ho aperta io perché ero già deputato e non avevo nessun titolo per farlo. […] Quando l’ho trovata l’ho consegnata ad un ufficiale dei carabinieri. E’ verosimile che l’agenda fosse dentro la borsa e che sia stata fatta sparire».

Il 30 luglio del 2010 un sito Internet pubblica un’altra intervista a Giuseppe Ayala che racchiude un nuovo dettaglio. «Ho preso la valigetta (del dott. Borsellino, ndr), ma l’ho consegnata subito ad un ufficiale dei carabinieri che compare in un video mentre si allontana». Nell’ultimissima versione di Ayala quindi, il carabiniere al quale consegna la borsa sarebbe l’ufficiale ripreso nei filmati acquisiti dall’autorità giudiziaria. Ma il video che riprende un uomo delle forze dell’ordine con la valigetta di Paolo Borsellino in mano riguarda un solo carabiniere: Giovanni Arcangioli.

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