L’umanità a Lampedusa

Sessanta migranti in sciopero della fame

Da sempre l’isola più bella del Mediterraneo è usata dal governo italiano come luogo in cui sperimentare le politiche in materia di immigrazione. Da sempre i lampedusani sono trattati come cavie da laboratorio dai vari governi che negli anni si sono succeduti, per verificare fino a dove possa arrivare la sopportazione.

Da sempre Lampedusa, simbolo della questione immigrazione, è utilizzata dall’Italia per fare pressioni sull’Europa. Dopo sei anni, a Lampedusa tornano le bocche cucite di tunisini che protestano contro le prassi illegittime adottate sull’isola e in genere per rivendicare le libertà e i diritti fondamentali di tutti. Quei tunisini, che in barba alle convenzioni internazionali, vengono praticamente considerati persone prive di diritti, delinquenti da rispedire indietro o da sfruttare.

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2015 – Centro di primo soccorso e accoglienza di Lampedusa, lo spazio esterno viene usato per accogliere gli immigrati che non trovano spazio nella struttura, con l’unico confort di un materassino di gommapiuma – foto Alessandro Romeo

In questi giorni a Lampedusa, dove in un hotspot impraticabile, indecente e poco dignitoso, sono trattenute più di cinquecento persone – per la maggior parte tunisine –, i migranti hanno deciso di protestare contro le condizioni del centro, i trattamenti che subiscono e il rischio concreto di essere rispediti al mittente, come è avvenuto lo scorso mese con voli diretti da Lampedusa o da Palermo verso Tunisi.

Una protesta incisiva ma pacifica che almeno sessantatré tunisini stanno portando avanti da giorni:  “Conduciamo lo sciopero della fame per difendere il nostro diritto di mobilità e contro l’espulsione forzata da quello che chiamano un rifugio e che è in realtà una prigione. Né la fame, né la sete, né la nausea, né il vomito, né le condizioni difficili ci fanno tanto male quanto il silenzio complice sulla violazione del nostro diritto di circolazione, sulle politiche ingiuste, sulle deportazioni forzate solo perché siamo dei tunisini. È doloroso essere vittima delle politiche e essere incriminato a causa delle loro leggi. Continueremo il nostro sciopero della fame nonostante lo stato di salute difficile di alcuni scioperanti della fame che sono stati portati all’ospedale. Questo è un grido contro coloro che sono ingiusti nei nostri confronti, coloro che ci hanno dimenticati, quelli che ci hanno spinto a prendere le navi della morte e quelli che violano le convenzioni internazionali. Siamo vittime delle politiche economiche e sociali mondiali. Siamo vittime delle politiche migratorie ingiuste. Ringraziamo tutti coloro che ci hanno sostenuto e che si tengono al nostro fianco. No alla deportazione forzata. No all’espulsione a causa della nazionalità. Sì alla libertà di movimento”. Queste sono le parole dell’appello lanciato dai manifestanti lo scorso 31 ottobre.

Questi ragazzi hanno un’idea chiara di quello che avviene e la consapevolezza di essere vittime sacrificali di un sistema che ha perso umanità e che continua a uccidere. Tante, troppe vittime, generate dalle politiche omicide europee. Troppo alti sono i numeri delle vittime delle ultime tragedie in mare, uomini donne e bambini in cerca di libertà.

Quelli arrivati a Lampedusa la notte del 3 novembre, anche loro moribondi, sono sopravvissuti all’ennesima strage. Sono in ventinove. Persone traumatizzate e inconsolabili che hanno raccontato di almeno cento compagni di viaggio annegati durante la traversata e di dodici corpi recuperati. Un conteggio senza fine, morti su morti sulla coscienza dei politici che perpetrano strategie di chiusura delle frontiere attraverso accordi con i trafficanti a vantaggio di ragioni puramente economiche.

Chi arriva viene chiuso in un hotspot, e se sei tunisino non ti ascolta nessuno, nessuno ti mette al corrente dei tuoi diritti, devi soltanto aspettare il tuo turno e sperare che in quel momento non ci sia un aereo pronto per il rimpatrio. E se sei  fortunato verrai trasferito a Porto Empedocle con un foglio di via ed abbandonato per strada ad ingrossare le fila degli irregolari.

Destino che è capitato ai tunisini che nei giorni scorsi hanno manifestato a Lampedusa e che da giorni sono in strada abbandonati con un respingimento. Sono destinati a vivere nell’ombra e dopo lo sciopero la strada è un ottimo posto per restare ucciso dalla fame e dal freddo. “Anzi qui non dovevano venirci, sono fortunati che non li rispediamo indietro, adesso si arrangiano e così lo capiscono che non devono più venire”. Alla risposta di un funzionario della polizia a cui chiediamo del perché di questo provvedimento inumano, fa eco l’immobilismo dalle organizzazioni umanitarie che non fanno niente per sostenere queste persone, complici anche loro degli indecenti accordi del governo italiano. Ma quello che ci lascia sconcertati è il silenzio assordante dalla chiesa agrigentina e dalla società civile che non muovono un dito e si giustificano con un “ma loro sono tunisini”.

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