“Foemina Ridens” scuote e commuove

Giuseppe Fava continua ad interrogarci

Anche quest’anno il Teatro Stabile di Catania mette in scena, dal 30 aprile al 17 maggio, il penultimo capolavoro teatrale di Giuseppe Fava “Foemina Ridens”, con la regia geniale di Giuseppe Anfuso.

Pupa e Orlando, i protagonisti, si fanno carico di rappresentare i paradossi che intercorrono nel rapporto uomo-donna. E lo fanno con un’intensità che spezza il fiato. A tal punto che l’unico paradosso diventa la vita stessa, che li ospita in una serie di eventi ora tragici, ora comici, sempre grotteschi.

Indossando i panni dei tipici cantastorie siciliani, questa coppia si trova ad intrattenere il pubblico e lo fa con gusto, senza ritegno, sbeffeggiandolo di continuo, chiamandolo in causa e avendo sempre la scaltrezza di farlo “viaggiare” tra il filo dell’assurdità e quello della verità.

E, aspetto non meno rilevante, Pupa e Orlando commuovono: forse lo fanno con incoscienza, forse con arguzia. In ogni caso come sono autentiche le risate che suscitano lo è anche la malinconia, antica e pesante come un macigno. Una malinconia dal sapore “siciliano” che fa da eco a quella solitudine che è stata da sempre l’unica compagna di questo popolo “vinto”, eppure sempre in lotta.

Tutto ciò si fonde con uno sfondo spazio-temporale indefinito, quasi eterno: Pupa e Orlando potrebbero essere benissimo dei personaggi sbucati fuori da una novella cavalleresca del Trecento ma potrebbero essere anche una coppia del nostro tempo, lacerata da conflitti interiori e sempre in discussione tra sé e gli altri.

“Foemina ridens” non è vero che non rappresenta un testo di denuncia verso una società crudele e spietata: Pupa e Orlando non fanno che gridare la loro disperazione per la fame, per la miseria, contro una struttura arcaica di cui sono a loro volta solo due miseri ingranaggi, incapaci di spezzare le catene invisibili che imprigionano le loro anime, ancora prima dei loro polsi.

Il prologo preannuncia tutti questi paradossi attraverso tre maschere fuori campo, ma lo fa con lo stesso sarcasmo amaro che connota tutta la vicenda. “Sarà vero o sto sognando?”: a questa domanda non vi è mai una risposta, e se c’è è ben annidata nell’animo di ogni spettatore, specie se siciliano.

L’interpretazione di Guia Jelo nei panni di Pupa non è magistrale ma molto di più! Guia riesce a smantellare a mani nude il cuore di chi la ascolta, e lo fa senza essere mai patetica: anzi riesce ad essere sguaiata, strafottente, cinica, persino volgare come una puttana ma, attraverso un processo alchemico invisibile, eccola diventare aulica, avvolgente, innocente, limpida. Umanamente vera. Insomma: questa foemina con il suo maturato talento riesce a dare una connotazione forte al titolo stesso dell’opera.

E Filippo Brazzaventre nei panni di Orlando viene quasi schiacciato da questa foemina, ma la sua caparbia riesce a non metterlo del tutto in ombra. E’ astuto, irriverente, a tratti un “eroe di carta” cui basta un tocco per essere ridotto a brandelli, come nella scena in cui invita il popolo a ribellarsi e all’arrivo dei carabinieri invece è il primo a scappare a gambe levate.

Fondamentali, anche se in secondo piano, gli attori che hanno interpretato i personaggi minori: Giorgio Musumeci, Angelo D’Agosta ed Eleonora Sicurella, trasformati di volta in volta in narratori, ombre, carabinieri, passanti o chef kazoo.

La maggior parte del tempo narrativo è scandito dal dialogo incessante tra i due protagonisti. Tuttavia è nei loro monologhi che si raggiunge il picco più alto di poeticità, specie in quello finale di Pupa affranta su una sedia mentre il ricordo del figlio la squarcia come un lampo che illumina la sua vita per poi fulminarla definitivamente.

La scenografia curata da Giovanna Giorgianni e i costumi di Riccardo Cappello sono di una semplicità che ben si coniuga con la miseria della vicenda dei protagonisti. Pochi i cambiamenti di scena. Domina uno sfondo nero e anonimo, il tipico strumento dei cantastorie e una mappa dell’Etna che contribuisce scenicamente a suscitare riso amaro.

Le luci a cura di Franco Buzzanca svolgono una funzione indispensabile di cesura tra una scena decisiva e l’altra: è come se fossero dei capoversi che guidano lo spettatore dando una precisa chiave di lettura. Anche le musiche di Mario Incudine contribuiscono a colorare le vicende di toni tanto accesi quanto cupi. Insomma: tutti gli elementi scenici concorrono in modo equilibrato a narrare una commedia che non fa che trasformarsi continuamente in tragedia, e viceversa.

Giuseppe Fava a distanza di trent’anni dalla sua morte continua a restituirci attraverso quest’opera una storia tra le storie, e sullo sfondo una terra che si piega per fame e ignoranza. Una terra, la Sicilia, ed un popolo che grida “giustizia”, cosciente che questa mai sarà fatta perché gli stessi giudici abusano del potere, e nello stesso tempo non riconosce chi è disposto a sacrificare la propria vita in nome di questa giustizia.

Fava non solo traspose questi macigni nelle sue opere ma li visse direttamente sulla propria pelle, consegnandoci un esempio di umanità in grado di scuoterci ancora oggi. E oggi più che mai la sua domanda echeggia interrogandoci giorno dopo giorno: “A che serve vivere, se non c’è il coraggio di lottare?”.

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