Vite difficili. Namir

Fatiche e nostalgie di un precario. E anche arte…

“Mi chiamo Namir, ho venticinque anni e sono venuto qui in Italia otto anni fa, da solo, lasciando parenti e amori in Egitto, la mia terra. Mi chiedono cosa sia cambiato rispetto a prima. Rispondo sempre che lavoravo lì e continuo a farlo qui”.

Vedi questo muscolo? (mostra il bicipite destro). Dicono che assomiglia a una pallina da biliardino. Ma c’è poco da ridere. Ce l’ho da quando avevo sette anni. Ho lavorato fin da piccolo, non mi è mai pesato, era normale. E poi ero felice di aiutare la mia famiglia. Ora invece lavoro dodici ore di fila, tutti i giorni, in un nuovo ristorante giapponese. Vivo in un monolocale là vicino, con due amici, anche loro stranieri come me. Faccio settecento euro al mese, non tanti viste le ore di lavoro, gli straordinari pretesi. Nessuna vacanza, quasi nemmeno per le feste.

Licenziarmi? No: a parte il timore di finire peggio, ho degli amici là dentro, gli altri camerieri sottopagati come me. C’è un ragazzo della mia stessa età, amici fin dal primo giorno di lavoro, circa un mese fa. Non posso dire di non invidiarlo: lavora la metà delle mie ore e solo per mettere da parte qualcosa per vedere più spesso la sua fidanzata a Milano, senza dovere chiedere sempre soldi ai suoi. Lui studia anche, all’università. Mostra tutti i giorni una spensieratezza che io non ho avuto mai. Ma non posso fargliene una colpa. Senza il sostegno reciproco che ci diamo ogni giorno, difficilmente avrei resistito ancora” (qui Namir fa un sospiro).

“Spedisco ogni mese i soldi alla mia famiglia, mi resta poco e niente di quello che guadagno. Perciò, un po’ perché devo, ma soprattutto per piacere, passo spesso il poco tempo libero che mi rimane ad intagliare tappi di sughero e a farne dei portachiavi, per poi venderli in strada. Chi li compra? Quasi nessuno in realtà. Mi dispiace vedere che in pochi capiscano il perché dei miei tappi e le storie che nascondono. Alla fine però, poco importa. La mia felicità comincia e finisce tutta qui, in questa mia, forse un po’ stramba, arte.”

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