Un’idea di legalità

L’assalto alla giustizia che devastò l’Italia

Il 12 novembre Silvio Berlusconi ha rassegnato le dimissioni da Presidente del Consiglio. Il suo governo non ha retto all’esplosione  del debito sovrano, all’incedere di una  grave crisi economica  troppo a lungo protervamente negata e al discredito che da qualche tempo (per  motivi anche miseri e avvilenti)  si riverbera sul nostro incolpevole Paese.

Non sappiamo se il tempo di  Berlusconi  –  dimostratosi più e più  volte capace di smentire chi lo aveva frettolosamente dato politicamente per morto – sia davvero  scaduto.  Ma se anche così fosse,  persisteranno a lungo gli effetti devastanti dell’ opera “culturale” forse più capillare e sistematica di questo periodo storico: l’assalto alla giustizia. L’idea che il controllo di legalità affidato alla magistratura non sia una funzione autonoma e indipendente da esercitare nel rispetto della Costituzione (e dunque nell’interesse di tutti i cittadini, senza distinzione di censo, razza, credo politico e affini) ma un’azione contingente, dettata da ragioni personali, arbitrarie o – peggio – al servizio di fazioni politiche. Un’operazione culturale  di cui  l’ex presidente del Consiglio ha fatto uno dei capisaldi della sua azione fin dalla “discesa in campo” del 1994.

Le origini dell’insofferenza alla legalità sono ben più risalenti e ogni giorno non mancano esempi di come essa sia radicata nell’Italia di oggi. Nessuna forza politica resiste all’attrazione fatale – ogni volta che la magistratura indaga sulla pubblica amministrazione o, più in generale, sul malaffare o le deviazione del potere – di evocare il fantomatico “scontro tra politica e magistratura”, come se fossimo in presenza di due fazioni contrapposte, animate da differenti diritti soggettivi da far valere. Ma accade anche in campi diversi dalla politica: movimenti popolari che – in nome di principi od obiettivi  di per sé rispettabili – rifiutano “energicamente” la giurisdizione  ancorché le forme di lotta o di  dissenso valichino pesantemente i confini della legalità.

L’idea, terribilmente italiana, di una giustizia a la carte, valida per gli altri ma mai per sé, è troppo diffusa perché ci si possa illudere che svanisca con l’uscita di scena del suo alfiere principale. I suoi  effetti rovinosi resisteranno  finchè  vi sarà  voglia di impunità. Perchè valgono ancora oggi le  considerazioni, svolte oltre cent’anni fa, da Gaetano Mosca in un saggio dedicato alla mafia: «quando si permette uno strappo alla giustizia e alla legalità, non è possibile prevedere dove lo strappo andrà a fermarsi e che può eziandio accadere che esso si allarghi tanto da ridurre a brandelli tutto il senso morale di un popolo civile».

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