Tra la via Emilia e la ‘ndrangheta

Giovanni Tizian, giornalista precario di 29 anni, da un mese è sotto scorta. Accade a Modena, in Emilia Romagna, dopo la pubblicazione di un libro-inchiesta sulle mafie al Nord.  Sopra la linea Gotica, Giovanni, aveva ricominciato la sua vita dopo l’omicidio del padre Peppe, vittima innocente della criminalità organizzata a Locri nel 1989

La strada per Pietra Cappa, nel cuore dell’Aspromonte, è lunga e tutta in salita. Si passa in auto da Locri per arrivare a Bovalino, dalla statale 106, poi si gira verso San Luca, paese di faide e di odi mai sopiti. Si cammina per una via stretta. Ad indicarti il percorso solo cartelli bucati dai pallettoni delle lupare. Bisogna suonare il clacson davanti ad una mandria di pecore e ad un pastore che ti guarda negli occhi e ti domanda chi sei, con il solo gesto di asciugarsi la fronte con la mano. Dopo alcuni tornanti bisogna lasciare la macchina e proseguire a piedi per tre ore. Non perdendo di vista la punta della montagna.
È l’estate del 2008. Ogni anno, in questo periodo, ci si ritrova su questi sentieri verso Pietra Cappa, per ricordare le vittime della ‘ndrangheta. In prima fila Deborah, che in cima alla montagna racconta la storia del padre Lollò, calciatore e fotografo. Il corpo di Lollò Cartisano lo ritrovarono proprio lì, in cima a quel monte che amava tanto fotografare. Lui fu l’ultimo sequestrato dalla ‘ndrangheta negli anni Novanta. I suoi familiari pagarono un riscatto che non servì mai a nulla, e per dieci anni rimasero senza un corpo da piangere. Deborah racconta questa storia, guarda in basso, poi negli occhi di chi la ascolta a cuore aperto. Si alza uno dei ragazzi che ha sentito con attenzione: “Io mi chiamo Giovanni Tizian. E sono il figlio di Peppe, impiegato di banca, ucciso il 23 ottobre 1989”. Peppe Tizian fu ucciso a colpi di lupara mentre percorreva la statale 106. Uno dei tanti omicidi di ‘ndrangheta che non ha avuto mai giustizia. Giovanni all’epoca era appena un bambino: “Cinque anni dopo l’omicidio ci siamo trasferiti per cercare di ricostruire la serenità e la tranquillità che non avevamo avuto in Calabria. Con la morte di mio padre abbiamo sentito addosso tutta la voglia che quella terra aveva di mandarci via. Abbiamo provato in un colpo solo tutta la solitudine del mondo. Mia madre ci portò via, a Modena, città accogliente che mio nonno conosceva bene”. Una città in cui ricominciare daccapo una nuova vita. Senza dimenticare dove si è nati.

Il giornalismo come impegno

Giovanni Tizian non aveva mai parlato pubblicamente dell’omicidio del padre. Per anni aveva tenuto tutto dentro di sé. Quel racconto spontaneo a Pietra Cappa rappresentò anche l’inizio di un percorso: tornato dopo le vacanze in Emilia, Giovanni comincia a mettere l’impegno antimafia davanti a tutto. Collabora e fa parte attivamente delle attività dell’associazione antimafia daSud e inizia a scrivere e a raccontare quello che accade in città, nella civilissima Modena. «Cominciando a scrivere – ricorda Giovanni – ho riaperto i conti con la mia vita. Il giornalismo mi ha tirato fuori il dolore». Inizia a collaborare con la Gazzetta di Modena, con Narcomafie e con altre testate attente ai suoi lavori di inchiesta. Più si guarda attorno e più riconosce le dinamiche da cui è già passato: il giro torbido di denaro, gli affari dei clan, i traffici che stavolta passano tra la via Emilia e la ‘ndrangheta.
«Modena e l’Emilia Romagna rappresentano per le mafie un luogo strategico per i loro interessi – scrive Giovanni sul libro-inchiesta Gotica – Potevo forse illudermi che sarebbe bastato cambiare regione per non sentire più parlare di boss, mafia e picciotti? Ingenuamente l’avevo sperato».
L’Emilia è una delle regioni più ricche d’Europa. Registra tassi di occupazione molto alti, che superano il 70% e che arrivano all’80% proprio a Modena e Reggio. Un patrimonio che fa gola ai clan che hanno il monopolio di molti settori produttivi, come conferma il procuratore di Modena Vito Zincani: “Il crimine organizzato è diventato più competitivo sul piano del prezzo, riuscendo a penetrare il sistema economico locale, in settori come il movimento terra, l’edilizia e la logistica. I contesti emiliani si sono dimostrati i più vulnerabili”.
Le infiltrazioni delle cosche passano per l’edilizia, le sale da gioco, le discoteche e i locali notturni. E tutto l’indotto che le riguarda: immobiliarie, slot machine, sicurezza, cantieri, catering e forniture varie. “Sopra la linea gotica – racconta Tizian – una larga fetta della società confonde i mafiosi con gli imprenditori e pensa di poter fare affari con loro. Accettano delle buone proposte commerciali non rendendosi conto che dietro la giacca e la cravatta ci sono dei sanguinari”. A Modena il clan più presente è quello dei casalesi. Tra Parma e Reggio Emilia, comanda la cosca ‘ndranghetista Grande Aracri. “Da quando lavoro in Emilia – racconta Giovanni – ho scoperto che casalesi, ‘ndrangheta e Cosa nostra, operano qui come se fossero a casa loro. Nell’ultimo anno le indagini sono state numerose: arresti, sequestri, processi. Le cosche corrono rapide di cantiere in cantiere e consolidano il loro potere. Raccontare i loro affari e seguire il percorso del denaro mafioso significa buttar giù la barriera di legalità creata grazie alla connivenza dei “colletti bianchi”. Dinamiche che rendono i boss invisibili e socialmente accettati”. 

Un presente precario

Per questo lavoro documentato e coraggioso, Giovanni Tizian, da giornalista freelance di 29 anni, si trova sotto scorta dal 22 dicembre. “Vivo una situazione di doppia precarietà: sia fisica che economica – afferma –. Anche se sono stato minacciato, ogni giorno devo comunque scrivere il mio pezzo. Sennò non vengo pagato”. La Direzione distrettuale antimafia di Bologna ha aperto un’inchiesta sulle minacce che hanno portato la prefettura di Modena a dare la scorta a Giovanni. Indagini che rimangono segretissime. Anzi aver reso pubblica la notizia, a detta del capo procuratore Roberto Alfonso,  ha creato seri danni all’inchiesta della Dda. «Siamo in una fase talmente delicata che nemmeno Tizian può sapere cos’è accaduto realmente – spiega Alfonso –. Si tratta di una situazione che va salvaguardata e che richiede di agire con tempestività e prudenza. Il giornalista in questi anni ha scritto tante cose, libri e articoli. Qualcuno si è risentito per qualcosa che ha trattato e che lo riguardava».
Nonostante le minacce, Giovanni va avanti e non si stanca di ripeterlo nelle decine di interviste rilasciate. Spera che tutto questo possa in qualche maniera smuovere le assopite coscienze che non vedono o che fanno finta di non vedere le attività dei clan al Nord Italia. «Cerco di trovare il modo di continuare a fare questo mestiere – dice – e sono sicuro che lo troverò. Un giornalista, da solo, non può cambiare il mondo, ma credo profondamente nell’utilità sociale di questo mestiere».

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