‘Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea Gotica

«Partimmo per l’Emilia Romagna. Lontano dalla logica violenta che opprime il paese da cui provengo. Dalla Calabria, regione ostaggio di pochi e lager di molti»

Per gentile concessione della casa editrice Round Robin, pubblichiamo uno stralcio del primo capitolo del libro Gotica di Giovanni Tizian

Direzione Modena. Terra di motori, tortellini, tortelloni, aceto balsamico, ceramiche, cooperative, comunisti. Terra di accoglienza e solidarietà. Una città dove finalmente avrei potuto smettere di essere scheletro e fantasma. Un luogo dove tornare a essere ragazzo. Dove poter recuperare gli anni perduti, annegati nell’oceano del dolore e del silenzio. Un modo per rimettere assieme i pezzi di quel che rimaneva della mia infanzia. In arrivo dal profondo sud, Modena appariva stranamente ordinata nella sua frenesia e dinamicità. Una città viva, fatta di luci, traffico, casino, palazzi, semafori, cinema e chilometri di piste ciclabili… Oggi sembra una follia un pensiero simile: la normalità. Ma negli occhi di un bambino di undici anni che veniva da un luogo dove non esisteva nulla o quasi, tutto era una scoperta. E se inizialmente ho provato tristezza e malinconia per la casa in cui ero nato, per il riflesso del sole, della luna e delle stelle sullo ionio, per la fragranza di gelsomino, basilico e menta, per il viola delle bucanville, per le aurore e i tramonti camaleontici, dopo qualche anno diventai cosciente della possibilità offertami dalla vita. E nonostante tutto potevo considerarmi fortunato. Sì, mi convinsi che a Modena avrei costruito il mio futuro lontano dai cartelli stradali bucati dal piombo, dagli sguardi che esigono asservimento, dai marciapiedi lastricati di sangue, dai boati dei kalashnikov in piena notte esplosi contro le saracinesche. Via da tutto questo per rimuovere e ricominciare. Già, chiedevo solo di rimuovere, di dimenticare, di cancellare le impronte di sangue ancora caldo e il puzzo di cancrena della mia terra impresse nei miei pensieri e nella
mia anima. Una necrosi mai curata, lasciata progredire e agevolata dalla rinuncia a (r)esistere. Invece di amputare il piede malato ci siamo ritrovati con tutto il corpo colmo di pus.
Una purulenza fatta di mazzette, malapolitica, corruzione, pizzo, droga, violenza, morti, bombe, piombo, lusso, ipermercati, appalti, clientele, cantieri, veleni e rifiuti. L’Emilia e la sua normalità mi avrebbero aiutato, ne ero convinto e rimango tuttora convinto della bontà di una scelta maturata nel caos. Una fuga per la libertà.
Potevamo scegliere di restare. Di accettare gli aiuti di Sebastiano Romeo detto “U staccu”, defunto boss di San Luca, e di riavviare l’impresa carbonizzata. In Calabria non si muove nulla se non dopo il consenso del boss. Accettare aiuti da chi si proponeva di risollevare le sorti aziendali e della nostra famiglia, avrebbe voluto dire accettare le dinamiche assurde che portarono all’incendio alla morte di mio padre. Sciacalli, creatori di bisogni indotti. Fomentano la paura creando condizioni di insicurezza per proporti, previo pagamento, di riacquistare la tranquillità che diventa merce. Il pizzo strumento, moneta di scambio. Ma rimane un fatto, certo, indissolubile: la paura, in terra di mafia, la creano e la monetizzano i mafiosi. Le vittime, come consumatori accecati dal terrore del potere, ostentato dai bravi di Don Rodrigo, sono costrette a pagare ciò che gli spetta per diritto: la sicurezza.

Il passato non si cancella

Eravamo troppo soli per iniziare una battaglia antimafia a Bovalino nel 1988. E già prima di iniziare questa ipotetica lotta piangevamo i nostri morti ammazzati. Non esistevano ancora associazioni a difesa delle vittime, la società civile calabrese respingeva la parola ’ndrangheta per paura di essere etichettata tutta, sommariamente, con quella “strana” parola. Un isolamento inquietante. Pauroso. Minaccioso. Che ci ha condotto al di là dell’Aspromonte, del Pollino e oltre gli Appennini. Se fosse accaduto oggi tutto ciò di cui vi ho parlato? Avremmo avuto il coraggio di rimanere nella nostra culla tra fiori e sapori mediterranei e lottare sul campo?
Ipotesi di un passato traslato all’oggi. Domande che mi pongo spesso ultimamente e forse inutilmente. Il passato non si cancella e dopotutto è meglio che rimanga lì immobile a segnarci la strada, a evitare gli errori già compiuti e a ricordare gli abusi subiti. La mia strada portava a Modena. Innocente com’ero e ignaro della potenza delle mafie pensavo di chiudere definitivamente con certe realtà e intrallazzi. A quell’età non potevo immaginare che tanti mafiosi avessero già da tempo realizzato il loro progetto espansionistico. Arrivai a Modena nel 1992, in tempo per iniziare le scuole medie. Superai l’adolescenza e i conflitti con le regole imposte. Iniziai finalmente
l’università e cominciai a rendermi conto che la puzza di mafie e di morte aveva raggiunto la tranquilla pianura padana fin da quando vivevo a Bovalino. I bastardi sfruttano la nostra terra, ci chiedono il pizzo, trasformano le nostre strade nel Far West dei film di Sergio Leone e in silenzio approdano, con i loro “piccioli” insanguinati, nelle località del Nord Italia per reinvestirli, pulendoli dalle croste insanguinate che li rendono riconoscibili, riciclandoli in attività legali. E questi si definiscono uomini d’onore. Lasciare la loro terra morire di fame, di disoccupazione, di veleni e di dolore per non mostrarsi padroni di tutto, per non ostentare la ricchezza illecita, per non destare sospetti tra la popolazione che li guarda con rispetto e riverenza.

L’ossatura del Paese

Nella Locride e nei paesi aspromontani gli ’ndranghetisti non ostentano la ricchezza e i patrimoni accumulati. I mammasantissima vivono in palazzotti grigi, a più piani, ma anonimi. Al loro interno però si lasciano andare. È un pullulare di oggetti di valore: rubinetti in oro, quadri, tecnologia di ultima generazione. A moglie e figli bisogna mostrare quanto benessere dà la ’ndrangheta. Non al popolo, però, perché l’invidia è elemento essenziale della delazione. Celare la ricchezza è funzionale al mantenimento del mito del capomafia vicino al bisognoso. Folklore.
Puro folklore. La realtà è una sola: investono al Nord, per non destare sospetti tra gli investigatori, per non creare invidia tra la gente del posto e ripulire in maniera indolore milioni e milioni di euro. E così, economie già ricche e prosperose vengono inondate da un fiume di ricchezza sommersa, non dichiarata, invisibile, sporca, putrida, frutto dei crimini peggiori. Economia legale ed economia illegale viaggiano su due binari paralleli, sempre più spesso accade che s’incrociano, si uniscono fino a formare un ibrido in cui l’illegale sfuma nel legale facendo perdere ogni traccia. Da San Luca, Platì, Reggio Calabria, Palermo, Catania, Castelvetrano, Casal di Principe, San Cipriano D’Aversa, Napoli partono grossi capitali illeciti che da Sud affluiscono nell’economie già opulente del Nord e nei mercati finanziari. I capitali mafiosi nel loro fluire da sua a nord formano una sorta di ossatura del Paese, la sua spina dorsale. E se risulta possibile, pur con numerose difficoltà, rintracciare, sequestrare e confiscare un immobile acquistato con soldi sporchi di un clan, è impossibile rintracciare la provenienza del denaro se questo è stato utilizzato per l’acquisto di titoli azionari. La tracciabilità del denaro non è più possibile perché quei soldi si perdono tra i meandri della finanza. Diventano azioni. Si comprano, si rivendono. Nella finanza d’avventura il capitale mafioso ha trovato accoglienza, necessaria omertà e massima invisibilità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Si informano i lettori che i commenti troppo lunghi potrebbero essere considerati SPAM e cestinati in automatico.
Vi preghiamo pertanto di essere concisi nei vostri commenti.