Storia di uno che non s'è arreso - I Siciliani Giovani

Storia di uno che non s’è arreso

«Non mi sento un eroe, ho fatto 28 denunce contro estortori e mafiosi, ho subito trenta intimidazioni e danni per 300 mila euro, ma oggi posso guardare negli occhi mio figlio. Solo, vorrei che lo Stato ci lasciasse meno soli»

Ignazio Cutrò si racconta così: «Non mi sento un eroe, ho fatto oltre 28 denunce contro mafiosi ed estorsori, ho subito una trentina di intimidazioni, subìto danni per 300 mila euro, eppure oggi posso guardare negli occhi mio figlio e dire ad altri imprenditori che occorre denunciare. Solo, vorrei che lo Stato ci lasciasse meno soli».
Da pochi giorni Cutrò, dopo tante sofferenze e umiliazioni, può dire con fierezza di aver vinto la sua battaglia. Ora, però, che la situazione sembra volgere al meglio, è impossibile non ripercorrere la sua storia, fatta di errori macroscopici da parte dello Stato, di continue intimidazioni, di appelli inascoltati e di gesti eclatanti.
Cutrò circa dieci anni fa ha denunciato e fatto arrestare i propri estorsori mafiosi. Tra questi, un vecchio compagno di scuola. La vicenda si sviluppa a Bivona, nell’entroterra agrigentino, in piena terra di Cosa nostra. Grazie anche alle dichiarazioni dell’imprenditore agrigentino, il 15 luglio del 2008 scattò l’operazione antimafia della Dda ”Face off”, che consentì di arrestare sette persone e di smantellare la cosca mafiosa della cosiddetta ”Bassa Quisquina”. Un clan che si sarebbe occupato, in particolare, delle estorsioni.
Cutrò racconta la sua vita ”blindata” dopo la decisione di ribellarsi al racket: «Una parte dello Stato è sempre stata con me, ed è costituita dagli angeli della scorta che mi proteggono tutti i giorni». Ignazio Cutrò è l’unico testimone di giustizia in Italia che ha scelto di rimanere nel posto dove ha subìto minacce, ritorsioni e attentati.
Ma la sua storia ha assunto i contorni dell’incredibile quando è subentrato lo Stato. L’ultimo episodio è avvenuto poco prima di Natale, quando la “Serit Sicilia”, agente della riscossione per la provincia di Agrigento, gli ha recapitato una “Comunicazione Preventiva di Ipoteca” per un importo di 85.562,56 euro, relative a cartelle che dovevano essere bloccate dalla sospensiva prefettizia. Questo perché, per un errore della macchina burocratica, lo Stato non ha sospeso i debiti dell’imprenditore-coraggio e non gli ha rilasciato i documenti necessari per il riavvio dell’azienda. Una situazione paradossale, che vedeva Ignazio Cutrò, impossibilitato a lavorare e, oltretutto, a dover pagare entro lo scorso 16 gennaio una cifra impossibile. Pena: l’iscrizione di ipoteca sui beni immobili.
È proprio la tempistica del rilascio della sospensiva il nodo intorno al quale si sviluppa la vicenda di questo coraggioso imprenditore. Dopo aver ottenuto, come prevede la legge per le vittime del racket, la temporanea sospensione prefettizia con la quale sono stati congelati i debiti contratti con le banche, impegni contratti per rimediare ai danni causati dagli attentati, l’Inps ha notificato di non riconoscere questa sospensiva così non rilasciando i documenti indispensabili per riavviare l’azienda.
A novembre Di Pietro ha rivolto all’allora ministro dell’Interno Maroni un’interrogazione a risposta scritta, nella quale si segnalava il caso dell’imprenditore. Finora l’unica risposta è stata il silenzio. Proprio il 16 gennaio, data della scadenza della cartella esattoriale, l’uomo ha iniziato uno sciopero della fame e della sete. Che fortunatamente è durato un solo giorno. Perché l’imprenditore e la sua famiglia sono stati ricevuti dal presidente della Regione Sicilia Lombardo, che si è preso l’impegno di risolvere l’intrigata matassa. «In ogni caso, qualsiasi intoppo burocratico verra’ superato e se non dovesse essere possibile ottenere la sospensione di questi tributi – ha aggiunto – l’amministrazione regionale potrà intervenire direttamente con dei fondi dedicati per garantire la continuità operativa dell’impresa di Cutro».
Ma Cutrò non ha dimenticato le polemiche anche più recenti che lo hanno coinvolto: «Non cerco privilegi, non voglio benefici, ma rivolgo un appello alle istituzioni per far sì che vengano rispettate le procedure per consentirmi di avere il Durc e tornare a lavorare ha detto l’imprenditore. Ringrazio il Viminale per essere intervenuto sulla mia vicenda». Il riferimento è a una nota diffusa in serata dal Viminale nella quale si precisava che «Ignazio Cutrò beneficia di tutte le misure previste dalla legge sui testimoni di giustizia. Il predetto – aggiungeva la nota – ha ricevuto consistenti elargizioni dal Commissario antiracket e antiusura, quale vittima di estorsione, e fruisce di adeguato dispositivo di scorta».
Nella nota si sottolineava anche che «la direzione dell’Inps di Agrigento ha fornito ampia disponibilità al rilascio della documentazione, necessaria per consentirgli di proseguire l’attività imprenditoriale. Quanto alla problematica inerente le cartelle esattoriali, di recente segnalata dall’interessato – concludeva il Viminale – la Commissione centrale per i programmi di protezione precisa di avere disposto l’audizione dell’interessato per la prossima riunione, al fine di individuare ulteriori possibili interventi, oltre a quelli già disposti dall’amministrazione».
La prima volta che si parlò della vicenda di Cutrò fu quando la scorta che accompagnava la figlia dell’imprenditore venne bloccata dalla protesta del corpo insegnante all’ingresso del liceo che la ragazza frequentava. Poco dopo, il gesto più clamoroso: Ignazio si incatenò davanti al Viminale per cercare il sostegno dello Stato. Ma non bastò. E così Ignazio mise in vendita su Ebay i propri organi. «Sono disperato – raccontò – E lo Stato dopo tanti appelli mi ha lasciato da solo». Parole ormai lontane. «Ora voglio ricominciare e tornare a fare il mio lavoro». Ignazio, ora, ha un nuovo obiettivo: «Voglio creare un’associazione che tuteli tutti i testimoni di giustizia». Per non ripetere più gli errori del passato.

 

SCHEDA

TESTIMONI DI GIUSTIZIA

Sono poco più di 70 in tutta Italia, ma per lo Stato è come se non esistessero. A volte sopportati, a volte dimenticati del tutto: sono i testimoni di giustizia. Cittadini italiani che hanno scelto di combattere la criminalità senza esserne mai stati organici, al contrario dei collaboratori al quale è stato equiparato fino al 2001, quando una legge dello Stato ne ha riconosciuto lo status, prevedendo misure di tutela e assistenza. Si tratta di cittadini che hanno visto cambiare in maniera radicale la loro vita in seguito alla loro scelta. Che è fondamentalmente una scelta di onestà e giustizia. Via dalla propria città, divieto di avere ogni tipo di contatto con parenti e amici, nuove identità e esistenze blindate. E perennemente sotto controllo. Lea Garofalo era una di questi. E ha pagato con la vita la sua scelta. Pino Masciari è forse il testimone di giustizia più famoso. Un uomo che di fronte alle mancanze di uno Stato che non gli permetteva di vivere, ha scelto di uscire allo scoperto. Ora gira l’Italia e racconta la sua storia a scuole e organizzazioni. L’ultima volta che lo Stato si è occupato dei collaboratori di giustizia è stato nel 2008, quando la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare rilascio una relazione sui tesiìmoni di giustizia. Un documento molto critico sia per quello che riguardava le procedure con le quali si assicurava la loro segretezza, sia per il pressochè abbandono che i testimoni di giustizia pativano in seguito ad un risarcimento economico, quasi sempre di ammontare irrisorio a fronte delle spese e difficoltà da affrontare.

 

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