Storia di un prete e di un infame e omicidi senza mandanti

C’è un prete in provincia di Caserta. Non è un prete normale. Porta un cognome pesante, ma non per questo è da considerare un prete sbagliato. Quel nome evoca predominio del territorio, affari con la politica e a quanto pare anche con la chiesa, che non è la chiesa della carità, ma sempre chiesa è. Evoca guerre. Guerre di camorra, morti innocenti e meno innocenti. Si chiama Schiavone, il prete di provincia. Per la verità anche il nome di battesimo del prete, Carmine, è abbastanza inquietante in zone come quelle dell’Agro Aversano. Don Carmine Schiavone, il prete di paese, non ha, o perlomeno non dovrebbe avere niente a che vedere con il più noto Carmine Schiavone, camorrista di primo piano e poi pentito e poi ancora pentito di essersi pentito. Il suo mestiere è fare il sacerdote. Ha scelto di curare le anime e le coscienze fin quando non diventano anime.

A quanto pare questo Carmine Schiavone prete, vice parroco della chiesa dell’Annunziata di Villa Literno, non si sarebbe limitato ad impartire solo sacramenti ai fedeli, alle anime pie. Egli, a giudizio dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, sarebbe stato il confessore, il padre spirituale di un camorrista di primo piano, quando questi era latitante. Chi è il camorrista? Nicola Panaro, uno potente e molto in alto nella gerarchia criminale del clan dei cosiddetti casalesi. Uno che, oltre ad una serie di complicità e coperture, che per anni gli hanno garantito una latitanza tranquilla e dorata, aveva il privilegio di avere un proprio cappellano, come ogni mafioso che si rispetti. “Ti auguro tutto il bene che un prete può augurare ad un uomo”, c’era scritto in una delle tante missive che il prete di paese mandava al camorrista latitante. E certo, un prete non può che augurare agli uomini tutto il bene possibile! Solamente che Nicola Panaro non è un uomo. C’è differenza tra un criminale come Nicola Panaro ed un uomo. Egli è un criminale che più che ad un uomo somiglia ad una bestia feroce.

Nicola Panaro, forse pochi lo sanno, è stato implicato nella vicenda dell’assassinio di Federico Del Prete, l’ambulante sindacalista ucciso a Casal di Principe il 18 febbraio del 2002 dalla camorra, per essersi opposto al clan La Torre e non solo. Aveva fatto arrestare un vigile urbano, emissario del clan, ed aveva convinto i suoi colleghi ambulanti a testimoniare nel processo e per questo andava eliminato.

A chiamare in causa il camorrista – assistito dal prete di paese – Nicola Panaro è un certo Antonio Corvino, anch’egli esponente di spicco del clan dei casalesi, che si è autoaccusato di essere stato uno degli esecutori materiali dell’omicidio del povero Del Prete, che pensava di poter cambiare le cose in una terra di assassini e complici di assassini, denunciando gli intrecci tra istituzioni e camorra. Antonio Corvino ed il cugino Romolo ricevettero numerose pressioni da parte di vari camorristi affinché intervenissero per chiudere la bocca al sindacalista. Tra questi anche Nicola Panaro. Ecco, tratto dal libro A testa alta (Di Girolamo editore), cosa Antonio Corvino riferisce ai magistrati della DDA: […] Del Prete Federico […] iniziò a occuparsi delle condizioni in cui si svolgevano le fiere e i mercati […] e successivamente denunciando i disservizi e i fatti illeciti che si verificavano nelle fiere anche all’autorità giudiziaria. Proprio in virtù di questo suo operare cominciò a dare fastidio ai casalesi e in particolare ad Antonio Schiavone il quale lavorava presso il comune di Casale […]. Ricordo che venne a casa mia Nicola Panaro, fratello di Sebastiano, per sollecitare un intervento di mio cugino Romolo e mio su Del Prete al fine di distoglierlo dalla sua attività di denuncia in relazione ai fatti collegati allo svolgimento delle fiere e dei mercati. Successivamente, anche in considerazione del persistere di tale situazione, fui avvicinato da Schiavone Vincenzo e Giuseppe Misso i quali, con maggiore insistenza, richiesero un nostro intervento risolutivo. Sia io che mio cugino Romolo abbiamo più volte invitato Del Prete a desistere da questa attività rappresentandogli il pericolo a cui era sottoposto senza però sortire alcun esito. Nel gennaio 2002 la situazione precipitò e infatti Schiavone Vincenzo e Giuseppe Misso ci chiesero di porre fine a questi problemi e di procedere all’eliminazione del Del Prete. Ricordo che ogni due, tre giorni ci chiedevano informazioni sul perché non veniva eseguito l’omicidio prospettandoci anche di riferire ai capi la nostra titubanza nell’esecuzione dell’omicidio […].

A don Carmine Schiavone, che si genufletteva ai piedi del boss, ora indagato a piede libero, è stato chiesto di farsi da parte. O meglio, per usare le parole della sua Curia: “… gli è stato chiesto di osservare un periodo di prudente ritiro dalle ordinarie attività pubbliche del suo ministero”. Curia, un po’ di chiarezza in più non sarebbe guastata! Soprattutto perché i fatti che coinvolgono don Carmine Schiavone sono fatti accaduti in un territorio dove un altro sacerdote, don Peppino Diana – che non scriveva lettere ai camorristi, ma appelli al suo popolo e per amore di esso – è stato massacrato dalla stessa camorra.

Don Peppino Diana non scriveva lettere ai camorristi, ma sono certo che se egli avesse potuto mai prendere carta e penna per scrivere al camorrista Nicola Panaro, la prima cosa che gli avrebbe chiesto sarebbe stata quella di dire tutta la verità sui mandanti dell’omicidio di Federico Del Prete, che per quella morte non hanno ancora pagato.

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