Pesci piccoli

Quando cresci in un quartiere a rischio

Eugenio ha 23 anni, è papà di Davide, un mese, e sta scontando l’ultimo anno di pena detentiva. Diciamo che il curriculum è vario e lungo: spaccio, associazione, rapine, possesso di armi. Aveva diciassette anni quando lo hanno fermato

 

Al processo è stato condannato a dodici anni di reclusione, per reati iniziati all’età di quattordici anni, che poi all’appello, per la minore età e buona condotta, sono scalati a sei anni e otto mesi.
Eugenio è cresciuto nel quartiere Giostra, zona a rischio a Messina, molto spesso sui giornali perché luogo di sparatorie o spaccio o pesanti risse tra ragazzini.
Quando cresci in un quartiere a rischio funziona così, se non vuoi essere schiacciato devi pestare. È la legge del quartiere, viene messa in atto dai grandi e i figli imparano a rispettarla e farla propria e poi metterla in pratica a loro volta. È la loro norma, questa, la loro normalità.

“Nel mio quartiere” racconta Eugenio “i bambini sono tutto il giorno per le strade, a giocare, spesso si alzano le mani fra loro e i genitori non si preoccupano di dove sono né se giocano nello sporco.” A scuola non sempre vanno, passano le giornate nelle piazzette e pure tra loro comanda la legge del più forte: se il più grande si annoia a giocare, quel pomeriggio nessuno giocherà per rispetto a lui. “E poi crescono e magari non hanno soldi e iniziano a fare ciò che vedono succede in quartiere. Iniziano con piccolezze, a rubare biciclette ad esempio. Poi entri nel giro e conosci gente più in alto. Io una famiglia che mi è stata vicino ce l’ho avuta, ma molto spesso nel quartiere le famiglie non si preoccupano di quello che i ragazzi fanno o con chi sono.”

“A 14 anni pensavo di poter avere il mondo, mi sentivo potente, e anche se i miei genitori mi vietavano di uscire di casa perché sapevano cosa facevo, io facevo di nascosto uscendo dalla finestra. Io non avevo paura di niente, non calavo la testa a nessuno.”
Quando cresci per strada e il comune non ti ascolta, la scuola non ti insegna che ci sono altri modi di vivere, altri tipi di scelte, e la famiglia è assente, ciò che conta sei tu, guadagnarti il rispetto, e quanto è necessario essere sempre più forte degli altri. E cresci con la convinzione che tu puoi avere il mondo, che è già tutto nelle tue mani, che niente e nessuno merita più rispetto di te.

“Ma io ero solo un pesce piccolo, in mezzo a tanti altri. Ho iniziato rubando, poi ho provato la droga, e per poterla comprare dovevo venderla e così sono entrato nel giro, incontravo persone che non sapevo chi fossero e cosa facessero. A me davano la roba e io la vendevo. Poi mi chiedevano favori, magari di portare dei pacchi a delle persone e mi dicevano che ero forte, che il mondo era il mio, e io per farmi volere bene da loro glieli facevo.”
Si crea, tra scambi di favori, una fitta rete tra le famiglie del Quartiere, che diventa la politica stessa del quartiere e che viene tenuta dall’alto da un pesce grosso, che mantiene la tranquillità.
“Se c’è un pesce grosso le famiglie sono più serene. Quando dei pesci grossi fuori non c’è nessuno, iniziano a comandare i ragazzi, che fanno più paura, sono cani sciolti in lotta tra loro.”

In quartiere rubare vuol dire diventare grande, così tutti i ragazzini che non vogliono sentirsi sottomessi, lo fanno, e spesso le famiglie lo sanno, tutti lo sanno, ma per loro è normale così. In fondo anche i loro genitori sono cresciuti in quartiere, e vedono nei figli la loro vita, le loro scelte ripetersi nelle situazioni che anche loro hanno affrontato una volta.
E poi al momento dell’arresto le mamme piangono, e maledicono “gli sbirri che si sono portati via il figliolo”. Quando hanno scontato la pena, escono dal carcere e “si sentono potenti, immortali, perché hanno sopportato anni di galera”.

 “Per me tutto questo era normale, la mia vita per me era giusta. Quando ad esempio capitava che i servizi sociali venissero in quartiere per portarsi via un bambino, io non capivo che era per il suo bene, non mi rendevo conto che non è giusto che un bambino viva per strada e viva le situazioni del quartiere. Io vedevo solo la sofferenza della famiglia. Poi, dopo l’arresto, in carcere ho avuto modo di riflettere e di capire. Ho iniziato, nel 2010, un’esperienza con la Comunità Papa Giovanni XXIII che mi ha cambiato. Ho capito che io posso avere altre possibilità, che quello che pensavo e facevo non era giusto, che ciò che vedevo non poteva essere normale. Ho capito, vivendo in una famiglia della Comunità, che un bambino deve imparare ciò che è giusto dai genitori, e ho scoperto, lavorando in una Falegnameria, che sono capace di costruire.”

Ed è una possibilità che non tutti hanno, quella di capire, che molti si lasciano sfuggire.
Che idea può avere della vita un ragazzino cresciuto per strada, lasciato solo dalle istituzioni, dalla città, che vede andare avanti la sua famiglia solo grazie ai soldi sporchi e le leggi della strada? E se manca il lavoro e la famiglia ha bisogno di soldi, e magari i genitori sono in carcere, il comune non si interessa e la città non lo ascolta, chi lo aiuterà sarà il pesce grosso del quartiere che in cambio di favori lo pagherà.  Se non gli verrà mai offerto qualcosa d’altro, di migliore e di più giusto, lui farà sempre scelte sbagliate, perché forse nessuno gli ha mai insegnato cosa è giusto. Per lui è giusto, ritornando all’esempio di prima, che la sua famiglia mangi oppure essere al passo con i tempi e avere l’ultimo cellulare, da dove vengono i soldi e come se li è procurati è secondario.

Sono la mancanza di alternative, la povertà e l’ignoranza ad alimentare la criminalità.
E per sconfiggerla, semplicemente si potrebbe insegnare la bellezza, educare alla pulizia, all’avere attenzione e cura delle cose: “se si insegnasse alla gente la bellezza, la si fornirebbe di un’arma contro la paura, contro l’omertà”, diceva Peppino Impastato.
Finché non si lavorerà nei quartieri e nelle zone più povere delle città, introducendo la cultura, l’educazione alla legalità e la creatività, la mafia avrà sempre terreno in cui coltivarsi e crescere.

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