Nell’Italia del 2012

Su un vecchio libro polveroso degli anni 70 leggo di un sistema fiscale definito “progressivo”. Vuol dire che chi guadagna di più, paga tasse più alte. A quei tempi uno che guadagnava 42 milioni di lire pagava quasi 5 milioni di imposte, meno del 12%; un ricco con un reddito di 1,2 miliardi, ne dava al fisco il 42%; un ricchissimo da 6 miliardi, ne dava più della metà, quasi il 59% . A quei tempi dovevano essere pazzi, o molto ignoranti. I nostri professori ci dicono tutti i giorni che le tasse troppo alte non aiutano l’economia e sono sono contro la libertà.

Per fortuna oggi è tutto diverso. Nell’Italia del 2012 uno che guadagna 22 mila euro (le lire non ci sono mica più) paga suppergiù 4200 euro, cioè il 19,2%; chi ne guadagna 620 mila, paga 260mila euri, il 42%; chi arriva a 3,1 milioni, ne sborsa allo stato 1,326, cioè il 42,7%. Una bella differenza. E’ il progresso che ha preso il posto della progressività.

Lo stato, ai tempi del mio libro polveroso, da quei tre cittadini ricavava quasi 4 miliardi di lire. Con le regole di oggi, quindi col progresso, quei tre avrebbero pagato molto meno: poco più di 3 miliardi. E lo stato? Con un miliardo in meno, forse avrebbe chiesto denaro in prestito, magari a quel cittadino ricchissimo che ha pagato il 42,7% invece del 59%. Certo, versare degli interessi ai cittadini più ricchi, per avere denaro fin lì prelevato sottoforma di imposte, più che progresso pare una grande sciocchezza…

Sul mio libro è scritto che fino all’82 in Italia si pagava il 72% di imposte sugli scaglioni di reddito più alti, oggi siamo al 43%. Non sarà che questa sciocchezza è un pezzo di storia del debito pubblico italiano?

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