‘Ndrangheta, holding mondiale del crimine

La Direzione nazionale antimafia: «’ndrine pericolose dal Sud al Nord ma c’è risveglio della società civile e del mondo dell’informazione»

«Fenomeno nazionale e internazionale tanto da potere essere definita presenza istituzionale strutturale nella società calabrese, interlocutore indefettibile di ogni potere politico ed amministrativo, partner necessario di ogni impresa nazionale o multinazionale che abbia ottenuto l’aggiudicazione di lavori pubblici sul territorio regionale». Questa è la ‘ndrangheta, raccontata in un passaggio della relazione annuale curata dalla Procura nazionale antimafia, guidata da Piero Grasso. A fronte di una fase di transizione “superata” da parte di Cosa nostra, di una molteplice scissione interna ai clan della Camorra che la rendono potenzialmente più pericolosa sotto il profilo della violenza criminale sul territorio, è la ‘ndrangheta l’organizzazione sulla quale, anche quest’anno, i magistrati dell’ antimafia concentrano la loro attenzione. E lanciano l’allarme. Quest’anno confortato da un dato: l’attenzione dedicata dal mondo dell’informazione al tema e da un “risveglio della società civile” che ha permesso di superare il cono d’ombra che ha coperto per anni questa “holding criminale”.

 

A farne oggi l’organizzazione più pericolosa una “potenza finanziaria superiore alle altre” e la sua presenza “più numerosa e radicata”. Scrivono i magistrati della Dna: «L’organizzazione si avvale di migliaia di affiliati che costituiscono presenze militari diffuse e capillari ed, al contempo, strumento di acquisizione di consenso, radicamento e controllo sociale». A seguito delle operazioni Crimine 1 e 2 gli investigatori hanno affermato che “il processo di internazionalizzazione dell’organizzazione in parola è vieppiù progressivamente avanzato: alla presenza in terra straniera di immigrati calabresi “fedeli alla casa madre” ed operativi (sul piano degli investimenti e del riciclaggio di profitti illeciti) si è aggiunta una strutturale presenza (militare e strategica) di soggetti affiliati a “locali” formati ed operanti stabilmente in terra straniera che, fermo restando il doveroso ossequio alla “casa madre”, agiscono autonomamente secondo i modelli propri dei locali calabresi autoctoni. Il disvelamento di organizzati locali in Germania, Svizzera, Canada ed Australia conclama vieppiù detto processo di progressiva globalizzazione della ‘ndrangheta che, da fenomeno disconosciuto (o, per meglio dire sottovalutato), può oggi essere considerata una vera e propria “holding mondiale del crimine”. Una analisi dettagliata quella curata dalla Direzione nazionale antimafia che parte dalla radiografia delle storiche organizzazioni criminali, da Cosa nostra alla ‘ndrangheta, dalla camorra alla Sacra Corona Unita, passando in rassegna tutte le principali operazioni investigative dell’ultimo anno e i settori maggiormente permeabili: economia e politica.

 

In particolare per la ‘ndrangheta, i magistrati sottolineano il regime di “parità” con il quale le ‘ndrine riescono a interloquire con questi fondamentali settori. Ma non solo dati negativi. La relazione della Dna, soprattutto in merito alla situazione della mafia calabrese, registra anche importanti risultati. Non sono solo i numeri di sequestri, confische, e arresti di latitanti ma anche una “sorta di risveglio della coscienza civile”, ossia una marcata e consapevole presa di posizione civica che lascia intravedere l’inizio di una strenua lotta culturale ed etica volta al riscatto ed alla progressiva emarginazione del “cancro sociale” che ha attanagliato da decenni la Calabria”. Anche da parte del mondo dell’informazione.

 

Cosa nostra, Camorra e Sacra Corona Unita

 

Ma è il resoconto delle attività investigative della mafia siciliana ad aprire la relazione della Direzione nazionale antimafia. Sebbene messa in ginocchio da arresti e confische, Cosa nostra mostra una vivacità criminale che segnala come sia stata superata la cosiddetta fase di “transizione”, dovuta all’arresto dell’ultimo capo corleonese, Bernardo Provenzano e ai suoi successori, come i Lo Piccolo. Nei mesi scorsi il procuratore di Palermo, Messineo aveva lanciato l’allarme: “Cosa nostra tenta di ricostituire la Cupola” e anche la relazione della Dna conferma in parte questi tentativi di riorganizzazione, consegnando sempre alle famiglie della città di Palermo il ruolo decisionale e operativo di Cosa nostra. E alla vicina Trapani, città di origine dell’ultimo grande latitante di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro, il ruolo di comprimaria nelle strategie di risalita di Cosa nostra. «L’organizzazione continua a mantenere un penetrante controllo del territorio e a riscuotere consensi tra l’opinione pubblica – scrivono i magistrati della Dna». I magistrati antimafia sottolineano l’urgenza di trarre in arresto il latitante Messina Denaro, in stretto rapporto con la struttura verticistica palermitana e a capo della cosiddetta “commissione provinciale” di Trapani. Più frammentata la situazione nelle province orientali, come Catania e Messina. Su quest’ultima i magistrati della Dna sottolineano “il cono d’ombra” in cui si stanno sviluppando dinamiche “palermitane” favorite dalla bassa attenzione con la quale si guarda alla provincia, spesso ritenuta meno permeata da attività criminali.

 

Frammentazione e faide anche per la Camorra che dopo l’arresto dell’ultimo grande latitante, Michele Zagaria, si trova in una situazione di riassetto degli equilibri. Continuano delitti e omicidi (che non riguardano la provincia di Caserta) in Campania e anche le proiezioni dei clan fuori dai territori di origine. In merito all’organizzazione dei clan i magistrati scrivono: «I clan hanno strategie comuni ma non inserite in programmi di lungo respiro comuni». La grande pressione delle forze investigative e di intelligence ha consentito, però, di mettere a segno numerosi colpi contro i clan: dalle numerose confische, ai sequestri preventivi, agli arresti di latitanti. I magistrati, nella relazione, segnalano anche il contributo dato dai collaboratori di giustizia da un lato e la pericolosità che il riacutizzarsi di faide a causa di questa tendenza separatista interna. Due focus sono dedicati ai rapporti con pezzi della politica e pezzi dell’economia ma anche alla devastazione ambientale del territorio. A lungo sottovalutata, invece, riemerge nella relazione della Dna la forza attuale e capillare della Sacra Corona Unita in Puglia. In particolare i magistrati la descrivono “in evoluzione” e aggiungono: «Le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia di assoluta attendibilità e ricoprente una posizione apicale nella frangia brindisina della Sacra Corona Unita attestano l’avvenuta introduzione di regole finalizzate a “compartimentare” l’assetto dei gruppi, in modo da renderli più impermeabili alle indagini o alle delazioni. È stata così introdotta la regola “dell’affiliazione solo tra paesani”, adottata dopo le collaborazioni degli anni duemila: per creare dei compartimenti sufficientemente “stagni” l’affiliazione riguardava appartenenti allo stesso gruppo territoriale e anche nella “capriata” dovevano essere indicati esponenti, pur di rilievo, ma “locali”, e comunque non dovevano essere indicati i nomi dei responsabili del gruppo».

 

Mafie al Nord, presenza stabile

 

Non si può parlare di infiltrazioni mafiose al Nord, si legge nella relazione annuale della Dna, ma per regioni come il Piemonte, la Lombardia, il Lazio e la Liguria, in vari passaggi della relazione, si afferma che “le mafie sono presenze stabili” sul territorio. In Lombardia si confermano i risultati dell’inchiesta Crimine – Infinito che parla di “colonizzazione”. Alto l’allarme per la presenza della ‘ndrangheta ma anche di alcune famiglie di Cosa nostra, anche in Liguria. La relazione dedica particolare attenzione anche alla situazione in cui versano il Piemonte, sia per la presenza delle ‘ndrine che per altri affari criminali comunque coordinate dalle famiglie calabresi, che al Lazio, terra contaminata da Camorra e ‘Ndrangheta. Anche Toscana e Emilia Romagna (Modena in particolare) sono oggetto di analisi accurata da parte della Direzione nazionale antimafia

 

Lazio, escalation criminale

 

Secondo la Direzione antimafia, nella regione le organizzazioni criminali mafiose si infiltrano progressivamente nel tessuto imprenditoriale ed economico ma non mirano a realizzare un capillare controllo del territorio né sono interessate a scontrarsi militarmente per l’occupazione di zone di influenza a scapito di organizzazioni rivali. Naturalmente non può tacersi dei numerosi fatti di sangue che si sono verificati negli ultimi mesi a Roma e nell’hinterland (quasi trenta omicidi dall’inizio del 2011, numero al quale devono aggiungersi i numerosi episodi di gambizzazione o i tentativi di omicidio che pure si sono verificati)”. Si tratta di omicidi che la curatrice della relazione del distretto di Roma, il magistrato Diana De Martino, rietiene non tutti collegati fra loro. Per questo dice “non si può parlare di ritorno della Banda della Magliana”. “Nello stesso tempo però occorre ammettere che molte aggressioni – per le modalità esecutive, o per le caratteristiche soggettive delle vittime, o per l’esito delle attività di indagine – risultano invece maturate a seguito di contrasti insorti in un contesto criminale, ed in particolar modo nel traffico degli stupefacenti – prosegue il magistrato. Al momento non sono emersi elementi per ritenere che tali delitti, o alcuni di essi, rappresentino segnali di un tentativo di monopolizzare il mercato dello spaccio, o azioni di ritorsione ad analoghe azioni delittuose”.

L’analisi che sarà oggetto domani del supplemento di informazione “Verità e Giustizia” di Libera Informazione prosegue con un capitolo dedicato alla cosiddetta “Trattativa”, un focus sulle ecomafie, una mappatura delle criminalità straniere e i dati sul gioco d’azzardo, a cura del magistrato Diana De Martino, che confermano l’allarme lanciato dal dossier di Libera sul gioco d’azzardo e la presenza delle mafie nella filiera del gioco legale e illegale.

fonte: liberainformazione.org

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