Ma ormai l'informazione è precaria - I Siciliani Giovani

Ma ormai l’informazione è precaria

Si parla di giornalismo al convegno importan­te…

L’International journalism festival, che si è tenuto a Perugia dal 24 al 28 aprile, è giunto alla sua settima edizione. Si tratta di un momento importante per l’informazione, uno di quei momenti che spinge alla riflessione matura e onesta sulla situazione attuale del giornalismo nel mondo e, soprattutto, nel nostro Paese. “Per fare il giornalista in Sicilia ci vuole anche un avvocato”. Fermi tutti, forse sarebbe opportuno chiarire.

L’appuntamento con questo importante festival ci ha fornito un’occasione particolare, quella cioè di prendere una bella lente di ingrandimento e di puntarla dritta sulla Sicilia. Perché? La risposta l’ha già data Vincenzo Barbagallo, giornalista e videomaker, con l’affermazione di cui sopra. Insomma, quale migliore occasione per parlare della condizione in cui verte il giornalismo siciliano di nuova generazione. A che punto siamo?

Per sfruttare al massimo questo momento abbiamo chiesto ad alcuni nostri amici e colleghi di chiarirci meglio (e di chiarirlo soprattutto a voi lettori) che cos’è il mestiere del giornalista, soprattutto se lo si relaziona al precariato, agli esigui pagamenti, all’incontro tra informazione e informati, quindi, alla Sicilia. D’altronde negli ultimi mesi si è intensificato il rapporto tra le varie realtà dell’informazione siciliana per far fronte comune contro una condizione che chiamarla precaria è poco, specie se parliamo di equo compenso: “La battaglia sull’equo compenso, portata avanti dal Presidente Iacopino e dai vari gruppi regionali di giornalisti, certifica lo stato in cui ci troviamo, gente sfruttata per fare andare avanti le piccole redazioni come le grandi redazioni di giornali ed emittenti nazionali. Purtroppo non credo che questa legge risolverà i problemi. La legge sarà applicabile solo per gli iscritti all’Ordine, ma ci sono tantissimi che, non essendo iscritti all’Ordine dei giornalisti per diversi motivi, continuano ad essere pagati, quando lo sono, una miseria”, così continua Vincenzo Barbagallo.

Sempre sulla questione legata all’equo compenso l’opinione di Saul Caia, giornalista free-lance e collaboratore di diversi quotidiani, è che “l’approvazione della legge sull’equo compenso è certamente una grande vittoria per i giornalisti, freelance e precari che siano, ma bisognerà capire come ogni regione ed Ordine recepirà la nuova norma e come sarà attuata. Conosco colleghi che per una notizia sono pagati da un minino di 2 ad un massimo di 10 euro, per non parlare dei video, dove spesso ricevi 5 o 10 euro, mentre se sei più fortunato puoi arrivare a 15/20. Questo deve cambiare. Non si può certo lavorare per la gloria”. Andrea Sessa, giornalista e collaboratore de Linkiesta, è molto diretto nel dire che si tratta di “una vittoria indubbiamente, ma che lascia l’amaro in bocca. Ancora oggi essere pagati 4 euro al pezzo per tanti nostri colleghi è normale. Se un cameriere lo pagassero 5 euro per 3 ore di lavoro farebbe la rivoluzione. Un giornalista non la fa e ti ho detto tutto”.

Ed è stata proprio la proposta sull’equo compenso per i giornalisti che ha dato il la alla costituzione del Coordinamento Giornalisti Precari Siciliani, con tanto di sito internet. Un gruppo unito di giornalisti precari, pubblicisti, professionisti, freelance che ha le idee chiare su quanto accade nella loro (nostra) terra.

“Uscire per strada e andare a caccia di notizie è diventato un lavoro per pochi privilegiati. E’ più comodo stare a casa e scopiazzare gli altri dal proprio computer.

Credo che bisognerebbe rimettere un serio ordine nel giornalismo, sia sotto l’aspetto dei pagamenti e del compenso, sia per quanto riguarda le categorie e le regole”, così Caia specifica il suo punto di vista riguardo alla qualità del nostro giornalismo e gli fa eco Barbagallo poiché “fare il giornalista e fare più in generale informazione in Sicilia è quasi una missione, o per lo meno si dovrebbe interpretare così”. Ordine e missione, due parole che vogliono dire tanto e che dovrebbero stare alla base di questo mestiere, ma forse, specialmente se parliamo di ordine, siamo ancora lontani.

“Pippo Fava parlava di Catania come di una donna meravigliosa e meravigliosamente facile, e credo che questo renda bene l’idea. La voglia di svelarla era troppa, e indomabile. Fatale. In Sicilia se scegli di fare il giornalista, e di raccontare la terra senza tralasciare alcun dettaglio, allora scegli di vivere di passione, ma devi farci i conti”, le parole di Sebastiano Ambra, giornalista e autore di Agendaerre, sono chiare, nette, non lasciano nulla al caso perché, precisa Giorgia Landolfo, giornalista free-lance, “essere giornalista, sottolineo precario, in Sicilia, significa lottare ogni giorno contro la legge dell’omertà che schiaccia e appanna la volontà di denuncia. Significa raccontare una terra meravigliosa ma piena di contraddizioni, nella quale peraltro senza uno stipendio che possa reputarsi tale né la possibilità di progettare il futuro, è molto difficile conservare l’entusiasmo”.

Un percorso ad ostacoli quello che si affronta ogni giorno per una notizia, per una foto, per una testimonianza e a volte “ci rimetti tanto, e decidi tu quando è troppo. Conosco qualcuno che ha deciso che non sarà mai troppo, e attorno a lui la terra, adesso, è irrimediabilmente nera. Ma l’aria, quella no, è pura”, e di questo Sebastiano Ambra ne è sicuro.

D’altronde la temperatura in Sicilia è alta e siamo sempre in guerra, questo non bisogna dimenticarlo: allora diventa complicato lavorare in certe condizioni, con il signorotto pronto a minacciarti con la querela o peggio e con l’altro signorotto, quello per cui lavori, che ti dà due lire.

Eppure a questa guerra partecipano tanti soldati, molti di loro con spirito rivoluzionario.

Se il meccanismo dell’informazione in Sicilia s’inceppa ed è sempre più complicato andare avanti, allora che cosa fare? In questa terra strana e pazza, colma di contraddizioni, ma dal sangue caldo, bella e dannata, ragazze e ragazzi a volte prendono una penna e scrivono, altre volte schiacciano il bottone di una macchina fotografica e immortalano luci e ombre dei nostri paesaggi. A tutti loro si rivolgono le attenzioni di Giorgia perché “fare rete tra noi inoltre è fondamentale per condividere idee e riflettere sui nostri diritti, per allontanare quel senso di solitudine nella quale spesso un cronista precario può sprofondare”.

E a chi ha paura di zoppicare Saul consiglia “di non ricercare costantemente lo scoop o la notizia bomba, basta fare bene quelle piccole cose quotidiane. Evitare di scopiazzare dai colleghi (in caso citare la fonte), cercare sempre di confrontare bene quello che dice il proprio contatto o la propria fonte, e quando si snocciola un comunicato stampa è sempre meglio fare qualche chiamata in più, per avere un’intervista o un diritto di replica che possa aggiungere nuovi dettagli a quello che già si sa”.

Lo spettro del precariato aleggia costantemente: “Più in generale direi ai tanti ragazzi di essere coscienti che di giornalismo non si campa: io per tirare a fine mese, il pomeriggio faccio lezioni private e, al mattino, faccio la guida turistica”, così prudentemente parla Andrea. Ma a prescindere dai compensi e dalla fatica “ad un giornalista precario oggi posso solo consigliare di fare il proprio mestiere con passione e con dovizia. Mirare alla qualità che alla lunga viene sempre premiata, non appiattirsi alle notizie di agenzia e di cercare sempre l’inedito anche a rischio di sembrare “inopportuno” o “aggressivo” secondo il potere”, questo il parere di Vincenzo.

E in conclusione Sebastiano si rivolge ai giovani con molta onestà, perché dopotutto “ai giornalisti precari di utile non c’è molto da dire: chi continua a scrivere pur avendo coscienza della propria condizione retributiva, allora comincia a far parte, in questa buia epoca che vede sempre più distanti i ricchi dai poveri, di uno sparuto manipolo di eroi sporchi d’inchiostro. E a questi bisogna solo fare forza. Ai giovani giornalisti, piuttosto, quelli che affacciano la testa sul mestiere – magari dopo aver sparso manciate di parole sui social media – bisogna presentare la realtà com’è, ricordando loro che l’unico modo per non dare adito a chicchessia di attaccarli è attenersi sempre, scrupolosamente – senza mai cedere alle immancabili e pesantissime inclinazioni dell’animo – alla verità sostanziale dei fatti. E quella, per gli irriducibili precari di ogni età, vuoi o non vuoi è la prima paga. L’unica vera, spesso”.

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