L’ultimo cavaliere dell’apocalisse mafiosa

Mario Ciancio ha dato un apporto costante nel tempo e di grande rilievo nel rafforzamento di Cosa Nostra”

La mafia a Catania ha tanti volti. Quello del politico del consiglio comunale che dà trenta euro per ogni voto e grida in piazza di essere amico del figlio del boss. Il volto di quel bambino di sei anni, figlio della compagna di uno spacciatore, usato per portare le pallina di cocaina alle macchine dei clienti. Il volto dell’elegante imprenditore, stimato da tutti, che porta lavoro e ama la famiglia. La mafia a Catania ha oggi pure il volto di Mario Ciancio “che ha contribuito al rafforzamento di Cosa Nostra”.

Il giorno nel quale la Procura ha presentato il decreto di sequestro e confisca per mafia dei beni di Mario Ciancio Sanfilippo, veniva fuori la notizia che due preti della Chiesa di Santa Maria delle Salette, nel cuore del quartiere di San Cristoforo, sono indagati in un procedimento per mafia e traffico di droga. Hanno oscurato e scollegato le telecamere piazzate dai carabinieri sul campanile della chiesa che servivano per riprendere l’ingresso della casa di Salvatore Panassiti, secondo i carabinieri associato al clan mafioso Cappello-Bonaccorsi. In quella casa, considerata punto di riferimento logistico per lo smercio della droga, sono stati trovati migliaia di euro, armi da guerra, cocaina e cinque chili di marijuana.

Il primo volto della mafia catanese è questo: la droga. Fonte di un reddito di cittadinanza per migliaia di abitanti dei quartieri popolari della città. Tonnellate di cocaina, di eroina e di droghe leggere sono distribuite dai clan mafiosi a centinaia di associati che hanno il compito di gestirne la vendita e di intascarne parte dei profitti. Viene assoldato da questi un esercito di disperati mercenari: minorenni, donne, ragazzi violenti, immigrati senza alcun lavoro. Sono loro a consegnare le dosi, a fare da vedetta in caso di controlli di polizia, a rischiare per il trasferimento dei rifornimenti e dei soldi. Carne da macello da offrire a carabinieri e polizia durante i blitz. Milioni di euro di guadagni che arrivano ogni anno nelle tasche della mafia e che poi verranno reinvestiti, ripuliti, consegnati agli uomini in giacca e cravatta che si indignano per lo spacciatore sotto casa.

Poi ci sono le estorsioni: il secondo volto della mafia. C’è il pizzo per i commercianti e per le imprese spesso camuffato dall’imposizione di prezzi, di forniture, di servizi o ancora dall’assunzione forzata di dipendenti e dall’obbligo di cedere quote societarie. Infine camuffato dai subappalti nei lavori pubblici e nelle grandi commesse dei privati. Altri milioni di euro.

E gli affari: il terzo volto della mafia. Ci sono i mafiosi che decidono di mettersi in proprio, di reinvestire tramite prestanome, parenti, cognate, nuore. Una costellazione di discoteche, ristoranti, ditte che si occupano di rifiuti, aziende di autotrasporti, concessionarie di auto, filiere di distribuzione alimentare, a Catania è direttamente gestita dalla mafia. I fatturati importano fino a un certo punto: intanto si ricicla il denaro. Ogni tanto il tribunale sequestra, e tocca ai boss rintracciare nuovi prestanome. Ma alla cassa, il più delle volte, rimangono i clan.

Per gli affari della mafia ci sono pure gli imprenditori non mafiosi, quelli che tengono nei cassetti progetti e sogni di gloria. Loro sanno che, se avranno bisogno di denaro per i loro investimenti, esistono quei milioni di euro della droga e delle estorsioni. Per averli non dovranno parlare col ragazzino di San Cristoforo che intasca le banconote da venti euro, e nemmeno con quegli uomini dallo sguardo torvo e minaccioso che passano a imporre il pizzo. Ci sarà un amico, amico a sua volta di certi imprenditori, che favorirà gli incontri con gente tutto sommato rispettabile: cortese, disponibile, innamorata dei guadagni e con fiorenti conti in banca. Catanesi ricchi insomma. L’amico dell’amico sarà felicissimo di investire nell’impresa dell’imprenditore onesto. Si metterà in mezzo probabilmente pure qualche politico, bravo ad aiutare se ci sarà bisogno di qualche variante, capace di indirizzare nei vari uffici per ottenere i permessi. Tutto chiaro, limpido, fino a quando non si chiederà da dove arrivano quei soldi. Ma tanto quella domanda non si fa mai.

Della mafia degli affari a Catania si è sempre parlato poco, e quasi mai nelle aule dei tribunali. Quando all’inizio degli anni 90, dopo le stragi di Palermo, la parola mafia ha fatto definitivamente irruzione nella politica e nei discorsi istituzionali, quando è stato impossibile per chiunque negarne l’esistenza, a Catania si è scelto di isolarne il significato andando a indicare solo quelle moderne forme di brigantaggio che sono lo spaccio, l’ammazzatina tra balordi, lo scippo delle signore, il pizzo chiesto al salumiere. La mafia per i catanesi ha rappresentato un fenomeno presente sì, ma solo in certe zone, in certi quartieri. Mafioso è il ragazzo col doppio taglio ai capelli, con la musica neomelodica alla radio e un macchinone troppo costoso, mafiose le bancarelle abusive che vendono pesce e ortaggi, mafioso il posteggiatore che pianifica la zona dove controllare le automobili, mafioso il politico della municipalità, quello che non parla nemmeno un corretto italiano e che ostenta le proprie clientele.

Le foto di questi mafiosi, spacciatori, accoltellatori, esattori del pizzo sono sempre state pubblicate in prima pagina sui giornali. Sono state inviate centinaia di volte come allegato alle email dei comunicati stampa di questura e carabinieri, insieme ai video che riprendono le loro case, le loro macchine, i loro visi al momento dell’arresto. I loro nomi sbattuti in faccia a tutta la città per rassicurare che sono stati presi, che non nuoceranno più . Nome, Cognome, anno di nascita e il carcere dov’è stato associato il criminale. I nomi dei clan pure, messi in mostra, come a dire che nessuno ha più paura di nominarli: Mazzei, Santapaola-Ercolano, Piacenti, Cappello-Bonaccorsi, Pillera-Puntina, Cursoti, Laudani. Rarissimi i casi nei quali i giornalisti chiedono agli avvocati di questi mafiosi, di questi spacciatori o rapinatori, di chiarire, di spiegare, di difendere i loro assistiti. Sono mafiosi, assicurati alla giustizia, senza alcuna pretesa di garantismo: punto e basta.

Il tessuto produttivo, elegante e borghese della città di Catania è considerato immune. “Catania è una città sana” tuona in televisione il Segretario Generale della CGIL. Anche negli ultimi anni la mafia degli affari ha continuato a essere coperta. Anche quando è stata toccata dalle inchieste della Procura, ha vinto la prudenza. Gli avvocati degli imprenditori, con ampi spazi su giornali e televisioni, hanno sempre rassicurato circa errori giudiziari, accanimenti infondati, certezze di futuri chiarimenti che senz’altro scagioneranno i rispettabili assistiti. Nessuno ha subito dato del mafioso alla ricca persona indagata: tutt’al più un inciampo, un incidente di percorso. Nei casi più clamorosi una mela marcia.

Prudenza quindi, giustificata da quella sentenza del Tribunale di Catania che il 28 marzo 1991 assolse i cavalieri Costanzo, Rendo, Finocchiaro e Graci dall’accusa di associazione a delinquere e di rapporti con la mafia.

Ancorché sia sotto il profilo dogmatico configurabile il concorso eventuale di persone nel reato associativo – scrissero i magistrati catanesi – è da escludere che la “contiguità” tra imprenditori e sodalizi mafiosi integri un’ipotesi di partecipazione esterna al reato di associazione per delinquere o di associazione di tipo mafioso, ove tale contiguità sia imposta dall’esigenza di trovare soluzioni di “non conflittualità” con la mafia, posto che nello scontro frontale risulterebbe perdente sia il più modesto degli esercenti sia il più ricco titolare di grandi complessi aziendali”.

Un totem all’impunità questa sentenza tanto da scandalizzare persino i giornali nazionali. Lo Stato s’arrende titolò La Stampa. Lo Stato disse: comanda la mafia, scrisse La Repubblica. Una sentenza che ha lasciato vincere non tanto i cavalieri ma tutti coloro che ne avevano preso le difese, tutti coloro che avevano sbeffeggiato quelli che finalmente vedevano un po’ di giustizia. Gli amici dei cavalieri tronfi, ringalluzziti, tracotanti hanno ripreso a comandare in città raccomandando a tutti di non commettere mai più lo stesso errore: Catania è una città sana. Una sentenza figlia di un tribunale anch’esso asservito ai potenti, agli uomini d’onore. Perché Catania ha sempre avuto una giustizia meschina e classista, forte contro i deboli e ossequiosa verso i ricchi: probabilmente il quarto volto della mafia catanese.

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Sabato 22 settembre iniziano le telefonate. Pare che esista un decreto di sequestro e confisca per Mario Ciancio, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Ciancio è il personaggio più influente di Catania, proprietario e direttore dell’unico quotidiano cartaceo della città, dominus di tutti gli affari edilizi, imprenditore con un patrimonio di circa un miliardo di euro. Senza dubbio l’uomo più ricco della Sicilia orientale. Il più bianco dei colletti.

Si dovrà aspettare il lunedì perché quelle voci soffuse, continuamente smentite, senza fonte né riscontro, trovino conferma. La Procura di Catania convoca la conferenza stampa: sequestrati beni per centocinquanta milioni di euro a Mario Ciancio Sanfilippo.

Il decreto di sequestro e confisca – dice il Procuratore Carmelo Zuccaro – ha accertato una pericolosità sociale qualificata da parte di Mario Ciancio Sanfilippo. Fondata sulla verifica che vi è stato un apporto costante nel tempo e di grande rilievo nel rafforzamento di Cosa Nostra, in particolare ma non solo della famiglia catanese di Cosa Nostra. Rafforzamento e contributo che è stato offerto attraverso tre tematiche correlate e connesse. La prima è l’esistenza di rapporti anche personali tra Mario Ciancio ed esponenti di vertice della famiglia catanese di Cosa Nostra, rapporti improntati allo scambio di aiuti e di favori reciproci e che dura dall’inizio del 1970. La seconda tematica è la linea editoriale che Mario Ciancio ha imposto al giornale La Sicilia e alle sue televisioni. La linea editoriale è consistita nel mettere la sordina sugli interessi economici della famiglia mafiosa Santapaola, nel mettere la sordina sull’ampia rete di collusioni tra Cosa Nostra e gli ambienti imprenditoriali, sociali e istituzionali della città. Nel mettere la sordina sui personaggi dell’organizzazione mafiosa che non risultassero pubblicamente colpiti da provvedimenti giudiziari. La terza tematica consiste nel fatto che in molte delle più importanti iniziative imprenditoriali che Mario Ciancio ha intrapreso, egli ha coinvolto componenti di Cosa Nostra. Li ha coinvolti in iniziative economiche, in operazioni di speculazione immobiliare consentendo loro di lucrare ingenti guadagni”.

Sento un estremo disagio – dice il Procuratore – per essere alla guida di una Procura nella quale decenni fa si negava perfino l’esistenza di Cosa Nostra a Catania. E avverto una grande responsabilità sotto questo punto di vista. Ma in Procura vi è stata una svolta. Dobbiamo recuperare tutto il tempo che abbiamo perduto”. Uno schiaffo a chi ha assolto i cavalieri e a chi si sentì rassicurato da quell’assoluzione.

Parole come macigni. Perché non più solo parole né inchieste, ma sentenze del Tribunale. All’imprenditore vicino alla mafia è stato levato tutto. Per essere considerato immune questa volta non è bastato il vestito elegante, l’orologio d’oro al polso, il perfetto italiano. Non è bastato possedere giornali e televisioni dove ospitare editoriali d’encomio per magistrati e poliziotti. Non è bastato ricevere nel proprio studio Presidenti di Regione, Sindaci, capi partito, magistrati e presidenti di categorie. Non è bastato essere presente alle feste e alle cene durante le quali si chiacchiera e si beve con la Catania ricca e facoltosa. Non è bastato essere il più ricco e nemmeno il più potente.

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A Mario Ciancio sono stati sequestrati e confiscati cinquantadue milioni di euro depositati in conti in Svizzera e a Catania. Tre polizze assicurative stipulate con Banca Intesa San Paolo. Il 100% di trentuno società di cui Ciancio è proprietario unico o proprietario insieme alla moglie e ai suoi figli. Le quote di altre sette società di cui Ciancio è socio. Sono stati pure sequestrati cinque beni immobili tra terreni e appartamenti.

Mario Ciancio non è più editore né direttore del quotidiano La Sicilia, non controlla più le televisioni, non impone più il suo controllo sull’informazione. Tutto ora è gestito da amministratori liberi, nominati dal Tribunale. È come se la resistenza avesse finalmente preso il controllo della stampa e delle televisioni dopo lunghi anni di regime.

Le società che hanno la proprietà dei terreni dove sviluppare le nuove speculazioni immobiliari sono ora sotto il controllo dello Stato e quegli affari alla playa di Catania, fatti a braccetto con la mafia, non ci sono più.

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Eppure sono già al lavoro i nuovi cavalieri.

Al Corso dei Martiri, nel centro della città, in quel deserto erede dello sventramento del quartiere di San Berillo, da un momento all’altro arriveranno le ruspe per costruire un immenso e inutile parcheggio sotterraneo e palazzi di otto piani, trecentocinquantamila metri cubi di cemento. Se non riusciranno a trovare i soldi per edificare, si venderanno le aree, a un prezzo mille volte più alto di quello d’acquisto. A gestire l’operazione il faccendiere di Unicredit e il gruppo Tecnis di Mimmo Costanzo e Bosco-Lo Giudice.

In città il Comune ha deciso di privatizzare l’intero servizio di raccolta dei rifiuti: il più grande appalto d’Italia. Centodiecimila euro al giorno per tutti i giorni, per sette anni. La società della famiglia Pezzino-Magnano di San Lio si è accaparrata i primi centotrenta giorni di appalto, in una gara dove si è presentata una sola offerta, con un ribasso dello 0,10%.

Lì dove i cavalieri dovevano costruire un mega centro direzionale, al viale Mario Rapisardi, decine di ettari ora coltivati si apprestano a diventare nuovi palazzi. Il liquidatore di Sicilcassa proprietario delle aree ha avviato l’iter per la variante urbanistica. A costruire la società dell’Ingegnere Palmeri.

Il cavaliere Virlinzi e le sue società aspirano a comprare i palazzi di San Berillo vecchio, sono in trattativa per le aree ospedaliere dismesse e si apprestano a divorare altri pezzi della città.

Sindaco di Catania è stato eletto Salvo Pogliese, figlio del centro commerciale Etnapolis, Enzo Bianco aveva indicato in Giunta il nipote di Mimmo Costanzo, padrone di società interne al gruppo Cogip, di cui fa parte Tecnis.

Per ora, sequestrata La Sicilia, nessuno di loro ha più un giornale, anche se Mario Ciancio, prima di andare via, ha nominato il nuovo direttore, nel disperato tentativo che nulla cambi a Catania.

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