La mappa mafiosa della fascia tirrenica del messinese nella Relazione annuale della Dna

«Può ritenersi dimostrato che la mafia barcellonese presenta una strutturazione e metodi operativi del tutto omologhi a quella di Cosa nostra palermitana.»

Già esposto da Guido Lo Forte, nella conferenza stampa dell’operazione Gotha 6, il concetto viene ripreso nella relazione annuale della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo a cura, per il distretto di Messina, della dottoressa Eugenia Pontassuglia

Il territorio della fascia tirrenica, da Mistretta a Barcellona Pozzo di Gotto, si legge nella relazione, si caratterizza per il “controllo virtualmente totalizzante dell’economia”, ad opera delle famiglie mafiose di Tortorici, Mistretta e Barcellona.

Un controllo pieno ed incondizionato, soprattutto nel settore degli appalti pubblici che, per anni, ha costituito il principale obiettivo della mafia barcellonese come riscontrato dalle sentenze pronunciate finora.

Organizzazione mafiosa molto spesso supportata in questo suo illecito business da diversi imprenditori, attraverso il riciclaggio di capitali mafiosi e l’aggiudicazione, attraverso il metodo mafioso, di appalti e commesse pubbliche.

La criminalità organizzata interviene inoltre sulla realtà economico-sociale attraverso i tradizionali sistemi delle estorsioni, dell’usura e del traffico di stupefacenti.

Non c’è tipologia di attività economiche, anche minori, immune dal racket.

L’odiosa pratica del pizzo è funzionale infatti all’organizzazione mafiosa, non solo per sostenere economicamente gli affiliati e i familiari dei carcerati ma, soprattutto, ad un controllo capillare del territorio senza la necessità di dover ricorrere a dimostrazioni violente.

Secondo un documentato studio della Fondazione Chinnici, il racket costa alla Sicilia 1,3 punti percentuali del PIL e le tangenti richieste nella provincia di Messina sono le più elevate della regione.

Il racket tuttavia non si esaurisce nel “costo aggiuntivo” per gli imprenditori e i commercianti, trasferito di riflesso anche sui consumatori.

La percezione dell’insicurezza disincentiva la creazione di nuove imprese e scoraggia quanti operano già nel settore dall’espandere la propria attività commerciale, pur avendone i margini e le potenzialità, per non attrarre l’interesse dell’organizzazione criminale, creando così un ostacolo allo sviluppo e favorendo il declino dell’economia messinese.

La relazione della dottoressa Pontassuglia evidenzia inoltre un’area grigia della società costituita da elementi o gruppi che, pur non facendo parte integrante delle organizzazioni mafiose, hanno stabilito con esse contatti, collaborazioni, forme di contiguità più o meno strette.

Alcune indagini hanno rivelato come, in alcuni casi, l’organizzazione abbia potuto contare sull’appoggio concreto del soggetto di vertice di un’amministrazione comunale.

L’attività investigativa, insieme al determinante contributo fornito da collaboratori di giustizia, ha confermato un dato ricorrente, l’esistenza di un settore particolarmente sensibile alle infiltrazioni della criminalità organizzata: quello degli uffici tecnici di quei Comuni – nel cui territorio insiste il “pervasivo controllo del sodalizio criminoso” – retti da pubblici impiegati infedeli.

Il procedimento Gotha 3, ad esempio, ha evidenziato che Roberto Ravidà, impiegato presso l’Ufficio Tecnico del comune di Mazzarà Sant’Andrea (di recente sciolto per infiltrazione mafiosa), era soggetto a disposizione dei “barcellonesi”.

Ravidà, grazie al suo ruolo, oltre ad orientare l’aggiudicazione di appalti per opere pubbliche da realizzarsi in quel comune in favore di imprese riconducibili al boss barcellonese Sem Di Salvo e, comunque, all’organizzazione, era solito segnalare a quest’ultima imprese da taglieggiare, ricevendo, quale contropartita, somme di danaro e benefici di vario genere.

Del pari significative appaiono le risultanze dell’indagine Zefiro sulla gestione dei lavori per la realizzazione dell’impianto eolico Alcantara-Peloritani nei comuni di Fondachelli Fantina, Antillo e Francavilla di Sicilia, che ha svelato un complesso intreccio politico-mafioso nella gestione dei suddetti lavori. Coinvolti alcuni imprenditori ritenuti contigui al gruppo criminale dei “barcellonesi” (tra i quali Michele Rotella e Santino Bonanno), l’allora sindaco del Comune di Fondachelli Fantina, Francesco Pettinato, il cugino, Giuseppe Pettinato, titolare di una società che aveva ottenuto parte dei lavori, e un tecnico comunale, Giuseppe Catalano, che lo aveva favorito.

Nella città di Messina, invece, l’intenso lavoro della Procura ha portato allo scoperto, nell’ambito di procedimenti ancora coperti dal segreto, chiari legami esistenti tra la mafia locale ed esponenti pubblici, anche con riferimento alla compravendita dei voti.

Tuttavia la relazione evidenzia che, sebbene in talune indagini, si siano rilevati contatti impropri, caratterizzati da scambio di favori, tra imprenditori in “odore di mafia” e appartenenti ad amministrazioni pubbliche, l’assenza di collaboratori e la difficoltà di individuare le singole controprestazioni poste dal funzionario infedele a disposizione dell’imprenditore colluso, non ha consentito di acquisire elementi di prova idonei ad inquadrare tali condotte entro lo schema del concorso esterno in associazione mafiosa.

 

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