La favola vecchia dell’isola felice

Relazione della DIA sull’Abruzzo

“Il capo ‘ndrina non solo aveva scelto di stabilire ufficialmente la propria residenza in San Giacomo degli Schiavoni, nella provincia di Campobasso, ma si era di fatto reso promotore di una associazione criminale composta sia da calabresi che da siciliani […].  Le indagini hanno ben delineato come la cosca Ferrazzo volesse ricompattarsi in Abruzzo, arrivando, appunto, in “un’isola felice” per rinsaldare le proprie attività criminali. In conclusione, l’analisi degli avvenimenti porta ragionevolmente a far ritenere che l’ascesa del clan Ferrazzo in Abruzzo e Molise sia stata in qualche modo favorita dalla “caduta” del clan campano Cozzolino, precedentemente egemone nello stesso territorio e fortemente ridimensionato a seguito dell’operazione “Adriatico” della Procura Distrettuale aquilana”.

mafia abruzzo

Ecco alcuni stralci del recente rapporto della Direzione Investigativa Antimafia sul secondo semestre 2016 sull’Abruzzo, in particolare sul vastese e sull’inchiesta “Isola Felice”. Sono passati dodici mesi dall’inchiesta. Un anno intero e, – come già registrammo l’anno scorso – passato il primo clamore, tutto è ricaduto nell’oblio. E, se non fosse stato per il rapporto della DIA e le dichiarazioni del Sindaco di San Salvo sulla necessità di una “maggiore presenza di forze dell’ordine e di maggiore attività di intelligence con una tenenza dei carabinieri”, nessuno si sarebbe ricordato dei Ferrazzo, dei Cozzolino. Di mafia, camorra e ‘ndrangheta attive in Abruzzo.
Tutte le mafie prosperano sulla politica dei favori, sulla politica senza nessun respiro sul futuro ma legata solo al presente dell’algebra dei voti e della ricerca continua di consensi. Sulla politica che continuamente sacrifica il bene comune sull’altare degli egoismi di pochi e delle lobby dei piccoli interessi.
Ma, in questo, la politica non è sola. Perché la classe e i feudi politici sono espressione di chi li vota e sostiene, di chi preferisce farsi “li cazza sua” perché potenti e pupari sono comodi quando bisogna chiedere un favore, bussare a una porta, perseguire interessi personali tramite facili scorciatoie. Chi si accontenta di una mediocre sopravvivenza, pensando che basta semplicemente scansarsi e farsi i fatti propri – o, ancor di più, esercitarsi nell’arte più diffusa “chi comanda fa legge” e non importa chi comanda -, per poi lamentarsi solo quando si può far sfoggio di moralismo a buon mercato – “ma è tanto una brava persona”, “ma lo conosco”, “certe cose si sanno ma non si dicono, non sono fatti nostri”). Ogni volta che si gira la testa dall’altra parte e non ci si schiera o ci si schiera con il forte, si è già scelta la mafia, la si favorisce e si è votato contro il proprio territorio, per incatenarlo e devastarlo.

La relazione della DIA evidenzia l’importanza del “metodo Falcone”. Quel metodo che insegna che per indagare sulle mafie è necessario seguire i “soldi”, i flussi economici e finanziari. Sono passati più o meno dieci anni dalle interrogazioni presentate in Senato dall’ex magistrato Giuseppe Di Lello e alla Camera da Maurizio Acerbo. Interrogazioni che ancora oggi aspettano risposte su quel che si è mosso, si muove e si muoverà. Certi soldi non spariscono improvvisamente. Di quei capitali che ne è stato?
Sei anni fa il compianto giudice Rossini dichiarò “l’Abruzzo isola felice è una favola vecchia”. Nel 1997 il procuratore generale della Corte d’Appello Bruno Tarquini disse “la cosiddetta fase di rischio è ormai superata e si può parlare di una vera e propria emergenza criminalità, determinata dall’ingresso di clan campani e pugliesi anche nel tessuto economico”. Due anni fa la stessa DIA scrisse che in Abruzzo ci sono “imprenditori senza scrupoli che potrebbero rappresentare un’efficace testa di ponte per i gruppi camorristici”.

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