La Chiesa siamo noi / Dopo Pentecoste., Scriviamo una lettera pubblica su Chiesa e Mafia.? - I Siciliani Giovani

La Chiesa siamo noi / Dopo Pentecoste., Scriviamo una lettera pubblica su Chiesa e Mafia.?

Francesco, il vescovo della Chiesa che è in Roma qualche mese fa ha chiesto ai mafiosi di convertirsi al Vangelo.

 

Oggi, che è il tempo dopo Pentecoste, tra la memoria di Falcone e quella di Borsellino, a noi rimane la responsabilità di annunciare il Vangelo.

 

Noi, donne e uomini, che siamo alla base, credenti e uomini di buona volontà, chiesa e società civile, comunità ecclesiali parrocchiali, o frammenti di comunità vive in un luogo specifico del nostro paese, gruppi o associazioni della società civile, non ancora arresi alla banalità di questo tempo e col desiderio di lottare per tutti.

 

Samo popolo di Dio, coinvolti nella lotta alle mafie, nella vita ordinaria, nei diversi territori, molto spesso isolati, o semplicemete posizionati in periferie geografiche, o umane dove la lotta tra coraggio e indifferenza si paga a caro prezzo .

 

Da credenti allora possiamo solo chiedere a Dio quel coraggio che ci manca. Da uomini di buona volontà non vogliamo scegliere il silenzio, l’indifferenza, la complicità alle mafie.

Sappiamo bene come la consapevolezza, la ragione, le azioni, le cooperazioni e i beni comuni, il coraggio per far insieme siamo quegli strumenti attraverso la quale lentamente si fanno passi avanti

 

Siamo donne e uomini che osano lottare per una felicità collettiva senza distinzioni di territori, con occhi,orecchie, nasi attenti alle bontà delle differenze culturali, di vita, di scelte, di pratiche politiche, di famiglie, di arcobaleni di sorrisi e di felicità di ogni individuo, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, di percorsi affettivi e di identità specificatamente e liberamente sessuate.

 

Sappiamo che adesso la scelta dell’annuncio evangelico ha a che fare con il presente, la volontà, l’andare verso gli altri.

 

Sappiamo che Pentecoste è festa e memoria, e il tempo che ne sussegue può diventare esplosione di coraggio, di volontà, di creatività, di pluralità di lingue, di decodificazione .della buona notizia delVangelo, di condivisione della vita fuori dalle nostre case, di prossimità, di chiarezza nelle denunce contro ogni menzogna e ogni veleno che uccide la democrazia del nostro paese.

 

Oggi non possiamo tacere contro la collusione della mafia dentro lo Stato, quando c’è omissione e menzogna.

 

Non ce n’è memoria di Cristo, n’è rinnovamento di pentecoste quando dentro le nostre case, parrocchie, scuole, luoghi di lavoro, piazze e strade, a posto della reciprocità, della voglia di dare e ricevere con libertà, c’è chiusura, paura, paternalismo, falsa pubblicità e farsa dell’Evangelo.

 

Sappiamo molto bene quanto sia difficile esistere, pensare, agire, come una pluralità di popolo che guarda e sceglie con i valori della Costituzione, della democrazia, della legalità, la lotta ordinaria contro ogni mafia. La vicenda di Nino Di Matteo su cui pende la sentenza di condanna a morte, ci sta a cuore, e non possiamo che gridare solidarietà e giustizia verso la sua azione di magistrato contro la mafia.

 

Non possiamo che scegliere di stargli accanto, a Nino Di Matteo, perchè non ci dimentichiamo che il nostro silenzio alimenta la sottovalutazione delle sue denuncie contro le mani delle mafia, che sono entrate come tentacoli dentro il nostro Stato.

Nino Di Matteo non deve continuare a essere sistematicamente isolato e adesso, in questo tempo dopo Pentecoste, le comunità ecclesiali in Italia, se non vogliono restare in silenzio, possono organizzare eventi e azioni di solidarietà concreta..

 

E infatti, se le parole di Francesco sono già state un grido, oltre che un monito a mafiosi, esse non bastano da sole contro la lotta all mafie nei territori del paese.

 

Chi davvero impegnato e isolati dentro territori sottoesposti del paese, ci ha fatto notare -scrive e ripete – don Roberto Sardelli, il prete dei baraccati a Roma, fondatore della scuola 725 come la sovraesposizione delle dichiarazioni formali contro la mafia liquida i conflitti e lascia isolate comunità e tentativi di cambiamento dal basso.

 

Il vangelo, nella sua forma paternalistica, o in una resa di marketing pubblicitario serve a imbrigliate e soffocare la vita della gente. Non serve a servire, ma è funzionale al potere e alle mafie.

La buona notizia della vita di Cristo, così resta imbrigliata, e noi ci percepiamo perdenti, soffocati e pieni di paure. Ma se non ora, quando è il tempo di gridare il Vangelo sopra i tetti del nostro paese?

 

Le chiese locali possono oggi contribuire alla elaborazione della lotta alla mafia, quali strumenti di crescita pedagogica e di promozione umana, solo quando e nella misura escono da una forma di annuncio intimistico e narcisista.

Noi stessi sappiamo come a fatica sia dificile osare più del dovuto.Il secondo coraggio, quello dei martiri non è ne facile, né scontato per nessuno.

 

In questi anni, tante volte ci siamo domandati perché, nella prassi della pastoale ordinaria si è ha lasciato inascoltato il grido di Giovanni Paolo II ad Agrigento contro i mafiosi.

E’possibile, in altre parole che paradosalmente il suo annuncio pastorale si a rimasto isolato, senza potere provocare una forza d’urto efficace?

E’possibile che la mancanza degli strumenti per analizzare i problemi di un territorio, abbiamo a che fare con un’ effettiva incapacità di ascolto di quelle persone che per tutta la vita hanno elaborato resistenza e cittadinanza attiva?

 

Perché parrocchie e gruppi di società civile, contribuiscono alla lotta alle mafie, in molti casi non prestando attenzione gli uni verso gli altr,i?

Questa mancanza di cooperazione, in decenni come questi, ha liquidato la speranza e il futuro delle nuove generazioni.

Se il paese è lo stesso per tutti e tutti in comune abbiamo le strade, e le piazze a misura della vivibilità come valore da perseguire, è vero anche che la percezione del senso comune è sempre più rarefatta e la lotta alla mafia è sentita da tutti come una sconfitta, come un adeguazione alla impossibilità di cambiamento .

 

C’è da chiedersi allora come può la pastorale delle chiese locali, realizzare una catechesi sistemica partendo da una comprensione profonda dei cristiani, isolati in vita e proclamati giusti dopo aver pagato col martirio la fedeltà al Vangelo.

Don Puglisi e don Diana sono due esempi distinti, su cui riflettere. Mentre don Puglisi era rimasto normalmente isolato nel territorio di Brancaccio, a Don Peppino Diana la calunnia ha preceduto e posticipato il suo martirio.

Così, mentre si muore di mafia, una due tre volte; il senso di amarezza dei singoli si scolpisce nel cuore, nella vita e nella loro mente.

 

Alla memoria della vita dei martiri, non sempre fa seguito il nostro coraggio.

Così in questo cinquantennio alla memoria viva di donne e uomini che da Martin Luther King, (passando per dom Helder Camara in Brasile, Ernesto Balducci e il nostro padre Greco a Catania, fino alle più nascoste comunità vive in ogni continente), che hanno scelto teologie e pratiche di liberazione, in tutte le nazioni del mondo, nonostante la notoreità storica della loro esistenza,è consequito il silenzio e la mancanza di coraggio posteriore, la benedizione ecclesiale, proprio in momenti in cui questa memoria sarebbe potuta diventatare un nuovo inizio nella vita delle persone e dentro territori specifici che subiscono sofferenze collettive e chiedono liberazione dal male. Per dirla di getto, semplificando la memoria, la memoria oltre che la causa di Beatificazione di Monsignor Oscar Romero è stata rimossa per anni dalla priorità delle canonizzazioni.

Scriveva Monsignor Romero: “Mi addolora la calunnia che io sono vescovo solo di una classe e disprezzo le altre classi. No, io cerco di avere un cuore largo come quello di Cristo, di imitarlo, per chiamare tutti a questa parola che salva; perché tutti ci convertiamo, io per primo, a questa parola. Questa è la missione della Chiesa.”

di Giovanni Paolo e di Benedetto. Ma quale esempio più grande di un vescovo così fedele all’amore per la Chiesa, e per il popolo, morto mentre celebrava la memoria di Cristo.

Spesso hanno minacciato di uccidermi. Come cristiano devo dire che non credo nella morte senza resurrezione: se mi uccidono, risorgerò nel popolo salvadoregno. Lo dico senza superbia, con la più grande umiltà. In quanto pastore ho l’obbligo, per divina disposizione, di dare la mia vita per coloro che amo, ossia per tutti i salvadoregni, anche per coloro che potrebbero assassinarmi. Se le minacce giungessero a compimento, fin d’ora offro a Dio il mio sangue per la redenzione del Salvador. Il martirio è una grazia di Dio che non credo di meritare. Ma se Dio accetta il sacrificio della mia vita, il mio sangue sia seme di libertà e segno che la speranza sarà presto realtà.[…] Morirà un vescovo, ma la Chiesa di Dio, ossia il suo popolo, non perirà mai”.

 

Noi. Adesso. Osiamo? Insieme possiamo sognare l’ utopia del tempo dopo di Pentecoste, azioni e comportamenti da sperimentare insieme!

Per questo domadiamo coraggio a noi stessi, a chi vive accanto a noi, alle chiese locali, ad ogni pezzo di terra del nostro paese e alla bontà del Padre, nella preghiera.

 

Coraggio Chiesa!

Bella la testimonianza, la missione delle comunità vive, la preghiera e l’annuncio del Vangelo contro le mafie, un’ortodossia creativa, e un’ ortoprassi consapevole, che si vive tra limiti e voglia di trasparenza, con fiducia verso il buon Dio, più che in noi stessi..

Coraggio Chiesa!

Non lasciamo morire di solitudine chi lotta contro la mafia, non lasciamo che la mafia dopo Falcone e Borsellino dichiari ancora l’impossibilità al cambiamento del paese. Quanti altri martiri, quanti altri cristiani dovranno morire ancora?

 

Coraggio.

Noi tutti siamo Chiesa.

Popolo. Popolo di Dio in cammino.

Mani e braccia e corpo di Cristo.

E tra peccato e speranza, chiediamo: al buon Dio di imparare a credere in Cristo,

e testimonianza, vita, prassi, critica, lotta non violenta

contro ogni disperazione. Contro la mafie nel paese.

( 4 stesura, non definitiva)

Per firmare l’appello scrivi una mail all’indirizzo laChiesacondimatteo@gmail.com e comunica la tua adesione.

Per contribuire al dibattito e alla scrrittura della lettera:https://www.facebook.com/ecomecongiunzionedimondi

Testo: Fabio D’Urso

Un ringraziamento a Sabina Longhitano, Sara Crescimone, Riccardo Orioles, Marino Buzzi, Emilio Petralia, don Roberto Sardelli

Prime firme: Raffaella Maria Carrara, Salvo Ognibene, Massimiliano Perna, Alessio Di Florio, Giuseppe Nicosia, Riccardo Orioles, Luciano Bruno, Franco Casarsa, p. Carmine Miccoli, Augusta De Piero, Tiziana Cosentino, Emilio Vanoni, Giovanni Sarubbi, Rossana Zerega, 

Vincenzo Pezzino, Pasquale Di Lena, 

 

 

 Vedi anche:

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Sardelli

 

http://www.wikimafia.it/wiki/index.php?title=Giuseppe_Diana

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Nino_Di_Matteo

 

http://www.demotest.eu/sici/un-prete-operaio-a-catania/

 

http://it.wikipedia.org/wiki/H%C3%A9lder_Pessoa_C%C3%A2mara

salvatore.ognibene

Nato a Livorno e cresciuto a Menfi, in Sicilia. Ho studiato Giurisprudenza a Bologna e scritto "L'eucaristia mafiosa - La voce dei preti" (ed. Navarra Editore).

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