Il tragicomico ritorno del camerata Pogliese

Il Sindaco, quest’estate, era in preda ad astratti furori. I sondaggi davano i fascisti avanti a tutti, un ipotetico governo Salvini al 45%. Pogliese aveva vissuto troppi anni schiavo di quel conveniente compromesso: abbandonare il fascismo di gioventù per una brillante carriera politica. Accanto gli erano rimasti alcuni suoi “camerati”, che mal digerivano quelle convention di Forza Italia, un po’ socialiste, un po’ democristiane, infinitamente borghesi.

Sono stati loro, prima di tutti, ad aprire gli occhi al Sindaco. Era il loro momento. La destra, quella estrema, stava prendendo il potere. Non era più quella forma edulcorata degli ex missini di Fiuggi, non era l’ennesimo camuffamento per un posto di ministro, era vittoria vera, a testa alta, a petto in fuori. Tricolore in mano e il Capitano per duce. Era il momento di recuperare dai cassetti le collanine con la croce celtica, di togliere dalla naftalina le camicie nere, di ripassare i testi delle canzoni di gioventù.

Non c’entrava niente la militanza, il sentimento, il senso d’appartenenza, la genuinità di una battaglia ideale. Era pura e banale convenienza politica. Chi era fascista e ricopriva un ruolo pubblico era la persona giusta al posto giusto. Qualche mese prima se n’era già reso conto Nello Musumeci che andò a Pontida a comiziare con la Lega Nord da Presidente dei siciliani. Pogliese e i suoi camerati sapevano bene che era il momento esatto per scalare i nuovi partiti della destra e occupare i posti di deputato, senatore, sottosegretario e chissà, pure di Ministro.

Nel giro di qualche settimana l’addio a Forza Italia, l’ingresso in Fratelli d’Italia, la conferenza stampa con Giorgia Meloni, l’incarico di responsabile regionale, i rapporti diretti col colonnello leghista Candiani e la pianificazione della visita in pompa magna di Matteo Salvini a Catania.

La falange di Pogliese era pronta all’assalto. Pure i suoi amici democristiani e lombardiani che tengono in piedi la sua maggioranza in Consiglio comunale e in Giunta si erano lasciati convincere, abituatissimi loro a lasciarsi orientare dal vento. Erano diventati tutti di destra estrema: sovranisti, nazionalisti, un po’ razzisti, un po’ securitari.

Poi, all’improvviso, è finito tutto.

La risoluzione parlamentare della crisi di Governo ha sbaragliato l’avanzata di Salvini e dimostrato la volatilità del consenso della destra. Ha restaurato i vecchi schemi politici, ricondotto al centro il bilanciamento delle coalizioni e resuscitato i moderati.

Per Pogliese ora è troppo tardi. Quella scelta impulsiva, e per ora irrevocabile, di consegnarsi all’estrema destra che fino a qualche giorno fa appariva come la più facile delle strade, ora appare ridicola, inutile e pericolosa. Il Sindaco di Catania si apprestava a festeggiare un governo amico a Roma e adesso la storia è cambiata.

Poverino Pogliese, si credeva ministro e ora è costretto a passare un pomeriggio di fine estate coi gruppi neofascisti di mezza Italia, anche con chi, appena qualche settimana fa, a Torino, è stato colpito da un’operazione di polizia che avrebbe accertato possesso di munizioni da guerra e materiale inneggiante il nazismo. C’è andato da Sindaco ma nessuno lo ha accompagnato, tristemente già solo.

Poverino Pogliese, che se ne farà adesso di quella croce celtica, di quella camicia nera, recuperate dai cassetti?

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