Il silenzio degli imprenditori

Qui Milano, qui Lombardia. Continuano gli arresti di affiliati ai clan calabresi. Continuano gli incendi e le sparatorie contro negozi ed esercizi commerciali vari. Si scopre che le imprese si fanno inghiottire dalla ‘ndrangheta perché, come allegri citrulli, manager e imprenditori cercano i boss per risolvere i propri problemi.

Così è stato, ultimamente, anche per la “Blue Call”, grande società di call center. Avevano un credito di 250.000 euro che non riuscivano a riscuotere e che cosa gli salta in testa a queste menti strategiche? Di andarsi a cercare qualche energumeno in odor di lupara e bergamotto, possibilmente di Rosarno, e di proporgli l’affare: andate a prenderci i soldi e una percentuale resta a voi. Morale, scontata: i clan, un passo dopo l’altro, si sono ciucciati l’impresa a furia di botte e di minacce, di soldi e di paura.

Naturalmente si può molto ironizzare su quel che sono oggi -solo in parte, certo- i famosi imprenditori e sulla loro vocazione a essere classe dirigente di una città o addirittura di un Paese. Ma c’è soprattutto una cosa che viene spontaneo sottolineare: ed è che di fronte a questa ondata di arresti, di intimidazioni e di capitali sporchi che entrano con le spicce nelle imprese “legali”, brillano per il loro silenzio le grandi categorie economiche della Lombardia, ovvero le associazioni di commercianti e di industriali più potenti d’Italia.

Non si sente una parola, non risuona non si dice un grido di guerra ma nemmeno una pubblica presa di posizione, un caloroso invito a seguire le regole della legalità. Diciamo pure una fraterna esortazione a essere meno fessi. Nessuna mobilitazione in difesa del mercato, sacro totem quando si fanno i dibattiti politici ma guscio vuoto da abbandonare al suo destino quando avanzano i clan con le armi in mano.

E’ deprimente vedere come siano muti e pavidi i grandi corpi intermedi della società civile. E ci si chiede ovviamente perché dovrebbe mai ribellarsi il singolo commerciante di periferia o del paesino di ottocento anime dell’hinterland, quando i capi, così meno esposti e così più carichi di responsabilità, così più ricchi di prestigio e di potere, scelgono da anni di tacere, ben acquattati nelle loro palazzine.

In Sicilia cinque anni fa gli industriali hanno dato la sveglia. Qui a Milano e in Lombardia ancora dormono. Dice che Milano non è Palermo. Ecco, appunto: magari.

Un pensiero su “Il silenzio degli imprenditori

  • 12/12/2012 in 01:09
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    Non sarà che questo silenzio sia infatti dovuto al fatto che imprenditori e mafiosi siano cugini di primo grado per via paterna: Parassitismo?

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