Il “concorso esterno”

Chiunque mastichi qualcosa di mafie sa che per realizzare i loro affari esse hanno bisogno di commercialisti, immobiliaristi, operatori finanziari, amministratori e politici, notai e giuristi. Si tratta della cosiddetta “zona grigia”, la vera forza della mafia, fatta di collusioni, complicità e coperture. Rinunziare ad indagare anche in questa direzione significa abdicare alla possibilità stessa di vincere la mafia . Ora, l’unico strumento idoneo a contrastare sul piano investigativo-giudiziario la “zona grigia” è il “concorso esterno”, che si ha quando taluno concorre – appunto – ad attività del sodalizio criminale senza farne parte come affiliato. Uno strumento da valorizzare, se la lotta alla mafia non si vuole svilire a mera dichiarazione di intenti, senza effetti sul piano concreto delle prassi operative. Invece, altro che valorizzazione! Il dott. Iacoviello (non uno qualunque: il magistrato della Procura generale presso la Corte di Cassazione che avrebbe dovuto sostenere le ragioni dell’accusa nel processo a carico del senatore Dell’Utri) ha gagliardamente affermato che alla figura del concorso esterno ormai… non crede più nessuno.

Possibile che Iacoviello non conosca l’opinione che sul punto formularono Falcone e Borsellino? Eppure, basta recuperare la pagina 429 dell’ordinanza/sentenza 17 luglio 1987 conclusiva del maxi-ter per trovarvi scritto che : “manifestazioni di connivenza e di collusione… possono – eventualmente – realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa. Ed è proprio questa ‘convergenza di interessi’ col potere mafioso… che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché, correlativamente, delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali”.

A fronte di queste parole, i logori ritornelli contro il “concorso esterno” valgono quel che valgono, ancorchè ciclicamente riproposti. A partire dalle ormai storiche esternazioni dell’allora premier Berlusconi. Al riguardo un vero precursore, perché già nell’intervista al periodico inglese Spectator e alla Gazzetta di Rimini dell’11.9.03 (dopo essersi divertito a definire i magistrati “pazzi” e “antropologicamente diversi dal resto della razza umana”) ebbe a sostenere che “a Palermo la nostra magistratura comunista , di sinistra, ha creato un reato, un tipo di delitto che non è nel codice; è il concorso esterno in associazione mafiosa”. Questo concetto è stato poi ripetuto per anni da una schiera di epigoni del “leader” e ha finito per diventare un ritornello della canzone sui teoremi giudiziari. Chi si colloca in questa scia, magari inconsapevolmente, almeno rifletta se di fatto non stia concorrendo (esternamente…) al rischio di sottrarre all’antimafia uno strumento decisivo. Che poi sarebbe come pretendere di fermare un carro armato con una cerbottana.

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