I soldi dei mafiosi

Palermo e le battaglie per assegnare i palazzi dei mafiosi ai senzacasa

“In una giornata ventosissima, con un’atmosfera da film western, con le spine che venivano avvolte in grandi sfere trascinate su un terreno brullo e abbandonato, un piccolo drappello di giovani e di dirigenti dell’Arci avanzavamo nel vento con a fianco Rita Borsellino che ci trasmetteva coraggio e determinazione” tra quei giovani c’era anche Gianluca.

“Erano gli anni in cui cominciavano a nascere esperienze significative come quella con l’Arci Sicilia che diede vita, con la cooperativa sociale di Canicattì Lavoro e non solo, al progetto Liberaci dalle spine, iniziato a Corleone in un’atmosfera di diffidenza e ostilità. Venne presto anche il tempo delle intimidazioni. Alcuni giovani corleonesi coinvolti nel progetto si videro togliere il saluto da amici e familiari. Piovevano i consigli spassionati a ‘lasciare perdere’. O ancora la benzina per il trattore introvabile. O l’incendio del grano poco prima di essere mietuto per mettere in ginocchio una cooperativa che dava lavoro regolare ai giovani, compresi alcuni indicati in un programma di reinserimento sociale da parte del Centro di salute mentale territoriale”.

Gianluca, all’interno del Coordinamento di Libera Palermo, cercò di mettere in rete, insieme all’Ufficio nazionale dei beni confiscati, le diverse cooperative per valorizzarne la loro presenza sul territorio. Si costituirono consorzi, si organizzarono le quarantotto ore della legalità e altre manifestazioni di solidarietà verso coloro che continuavano a subire i contraccolpi delle cosche. “Come quando partimmo per Partinico: qui la cooperativa agricola Noè – che coinvolgeva anche persone con handicap – vide i suoi terreni invasi dalle vacche dell’ex proprietario mafioso, con un chiaro intento intimidatorio. Oppure quando bisognava essere presenti alla mietitura sui terreni della Cooperativa Placido Rizzotto, in parte bruciati. Ma, intanto, si doveva organizzare anche un’iniziativa per sostenere gli operai della Calcestruzzi Ericina, economicamente strozzati dalla mafia trapanese che aveva comandato di isolare gli ex dipendenti impegnati a salvare il loro lavoro”.

Ma c’era anche Palermo, dove si congiurava contro l’uso sociale dei beni confiscati, alimentando le connivenze tra mafia e politica. L’intero ventre molle e grigio di una città ancora tutt’altro che libera. Gianluca credeva che “riappropriarsi dei beni confiscati era necessario perché ogni casa, azienda e terreno abbandonati – o peggio: in uso agli ex proprietari o a persone di loro fiducia – rappresentavano un monumento alla potenza della mafia. Devastante per quel movimento di riscatto e liberazione che stava nascendo”.

L’emergenza abitativa a Palermo, nel 2000, raggiungeva picchi altissimi, mentre non si riusciva nemmeno a fare un elenco dettagliato dei tanti appartamenti sottratti ai mafiosi. “Quello dell’utilizzo sociale delle case confiscate alla mafia fu un percorso molto difficile ma anche esaltante. Si diede vita a un Comitato di associazioni per l’emergenza abitativa, innescando il protagonismo dei senzacasa, ma si impose anche un tavolo permanente in Prefettura. E poi cortei e assemblee nei quartieri roccaforte delle cosche in cui le persone senza un tetto innalzavano cartelli con su scritto ‘Vogliamo le case dei mafiosi’. Fino a poco tempo prima, non si sarebbero mai coinvolti in una richiesta così temeraria”. Praticamente una rivoluzione. “Poi, la battaglia continuava al tavolo permanente contro le istituzioni che sostenevano che la legge vigente ‘non consentiva l’utilizzo degli immobili per l’emergenza abitativa’. Alibi, ignoranza, pressappochismo. Tutto usato contro i più deboli. Quindi il confronto a Roma con l’Alto Commissario di Governo per i beni confiscati”. Il Comitato dei senzacasa vinse. E Palermo fu la prima città in Italia in cui le case dei boss si assegnarono a chi non aveva un tetto.

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