I meandri della droga - I Siciliani Giovani

I meandri della droga

Quando il sistema ti vuole apatico, senza speranza o morto

Tra qualche giorno sarà passato un anno esatto da quella che reputo la svolta della mia vita. Smettere di assumere stupefacent­i è stato come venire al mondo una seconda volta”. Esordisce così Silvia: la confessione le pesa ma si affida al pote­re catartico della condivisione e perciò conti­nua la sua testimonianza ripercorren­do gli anni bui della sua adolescenza.

“Quando ho iniziato a sballarmi sembra­va un passatempo da weekend. Non so­spettavo che quel “gioco” sarebbe diventa­to presto la mia prigione. La prima volta che acquistai da un pusher ero poco più di una bambina, frequentavo ancora le me­die. All’inizio mi sembrava un modo per ribellarmi a ciò che mi circondava, un esi­lio da un mondo sbagliato che non ti vuole e che perciò rinneghi a tua volta. Ai miei occhi di adolescente c’erano cose ben più gravi che drogarsi: le ristrettezze economi­che, ciò che causavano, le incomprensioni costanti e l’impotenza di poter cambiare una virgola. Il mio disagio ci mise poco a condurmi verso amicizie sbagliate e amori distruttivi. Per molto tempo mi è sembrato che in quel campo chiamato “vita” io non sarei potuta mai fiorire. E il paradosso era che sbocciare sarebbe dovuto essere un mio diritto a quell’età.”

Con rammarico dice che la sua probabil­mente è stata davvero una “gioventù bru­ciata” ma poi aggiunge che è stata fortuna­ta lo stesso visto che c’è ed è ancora viva. Alcuni suoi amici sono morti: non sono né sbocciati né fioriti, “mangiano solo terre­no”.

“Un codice di gesti e sguardi”

“All’inizio con i miei amici andavamo a Librino per comprare. Il codice di gesti, sguardi e movimenti è preciso, chiaro per qualunque acquirente. Una volta ci becca­rono i poliziotti in borghese al palazzo di cemento: uno di loro mi disse che avrei dovuto vergognarmi. Ebbi un po’ di paura: lo sapevo che in un modo o nell’altro met­tevo a repentaglio la mia facciata di brava ragazza. Avrebbero potuto schedarmi come tossica o trovarmi roba addosso e sbattermi in galera. Queste cose io le sape­vo ma non mi persuadevano a smettere. Dopo quell’episodio cambiai zona dirigen­domi al San Cristoforo. Alle 15 di ogni po­meriggio mi intrufolavo in quelle viuzze strette raggiungendo il cuore del degrado.

I bambini-sentinelle

Ci andavo anche da sola per non dare nell’occhio ma mi pesava: passare davanti ai bambini che facevano da sentinelle nel caso si avvicinasse qualche volante di “sbirri”; gli sguardi delle signore sedute davanti ai loro usci che sembravano ser­barmi disprezzo. Lì la mia facciata di bra­va ragazza crollava: diventavo come chi me la vendeva, una complice del sistema mafioso. Mi pesava pure dover girare a zonzo finché andavano a prenderla o do­verla nascondere addosso. Ad un certo punto mi chiesi perché. Perché mi sottopo­nevo a tutta quella miseria? Non mi co­stringeva nessuno quindi perché non ero in grado di essere libera? I pretesti che chia­mavo in causa cominciavano a fare acqua da tutte le parti, mi rendevo conto che non era vero che attraverso lo sballo mi scivo­lasse tutto addosso e mi sentissi più sere­na. Era vero piuttosto che tutto ciò che sci­volava mi stava seppellendo giorno dopo giorno e di certo era una serenità artificiale la mia. Quando cominciai a valutare l’ipo­tesi di smettere la sofferenza fu atroce.

Co­minciai a soffrire di insonnia e quan­do riu­scivo ad addormentarmi avevo gli incubi. La mia coscienza si stava risve­gliando. Fu una lotta tra me e me e mi resi presto con­to che non avrei mai potuto vin­cere senza l’aiuto di qualcuno. Mi recai al Sert più vi­cino con la speranza che il tossi­cologo mi dicesse di smettere gradualmen­te. Invece dovetti smettere di colpo dopo più di 10 anni di assuefazione. Mi resi conto che non soffrivo perché stavo smet­tendo. Sof­frivo perché avevo perso di vista me stessa per tutto quel tempo. Ritrovarmi è stata una gioia, un cammino che conti­nua anco­ra oggi”.

Spaccio, soldi e miseria

Questa è la storia di Silvia. Di ragazzi come lei coinvolti in storie di droga ne è piena la città ma anche i cimite­ri. Chiun­que sa perfettamente quali siano i quartieri dove si può reperire fumo, cocai­na, eroina. Sono quartieri dove puntual­mente le forze dell’ordine fanno dei blitz ma dove non cambia mai nulla. Gli spac­ciatori sono giovani come Silvia: quando vengono ar­restati, sono subito rimpiazzati da altri gio­vani. L’attività di spaccio, che produce tanti soldi quanta miseria, non si ferma mai: altrimenti non si potrebbero pagare gli avvocati. In questo modo si ali­menta un sistema che non ti vuole lucido ma apa­tico, senza speranza o morto.

Tutto ciò è risaputo da chi nei quartieri ci vive da vittima e da complice, da chi ci va come se andasse al supermercato, da chi non ci va mai perché timoroso della peste che dilaga, ma soprattutto dalle isti­tuzioni che non muovono un dito perché scoperchiare sfacciatamente questo giro significherebbe un testa a testa cruento con la mafia e il coraggio di proporre vali­de alternative. Finché non ci saranno alter­native a questo modo di vivere mafioso in­fatti questo cane rabbioso continuerà a mordersi la coda.

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