“Aprite la finestra e raccontate”

La Fondazione Fava e l’Ansa hanno indetto un premio per giova­nissimi “giornalisti”. Centocinquanta rispo­ste da tutta Italia

Iniziamo da Bergamo, da uno studente del liceo Manzù che scrive ironico e amaro: “La mafia sale al nord e mangia polenta”. Cioè? “La mafia è dappertutto, è dietro i subappalti dell’autostrada A4”. I ragazzi, molti ragazzi delle scuole italiane, sulla mafia sanno quasi tutto quel che c’è da sapere, anche se “non hanno tutte le prove”. Sanno perché sono cittadini e si guardano intorno.

“Raccontate la mafia”

Fondazione Giuseppe Fava e Miur han­no indetto nelle scuole italiane un concor­so nel nome di Giuseppe Fava col patroci­nio dell’Ansa, a trent’anni dall’assassinio del giornalista ucciso dalla mafia a Cata­nia il 5 gennaio 1984. Bando uscito a marzo, scadenza a maggio. Tema: “Aprite la fine­stra sulla vostra città e raccontate dove vedete la mafia”.

In un mese e mezzo ecco la risposta. Sta dentro due scatole piene di plichi: 150 tra foto, video e articoli spediti da classi di ogni angolo d’Italia e arrivati al piano terra del palazzone romano dove ha sede il ministero dell’istruzione. Da Bitonto, Senigallia, Verbania, Lidi Estensi, Udine, Milano, Torino, Bari, Crotone, Cuneo e Savigliano, Brescia e Bergamo, Siderno, Casarano, Palermo, Biancavilla, Polizzi Generosa, Barcellona Pozzo di Gotto e Catania, Benevento, Avellino, Napoli e Pompei, Prato e Firenze, Como, Bologna, Parma, Lanciano, Perugia, Spoleto e altri luoghi che ho certamente dimenticato. Aprendo quelle buste, leggendo o vedendo i lavori di questi ragazzi italiani si sentono quelle voci che sanno. Voci indignate, ironiche, curiose che parlano agli adulti. Ascoltiamole.

A Torino, raccontano due ragazzi del Tecnico Plana, la ‘ndragheta “abitava” anche in un bar con vista sul commissariato di polizia di Leinì, il Bar Italia. Poi, l’operazione Minotauro, e ora quel bar dentro il quale i boss manovravano affari e elezioni locali è stato confiscato, si chiama “Bar Italia Libera” ed è gestito dall’associazione di don Ciotti. “Si può fare, se si guarda in faccia il mostro”, scrivono dal Plana. “A Brescia bruciano santini e sgozzano capretti e sul Garda sequestrano villone. Qui la mafia è un’emergenza”, raccontano dal liceo De André.

Mille chilometri più a sud, due studentesse nell’istituto artistico di Siderno, in Calabria, hanno scattato una foto e frammentato l’immagine in tre fasce (fronte, occhi e gote) con su scritto: “Guarda la legalità in faccia”.

Al liceo Cassarà

A Palermo, liceo Cassarà, due ragazze chiedono: “Ma questa Cosa è davvero no­stra? No anche se la mafia è tra noi e dob­biamo operare con gesti quotidiani affin­ché non sia più cosa di nessuno”. Dal li­ceo Galileo di Perugia, osservano il centro storico che è “terra di spaccio notturno che deturpa la bellezza della nostra città”.

Questi ragazzi sanno che coppola e lu­para non sono più i simboli di queste sto­rie. Al liceo Romagnosi di Parma, hanno le idee chiare su quel che accade loro in­torno, sulla linea della palma salita sin lassù. Ragazzi e ragazze si alternano in vi­deo. Slogan: “Difendere la libertà”. Il più giovane e paffutello tra loro sta seduto in una cucina e beve latte. Guarda fisso la te­lecamera, racconta che nel parmense han­no sequestrato due caseifici ai casalesi e dice: “Non lo sapevamo, ma sulle nostre tavole abbiamo mangiato e bevuto prodot­ti mafiosi”.

A Saluzzo, un ragazzo sfotte i suoi compaesani (“qui gli altri fanno finta di non vedere e non si occupano di mafie”). Poi intervista Manfredi Borsellino, diri­gente della polizia di lassù, provincia di Cuneo, e gli fa dire: “Il giorno in cui tutti rispetteremo le leggi, non avremo più bi­sogno di eroi”. Alla fine il ragazzo di Sa­luzzo chiude il suo video mangiando un arancino: “Il mio arancino ora è libero…” e sorride.

Abbiamo diritto a un “futuro senza ma­fia”, grida una ragazza dell’istituto Dotto­la di Bari. A Spoleto, uno studente del De Carolis, vede la mani della mafia sulla sua città in un palazzone in cemento, nel cuo­re di uno dei centri storici più belli d’Ita­lia. Le classi di Bitonto e Casarano foto­grafano le discariche lungo le strade ed evocano l’orrore della strage mafiosa a un incrocio della provinciale, a Palagiano. Regolamento di conti, padre, madre e bimbo di 3 anni uccisi.

“Sveliamoci”, dicono nel loro video i ragazzi dell’istituto Morante di Napoli. E alludono alle brutte vele di Scampia. A Prato, sei ragazzi dai cognomi orientali ri­cordano le sette vittime del rogo del 2 di­cembre 2013 nel laboratorio tessile e par­lano di “mafia cinese che sfrutta il lavoro”.

Nelle scuole di Milano

A Milano (liceo Virgilio), Bologna (li­ceo Minghetti) e in un tecnico di Crotone scrivono e girano video sul gioco d’azzar­do in mano alle mafie che così uccidono la tranquillità delle famiglie. “L’indiffe­renza ti rende complice”, grida un alunno del liceo De Titta di Chianciano (Chieti) e il suo video si intitola “Denaro insaguina­to”. A Udine, uno studente del liceo Uc­cellis, arringa: “Qui dicono che in Friuli la mafia non c’è, ma fanno solo finta di non sentire il sinistro ronzio che genera soldi sporchi come il catrame”.

Un solitario studente del liceo Perticaro di Senigallia parla mentre – in camera car – scorrono immagini di strade, ponti, lavo­ri pubblici: “Non esistono isole felici”, dice e fa dire alla voce di Giancarlo Ca­selli che bisogna superare l’indifferenza ma “con l’aiuto di tutti, ce la faremo”.

A Piacenza, a Catania, a Como…

A Como una ragazza del liceo Gallio con un cognome “sudista” racconta del vivaio an­dato a fuoco per “mano della mafia” ma osserva che molti “hanno subito voltato lo sguardo altrove, come a Palermo”. Perché “cu è orbu, surdu e taci, campa cent’anni…”.

A Piacenza, aprendo la sua finestra, una studentessa del liceo ha visto l’arresto di un imprenditore locale, socio di camorristi in appalti, operazione “Grande Drago” ai confini nord della Padania emiliana. E agli antipodi, tre ragazzi dell’Ipsia di Biancavilla (Catania) raccontano di un de­litto senza testimoni e promettono: “L’omertà uccide. Io vedo, sento e parlo”.

Ecco, queste voci non le contieni tutte in un solo articolo ma ti restano nelle orecchie. Se Giuseppe Fava, trent’anni fa, avesse fatto il cronista nell’Italia di queste voci, sarebbe stato meno solo e forse non lo avrebbero potuto neanche uc­cidere. Comunque ora sorriderebbe se ascoltasse queste parole usate nel suo nome da ragazzi italiani. Da Como a Pa­lermo.

Uno stage all’Ansa

Tre di loro, il 3 giugno, hanno ricevuto un premio dal ministro dell’istru­zione: un breve stage nella redazione An­sa.it. Una piccola occasione per aver lan­ciato uno sguardo libero sulla loro realtà. In fondo, il giornalismo (anche fatto dai ragazzi) cos’è se non questo?

I dieci anni del Premio Libero Grassi

Comunicare la libertà

Raggiunge il traguardo del decennio dalla sua istituzione, ad opera della Cooperativa sociale Solidaria, il Premio nazionale per la comunicazione su temi di rilevanza sociale rivolto al mondo della formazione e dell’istruzione, intitolato a Libero Grassi, l’imprenditore assassinato dalla mafia per il suo coraggio nel non piegarsi al racket e per la sua capacità d’innovazione del­le forme di contrasto della mafia.

Dieci anni passati in rassegna, grazie anche al percorso per immagini mo­strato da un video all’interno di una manifestazione svolta­si alla presenza di Pina e Alice – vedova e figlia di Libero Grassi – nella sala cinematografi­ca intitolata al Maestro De Seta e situa­ta dentro l’importante complesso di archeologia industriale dei Cantieri Culturali della Zisa, recentemente tor­nato, tra tante difficoltà, un punto di riferimento della cultura palermitana.

La Premiazione delle scuole vincitrici – da Milano a Reggio Emilia a Roma all’Aquila a Catania – è stata affidata alla conduzione del giovane ma già affer­mato giornalista Giacomo Di Girolamo davanti ad un pub­blico costitui­to prevalentemente di scolari e studenti.

Particolare curioso: nel 2006 proprio Di Girolamo, giovanis­simo cronista di provincia, si assicurò con un testo di notevole valore etico e sti­listico, il Premio Libero Grassi in una particolare sessione in cui si chiede­va ai gio­vani di scrivere una “lettera al caro estortore”, sul solco della let­tera aper­ta che nel gennaio del 1991 Libero scrisse al suo estortore, modi­ficando – radicalmente e pubblicamente – l’approccio al pro­blema del pizzo di un im­prenditore, anche in quel caso drammaticamente isolato dai suoi colleghi.

I temi proposti ai ragazzi in questa decima edizione 2014 riguardavano per le scuole elementari e medie la Libertà e giustizia sociale, per quelle Su­periori il Lavoro. Ai più piccoli veniva richiesto per la trattazione dei temi l’utilizzo di strumenti tradizionali come temi, poesie, immagini, per quelli più grandi la scrittura di sceneggiature per spot video.

Significativa anche l’istituzione di due Premi Speciali: uno voluto dalla Pro­vincia di Reggio Emilia per le scuole del suo territorio e l’altro istituito dalla Coo­perativa Solidaria in segno di solidarietà con la Città dell’Aquila, anco­ra afflitta dalle gravi conseguenze socio-economiche lasciate dal recente terremoto e amplificati da una conduzione della ricostruzione, oltre che inadeguata e irresponsabile, spesso anche criminale.

La manifestazione dei Cantieri Culturali è stata anche l’occasione per ri­cordare il viaggio – premio fatto nei giorni precedenti da alcune scuole nei luoghi dell’antimafia sociale, da Portella delle Ginestre, dove particolar­mente toccante è risultato l’incontro con Mario Nicosia e Serafino Petta, due reduci della strage politico-mafioso del 1947, alle Cooperative sui ter­reni e aziende confiscati alla mafia – Noe di Partinico, Lavoroenonsolo di Corleone e Calcestruzzi Ericina di Trapani – ai luoghi dell’intervento sociale – non violento e partecipato dal basso – di Danilo Dolci, accompagnati dal figlio Amico.

Dieci anni importanti, dicono gli organizzatori di Solidaria, soprattutto per­ché partendo dall’esempio di Libero Grassi e di tanti altri uomini e donne liberi, hanno consentito l’incontro di tanti giovani con l’intento principale di stimolare il loro senso critico e la loro consapevolezza dell’importanza del loro prota­gonismo e della loro responsabilità nella creazione delle migliori condizioni di umana e civile convivenza nelle loro società.

Giovanni Abbagnato

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