Giovani siciliani

I sogni e le speranze di chi decide di rimanere.

In una Sicilia piena di giovani disoccupati che fuggono al nord o all’estero (l’isola, dal 2002 al 2018, ha perso circa 180000 residenti e un universitario su tre studia negli atenei del settentrione), qualche ragazzo crede ancora nella propria terra e non la abbandona.

Valerio, attore di 30 anni, è uno di questi giovani decisi a non andar via perché vede nella Sicilia casa sua e non vuole abbandonarla. Per lui aver creato a Catania un piccolo teatro – “L’Istrione” -, non è stato sufficiente: «Il teatro a Catania dà a noi giovani la possibilità di sopravvivere, ma non di vivere dignitosamente. Anche i ragazzi più talentuosi hanno bisogno di fortuna e di agganci: con un pubblico legato ai grandi nomi della tradizione teatrale cittadina, è raro che ai giovani venga concesso un ruolo degno della loro preparazione. C’è bisogno però di un ricambio generazionale, di un teatro capace di supportare i giovani e avvicinarli all’arte». Con un po’ più di esperienza alle spalle, anche Riccardo condivide queste idee e sostiene che il teatro debba investire sulle nuove generazioni. «Non c’è bisogno di grandi finanziamenti, bastano cura e passione, che spesso si trovano più nei piccoli teatri che in quelli maggiormente affermati. Ma fin quando l’attore non verrà considerato un vero lavoratore, retribuito per il suo impegno, allora il nostro teatro sarà splendido come un grande diamante, ma destinato a fare un buco nell’acqua» dice Francesco, altro giovane attore.

In Italia è difficile per i teatri ottenere finanziamenti. Da qui quell’ondata di autogestioni e occupazioni che da Roma ha raggiunto Catania già nel 2011: il Coppola, primo teatro comunale della città da tempo abbandonato nonostante attendesse dei fondi pubblici, è stato occupato da un gruppo di artisti e riqualificato come luogo culturale. Nel 2016 è toccato al Verga essere “invaso” dai lavoratori dello Stabile dopo mesi di mancato stipendio. Quest’anno i precari del Bellini hanno occupato il teatro contro i continui tagli dei fondi regionali che non consentono assunzioni a tempo pieno e, dato che ciò non è bastato, in questi giorni sono saliti sul tetto del Sangiorgi richiedendo maggiori attenzioni.

«So bene che il teatro è in crisi, ma io sento di non poter fare altro e con un po’ di follia seguo il mio cuore: il bello del teatro è che è un mestiere libero, adattabile a vari ambiti, come visite teatralizzate ai musei o altro. Il problema dei fondi è solo una scusa, considerando che sono sufficienti tre persone e la creatività per allestire uno spettacolo. È tutta questione di volontà» A parlare è Giulia, ventinovenne laureata in lettere moderne, studentessa presso l’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico) ed ex voce dei “pupi siciliani”. «A 18 anni avevo pensato di andare a studiare fuori, ma le mie radici mi hanno avvinghiata alla mia bellissima terra, di cui troppi parlano male e pochi agiscono per il suo bene. Non sempre la Sicilia è generosa, molti miei familiari sono andati via perché qui non riuscivano a soddisfare le proprie aspirazioni, però io provo a scavare dentro invece di cercare fuori». Giulia è stata anche legatissima a un’arte tutta siciliana quale l’opera dei pupi, a cui si è avvicinata casualmente. Vincendo una paura infantile per quei pupi così truccati e armati, all’università la lettura dell'”Orlando Furioso” le ha fatto comprendere quale grande patrimonio artistico sia custodito nella marionettistica siciliana e ha contribuito a farlo sopravvivere. A Catania i pupari per eccellenza sono i fratelli Napoli (dei quali Salvatore si è recentemente spento), rappresentanti di un’arte in crisi che come tale va tutelata.

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