E le arance parlarono

Un agrumeto, un catenaccio e l’antimafia sociale

DIALOGO DELLE ARANCE

“Holà Tarocco, come va?”

“Bene Navelina, mi sono appena lavato la buccia con la rugiada del mattino, poi la dolce aria di autunno mi ha svegliato del tutto”

“Guarda, guarda tarocco quanta gente c’è nel viottolo, ma chi sono?”.

“Boh. Stanno mettendo un lenzuolo giallo nella recinzione della proprietà ma c’è scritto qualcosa”.

“Aspetta un po’, vediamo se riesco a leggere, ecco! OGNI BENE CONFISCATO È UN BENE COMUNE. E che vuol dire?”

foto di Elena Majorana

“Stanno parlando, sentiamo cosa dicono”

Le parole di quelle persone sono chiare, Navelina e Tarocco ascoltano con attenzione.

“Hai sentito cosa hanno detto?”.

“Si, hanno detto che questo agrumeto e é mafioso e che è stato confiscato al padrone pure lui mafioso. E che questa terra va restituita alla comunità civile”.

“Tarocco, ma sei sicuro di ciò che hai sentito?”.

“Si, si, l’ha detto quel signore che chiamano onorevole, e quell’altro signore con i capelli bianchi ha detto che questo agrumeto dev’essere assegnato ad una cooperativa di agricoltori naturali”.

“E chi sarebbero questi?”.

“Sono quei contadini che nutrono la terra con concimi naturali e rispettano l’ambiente”.

“Davvero, Tarocco? Allora non sono come il padrone che ogni volta che spruzza quella acqua colorata mi fa venire l’allergia?”

“Proprio. E si dice anche che loro non sfruttano i braccianti”.

“Invece i caporali del padrone quei ragazzi africani li pagano molto  poco e li trattano come schiavi”.

Poi Tarocco e Navelina, guardano il cancello serrato con un catenaccio, e si mettono a urlare arrabbiate.

“Aprite quel cancello se no sarà sciopero! sciopero! diremo a tutte le arance di lasciarsi cadere sulla terra. Noi siamo frutti liberi e non vogliamo crescere in una terra mafiosa. Vogliamo dare solo un buon succo che ristori gli uomini e le donne! E senza padroni mafiosi! “.

foto di Elena Majorana

DIALOGO DEGLI UMANI

“Alfio, ma quando sono state raccolte queste olive?”.

“Almeno quattro giorni fa”.

“Quindi prima della conferenza stampa di giorno tre… Ma quei bidoni col segno del teschio che cosa sono”.

“Concimi velenosi proibiti dalla legge”.

foto di Elena Majorana

CRONACA

Giovedì cinque novembre, siamo a Palagonia nell’agrumeto confiscato alla mafia. Il provvedimento, a carico del signor Sangiorgi e del cognato signor Piticchio, fu emesso alla fine del processo “Iblis” del 2010 e fu confermato in Cassazione nel 2012; il terreno passò all’agenzia nazionale dei beni confiscati alla mafia nel 2017. Per cui sono otto anni che questi signori guadagnano soldi sottraendoli a ciò che ormai appartiene alla comunità civile.

E in tutti questi anni dov’erano le istituzioni?

E le forze dell’ordine?

E funzionari dell’agenzia dei beni confiscati? Quelli che debbono controllare lo sgombero dei padroni mafiosi?

La “roba” dei mafioso ha spesso una storia sanguinosa. Uccidere, corrompere, rubare, usare la malapolitica – tutto per affamare i poveri cristi.

In questo agrumeto abitato dai mafiosi fino a pochi giorni fa nessuna istituzione li ha cacciati. Dieci anni ci sono voluti per vedere qui i carabinieri. Dieci anni in cui ogni giorno i mafiosi in pratica hanno detto: “Governi, ministri, assessori, sindaci, grazie! Chiedeteci quel che volete, visto che un bel favore ce l’avete fatto!”.

Ma poi ce la gente comune, il popolo, come ad esempio i Siciliani di Pippo Fava. Abbiamo chiamato le associazioni antimafia e con una sola voce abbiamo detto “Il bene confiscati alle mafie al popolo deve tornare! Alle organizzazioni sociali, ai giovani, alle cooperative che danno lavoro. State attenti mafiosi, noi ci siamo”.

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