Don Luigi Merola, un giovane prete tra i bambini

È il pomeriggio del 31 ottobre 2014 ed ho appuntamento con don Luigi Merola. Non posso scrivere un libro su Annalisa Durante, senza aver parlato almeno una volta con uno dei protagonisti della vicenda. E poi ho bisogno di avere alcune conferme sulla storia. Mi affretto per arrivare puntuale all’appuntamento. Don Luigi lo conosco solo di fama, per aver sentito parlare molto di lui, per aver letto tutte le cronache e anche gli atti giudiziari della vicenda di Annalisa. Ho letto anche qualcuno dei suoi libri, ma nonostante lo abbia incontrato in più di una occasione pubblica, con lui non ho mai parlato. Non voglio, quindi, fare una brutta figura proprio al nostro primo appuntamento. La città di Napoli la conosco, ma non così bene da sapere dove si trovi via Piazzola 15, che è il luogo in cui ci dobbiamo incontrare. Per fare in fretta e non rischiare di far tardi, prendo un taxi. Entro in auto, comunico all’autista l’indirizzo ma, come spesso accade a Napoli, questi non conosce dove sia. Incomincio a preoccuparmi di girare a vuoto nella città di Napoli e magari sborsare un po’ di euro in più, ma la preoccupazione principale continua ad essere quella di rischiare di arrivare tardi all’appuntamento. Gli dico che si trova nel quartiere Arenaccia. Niente, l’autista, nonostante affermi di abitare in quella zona, non sa proprio dove sia situata questa strada e del navigatore nel taxi non vedo alcuna traccia. Anche se un po’ seccato cerco il modo di prendere la situazione in mano, di sbrogliare la matassa, ma non so proprio come fare. Intanto l’auto comincia ad avanzare nel traffico cittadino. Dopo qualche minuto passato nell’incertezza, ecco che decido di dire all’autista che il posto dove devo andare è una casa che prima apparteneva ad un boss della camorra e che ora, dopo essere stata ristrutturata, è gestita da un giovane sacerdote. All’improvviso, guardando gli occhi dell’autista nello specchietto retrovisore, mi accorgo che quasi gli si illumina lo sguardo, come se gli si fosse accesa una luce. Ah, state parlando di don Luigi Merola, il prete di Forcella? Certo che so dove sta, mi dice, contento anche lui di aver finalmente risolto il problema dell’indirizzo. Tiro un sospiro di sollievo, perché finalmente sappiamo dove andare. Poi il tassista aggiunge: lì in quella casa accoglie molti bambini, ne ha fatto un centro di aggregazione e di svago per i ragazzi del quartiere, è un prete molto bravo e amato dalla gente, perché offre ai ragazzi un’opportunità, non li lascia in mezzo alla strada. L’autista non smette più di parlare ed intanto che ci avviciniamo al nostro obiettivo, ecco che uno squillo del telefonino mi avvisa che è arrivato un messaggio. È lui, don Luigi, che mi avvisa di essere un po’ in ritardo: Sto venendo da Roma, arrivo tra mezz’ora, scusami. Arriviamo in via Piazzola 15, pago, ringrazio e saluto il tassista. Finalmente sono arrivato a destinazione. La palazzina dove don Luigi ha stabilito la sede della sua Fondazione “A’ Voce d’è Creature” si staglia proprio alla fine di una strada, via Colonnello Gabriele Pepe, dove ancora resistono alcune attività commerciali. Mi dirigo verso il cancelletto d’ingresso della villetta, dietro al quale già intravedo tanta gente. Busso, il cancello si apre ed entro, salendo qualche gradino che porta nell’ingresso dello stabile. Ad una signora che sta dietro ad una sorta di portineria, dico di avere appuntamento con don Luigi. Si, è il dott. Miggiano? L’attendavamo! Don Luigi si scusa, ma è un po’ in ritardo. Se vuole si può accomodare. Ringrazio e mi accomodo all’ingresso. Poggio le mie cose su una sedia, mi levo il soprabito e comincio a guardarmi intorno. Mi viene naturale tirare fuori il taccuino ed incominciare ad annotare ciò che mi sta accadendo intorno. Sono seduto proprio davanti ad un’aula. Dentro ci sono delle persone adulte e dei bambini, tanti bambini seduti tra i banchi chiari e le sedie azzurre. Stanno facendo i compiti e gli adulti, si vede, hanno l’aria degli educatori, stanno impartendo delle lezioni. Gli educatori sono giovani, ma anche meno giovani e anziani e hanno tutti l’aria di chi è impegnato a dare un contributo alla crescita culturale di questi ragazzi. Italiano, matematica, inglese, tedesco sono le materie che più si approfondiscono, perché, si sa, queste sono state e lo saranno in futuro le più difficili da affrontare, soprattutto se a casa non hai nessuno che ti aiuti a rendertele più accessibili. Ma qui si fa anche musica, teatro e da poco il maestro Maddaloni fa anche un corso di judo. Il 31 ottobre è la festa di Halloween, un festa che non è nostra, ma che si è diffusa anche in Italia e quindi si fa festa anche alla casa de “A’ Voce d’è Creature” di don Luigi. All’improvviso cominciano a sgusciare bambini da tutte le parti, persino da sotto il tavolo, dove nell’attesa mi sono appoggiato per scrivere. C’è un’area leggera negli ambienti, che mi colpiscono perché sono tutti colorati di azzurro chiaro, tenue, quasi a simulare un sorta di lievità nell’essere qui dentro. Ogni tanto qualche ragazzino, vestito in maschera, sgattaiola fuori dalle stanze, altri corrono, si inseguono, si muovono carponi. Un bambino ha la faccia colorata di bianco, l’altro ha un mantello nero realizzato con un sacchetto di plastica. È festa e, per mascherarsi si usa ciò che si ha a disposizione, quando si è figli di povera gente. Però, è un posto allegro quello che ha costruito don Luigi nel cuore di un altro dei quartieri più degradati di Napoli. Al piano di sopra si sente il vociare dei bambini, risate, schiamazzi, ma anche qualche richiamo. Poi l’attesa finisce. La signora che ho trovato all’ingresso mi si avvicina e mi avvisa: don Luigi è arrivato. Mi preparo, raccolgo le mie cose ed ecco che arriva e mi accoglie calorosamente, come se ci conoscessimo da sempre. “Vieni con me al piano di sopra. C’è la festa di Halloween ed i ragazzi hanno preparato un balletto”, mi dice. Saliamo le scale ed entrati nel grande salone del piano di sopra, siamo letteralmente assaliti dai bambini. Forse è esagerato, ma ora alla mente mi tornano le immagini di qualche film su don Lorenzo Milani. E così in un attimo ci ritroviamo circondati da bambini. C’è chi gli fa delle domande, chi gli tira la giacca e poi scappa. C’è aria gioiosa. Un gruppo di bambini si dispone in fila ed esegue un balletto, molto vivace, al termine del quale è un tripudio di voci, di risate e lui, don Luigi, in mezzo a festeggiare con loro. Mentre i bambini si esibiscono mi dice: Vedi questi ragazzi più grandi? Qualche anno fa erano qui come ora questi bambini. Poi hanno scelto di rimanere e fare gli educatori. Poi la foto di rito, don Luigi al centro ed intorno a lui tanti, davvero tanti bambini ai quali un operatore, passando con un cestino, ha distribuito caramelle e Chupa Chups. Don Luigi me ne porge uno e mi dice, prendiamone uno anche noi, in fondo anche noi siamo dei bambini, un po’ più grandi, ma sempre bambini. E si vede che don Luigi in quello che fa ci mette l’entusiasmo di un bambino. E con il lecca lecca in mano mi fa accomodare nel suo piccolo ufficio. Entrati nello studio, don Luigi si affaccia alla finestra che dà su un campetto sportivo e mi dice: “Vedi, di questo campetto qua giù sono davvero molto orgoglioso. Dopo anni sono riuscito a realizzarlo. Lì sotto, quando questa casa era di proprietà del boss Raffaele Brancaccio, c’erano i leoni in una gabbia. I leoni veri, non quelli di pietra ed il boss li utilizzava come simbolo di potere, ma anche per terrorizzare gli avversari. C’è stato un tempo, dopo la confisca di questo palazzo, in cui il Comune preferiva che in quel cortile si ritrovassero i ragazzi per drogarsi. Poi ho chiesto che venisse assegnato alla nostra Fondazione, ma è stata dura. Però alla fine ci siamo riusciti. Ora in quel campetto ci giocano i ragazzi del quartiere ed io me li guardo da qui. A volte gli abitanti dei palazzi vicini – che prima quando c’era il boss non dicevano nulla – si lamentano per il chiasso dei ragazzi mentre giocano, ma non fa niente. Questo era un mio sogno. E quando sogno io, so che sogna anche un altro”. La palazzina all’interno della quale ha fatto nascere la sua Fondazione un tempo è appartenuta a Raffaele Brancaccio, il re dei videopoker, che fu arrestato nel 1994 e ci sono voluti tredici anni affinché la confisca divenisse definitiva. Poi nel 2007 la casa del boss fu affidata a don Luigi che lì ha fatto nascere la sua Fondazione ed ora al suo interno trovano lavoro trenta persone, tutte regolarmente retribuite. Le sue attività sono sostenute solo da qualche benefattore e soprattutto grazie al suo lavoro. E mentre mi porge un rettangolino di carta, con sopra scritto: “Aiutaci con il tuo 5 x mille Fondazione ONLUS ‘a VOCE d’‘e CREATURE C. F.: 95097930630”, mi dice: “Ci sosteniamo con questo, con la richiesta del 5 per mille e con i proventi dei miei libri”. Don Luigi pubblica un libro all’anno, gira l’Italia per presentarli ed i proventi li destina all’educazione di questi ragazzi. Mentre chiacchieriamo seduti nel suo ufficio, accompagnato da un’educatrice, entra un bambino. È alto neanche un metro. Don Luigi si alza, gli va incontro e lo abbraccia. Poi prende una busta che aveva posato su di una poltroncina e, mentre gli dice, “ti ho portato una bella cosa da Roma”, tira fuori una tuta con i colori del calcio Napoli. Improvvisamente gli occhi del bambino sembrano brillare. Timidamente si avvicina e si avverte che non vede l’ora di toccarla. Vedi, questa è vera, è proprio quella del Napoli, non è “appezzottata”, l’ho comprata in un negozio, non sulle bancarelle, gli dice scherzando don Luigi. Il bambino la prende e, dopo aver ringraziato con un bacio don Luigi, prende la busta con la tuta e, accompagnato dall’educatrice, se ne va. Appena escono dalla stanza mi dice: “Sai, questo della tuta era un desiderio che il bambino aveva espresso in un suo temino, dove diceva che la sua famiglia non poteva comprarla. Ogni tanto, per capire quali sono i loro bisogni, facciamo fare dei piccoli elaborati e da lì, da quello che scrivono, capiamo molte cose”. Qui, in questo posto, don Luigi accoglie centottanta bambini in tutto. Sono bambini del quartiere, che non avrebbero un luogo dove andare se non la strada. Sono figli di povera gente, con situazioni complicate alle spalle. E lui prova a dare un senso almeno ad alcune ore della giornata di questi giovani, molto spesso giovanissimi, che senza il suo intervento avrebbero a disposizione solo la strada e le sue insidie. Passiamo un paio d’ore insieme e sono ore piacevoli. Gli chiedo di raccontarmi come è arrivato a Forcella, di confermarmi le cose che ho letto sui giornali, negli atti giudiziari. E lui non si risparmia. Partiamo dall’inizio. Come arrivasti a Forcella?, gli chiedo. Fui trasferito a Forcella il primo giorno del mese di ottobre del 2000. Venivo da Marano, il mio paese, dove ero vice parroco. Fui trasferito a Forcella per punizione. Per punizione?, gli chiedo con una certa incredulità. Penso: Cosa può aver mai commesso un giovane prete di periferia? Quale fu la tua colpa? Avevo semplicemente costituito un’associazione antiusura senza, però, chiedere il permesso al mio Vescovo, il Cardinale Michele Giordano. Per questa sorta di insubordinazione, il Cardinale mi disse: “Tu sei una testa calda, ti mando a via Duomo, così ti tengo più sotto controllo. Per noi giovani preti di periferia o almeno per me, via Duomo rappresentava il centro del mondo. Lì c’è la cattedrale, il centro di Napoli, il cuore della città, ma anche della Chiesa napoletana, con il suo Duomo, la sede della Curia e tanta gente che conta nel mondo della Chiesa. Non la presi troppo male, certamente non come una punizione da considerare grave. Quindi eri contento di venire a Napoli? Certamente che ero contento. Vado dove ci sono le più importanti sedi della mia Chiesa, conoscerò gente importante, mi farò conoscere, farò vedere che sul mio conto si sono sbagliati, pensavo. E invece? In realtà non fui trasferito a via Duomo. Per via Duomo si intendeva tutto il circondario dove hanno, appunto, sede le più importanti istituzioni ecclesiastiche di Napoli, ma via Duomo è anche a due passi dalla parrocchia di San Domenico ai Mannesi, la parrocchia di Forcella, appunto. Ma io, giovane com’ero, non lo sapevo. Quindi, fui trasferito nella chiesa di Forcella, ma ero contento lo stesso. Chi invece non era contenta per niente era mia madre, che aveva capito tutto subito. E io non capivo la sua preoccupazione. Ricordo che mi disse: “Poi capirai cosa è Forcella”. Ed aveva ragione, poverina. Che situazione trovasti quando arrivasti a Forcella? A quel tempo, parroco della Chiesa era un sacerdote importante della Curia di Napoli. Era don Vincenzo Scancamarra, che oltre ad essere il parroco della Chiesa di Forcella era anche il Presidente del Tribunale della Sacra Rota. Trovai un territorio abbandonato dalle Istituzioni ed in mano ai camorristi. Cosa accadde appena arrivasti? Ricordo che proprio la prima sera che arrivai a Forcella con il mio motorino, un Honda Shodam, mi ritrovai in un vicoletto, era vico Sant’Arcangelo a Baiano. Fui fermato da degli individui che mi buttarono a terra e mi perquisirono. Erano camorristi che mi avevano scambiato per uno del clan opposto. Fu un brutto inizio, ma non mi scoraggiai. Il resto lo conosci. Sì, la storia di Annalisa la conosciamo, come conosciamo anche la storia di questo giovane sacerdote, che affrontò da solo il quartiere più piccolo di Napoli, ma anche il più difficile e pericoloso. Sappiamo che don Luigi è rimasto a Forcella fino al 2007, quando, in seguito a tante vicissitudini, il suo Cardinale Crescenzio Sepe lo allontana dalla sua parrocchia e dalla sua gente. Il 24 giugno del 2007 don Luigi è invitato a lasciare Forcella e viene trasferito a Roma al Ministero dell’Istruzione dove rimane per tre anni fino al primo settembre del 2010, quando viene nominato parroco di Gianturco e della Ferrovia, dove non perde la sua voglia di fare per la sua Chiesa. Ora don Luigi è il cappellano delle Ferrovie dello Stato, ma è immutata la sua voglia di lottare e fare del bene. In passato, quando don Luigi era ancora parroco di Forcella e lottava per riportare la legalità nel rione, il Cardinale Michele Giordano, dimenticandosi del brutto rumore che nella Chiesa e nella società facevano le sue vicende personali, disse: “Il bene non fa rumore ed il rumore non fa bene”. Il suo successore è rimasto dello stesso avviso sul conto di don Luigi ed anche lui pare non avverta il rumore della sua missione pastorale nel capoluogo campano e non solo. Don Luigi, tuttavia, non ha perso la sua determinazione nel portare avanti le sue battaglie e prima di lasciarci mi dice: “Quando Annalisa fu uccisa, davanti alla voglia di cambiamento che quei giorni si stava manifestando, io dissi che potevano strappare tutti i fiori, ma non potevano fermare la primavera di Annalisa. La vicenda di Annalisa ha segnato la mia vita e la mia storia. Annalisa non c’è più, ma quel suo seme, come il sangue dei primi Martiri della Chiesa fu il seme dei nuovi Cristiani, ha prodotto dei frutti, ma non tutti sono stati raccolti”. E con un pizzico di amarezza, aggiunge: “Forcella, il più piccolo quartiere di Napoli non è cambiato, come facciamo a cambiare Scampia, il Terzo Mondo o il Parco Verde? Poi, mentre ci lasciamo aggiunge: “La nostra palazzina è alta tre piani ed all’ultimo piano abbiamo realizzato una cappella. L’abbiamo voluta fare lì perché siamo più vicini al cielo e l’abbiamo dedicata a San Giovanni Bosco, patrono dei giovani”. E mi pare che il suo volto si illumini di gioia per il futuro suo e dei suoi ragazzi. Complimenti ed auguri, don Luigi.

salvatore.ognibene

Nato a Livorno e cresciuto a Menfi, in Sicilia. Ho studiato Giurisprudenza a Bologna e scritto "L'eucaristia mafiosa - La voce dei preti" (ed. Navarra Editore).

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