Braccianti-schiavi e bruschette al pomodoro

Trattati da animali fra insulti e grida”. Quei campi di dolore da cui vengono i nostri frutti

Non si parla già più di Adnan Siddique, il giovane pakistano ucciso perché incitava i suoi compagni braccianti a denunciare la schiavitù nei campi di pomodoro del nisseno. Nè di Aboubakar Soumahoro e del suo sciopero della fame di protesta. E intanto le bruschette al pomodoro rinfrescano tranquillamente le calde estati degli italiani.

Eppure, ad un certo punto, gli ultimi e gli emarginati smettono di sopportare e si incazzano: “Sono sempre stato trattato come un animale, solo insulti e cattive parole ricevevo. Un giorno uno di loro, dopo avermi sgridato per una stupidaggine, mi ha pure lanciato addosso una cassetta facendomi male. Ho subito minacce ed ora ho paura di ritorsioni”, “.. Una mattina, mentre scaricavo il camion ai mercati di Cosenza, sono accidentalmente caduto facendomi male. Invece di essere aiutato, sono stato sgridato da Suriano che brandendo un bastone mi è venuto contro minacciandomi di colpirmi. Dolorante, mi sono dovuto rialzare e mettere al loro posto tutti i pomodori che mi erano caduti.”

Grazie alle denunce dei braccianti agricoli, l’azienda “La Carota Srl” ad Amantea, in provincia di Cosenza, è stata sequestrata e cinque persone sono state arrestate, tra titolari ed intermediari. Il meccanismo è sempre lo stesso: si lavorava per trenta al euro al giorno al grido di “Figlio di puttana!”, “Ignorante di merda” con turni massacranti. Se si era fortunati, solo per quattordici ore, ma molte volte l’orario di lavoro si prolungava fino alle due di notte se non addirittura alle dodici del giorno seguente, per un ammontare di ventisei ore consecutive, senza tregua e sempre e solo per trenta euro. Il contratto non esisteva e questo permetteva ai proprietari della Carota, i Suriano, il reclutamento di extracomunitari, soprattutto bangladesi, sprovvisti del permesso di soggiorno, disposti a tutto pur di guadagnare qualcosa. Le assunzioni erano affidate a degli intermediari, i caporali per intenderci, provenienti anche loro dal Bangladesh, per una transazione più semplice e meno rognosa, si sa che tra conterranei ci si capisce meglio.

“Solo per avermi trovato il lavoro, Mizan, il caporale, ha preteso ricariche telefoniche di venti euro e cene da centossessanta euro; anche l’altro intermediario, Kakon, ha voluto duecento euro.” racconta uno dei braccianti agricoli nel verbale. “Poi ho deciso di non pagarli più e lì sono iniziati i problemi: prima mi hanno messo a lavorare nel piazzale sotto il sole cocente e dopo mi hanno mandato a Cosenza a fare le notti. Ora ho paura di loro.”

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