Bianco e Renzi, Catania non vi vuole!

I manganelli tonfa di Bianco “spezzano” la manifestazione democratica e festosa

È dal 28 agosto che Catania è ancora più invivibile: non si può circolare liberamente, non si può posteggiare sotto casa, non si può entrare alla villa comunale senza essere perquisiti dalle forze dell’ordine, e perfino non si può giocare una partita di campionato.

Manifestazione Anti Renzi, foto Giovanni Caruso

Tutto questo in una città dove il disagio regna sovrano. Dal trasporto urbano inefficiente e dimezzato fino all’antico degrado e abbandono dei quartieri. Tutto questo per cosa? Per una festa chiamata dell’unità che non ha unito ma semmai spaccato ancora di più democrazia e libertà.

Una parola bellissima, UNITÀ, che richiama quello che fu un grande giornale fondato da Antonio Gramsci, che sicuramente oggi vorrebbe urlare “togliete il mio nome sotto quella testata!”.

Manifestanti in via Umberto - foto di Ivana SciaccaUn corteo molto partecipato quello di ieri, che voleva manifestare pacificamente e in modo gioioso. Un corteo che aveva il diritto di critica nella migliore tradizione democratica. Un corteo che voleva dissentire sulle politiche del signor Renzi e del signor podestà Bianco. ” A Catania non c’è nulla da festeggiare!” questo urlavano gli uomini e le donne, di ogni età e di ogni estrazione sociale in quel corteo spezzato sul finale.

Sì, perché gli aitanti celerini sono scesi dalle camionette, hanno indossato il casco e impugnato il manganello e lo scudo. E una volta arrivato il corteo, hanno caricato a freddo e senza nessun preavviso, e giù manganellate da orbi. Il resto ve lo lasciamo immaginare, è un copione già visto.

Polizia in tenuta antisommossa inizia la carica contro i manifestanti - foto di Giovanni Caruso

Dopo la carica il silenzio, interrotto dal vocìo della gente indignata per tanta violenza. E sull’asfalto dei caschi e dei giubbotti insaguinati.

Non si può parlare della cattiva politica che conduce l’amministrazione Bianco. Non si può parlare di mafia né di Ciancio che parla con Bianco né tantomeno dei presunti consiglieri contigui ai clan catanesi. Anche qui, a Catania, la storia si ripete. Guai a chi dissente o critica. “Stai zitto, o botte!”.

Giovanni Caruso

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Manganelli per chi dice no a Renzi che dice sì

Catania, la festa dell’Unità si conclude all’insegna della repressione

“Vergogna! Renzi sta svendendo la nostra Costituzione, scritta col sangue dei nostri padri!” urlano quelli dell’Anpi a cui non è stata rilasciata l’autorizzazione per tenere un banchetto informativo riguardo il prossimo referendum costituzionale.

La villa Bellini è stata blindata dal collega Enzo Bianco per quindici giorni, e durante la giornata finale di ieri diversi elicotteri hanno sorvolato i cieli, e ogni angolo della città è stato pattugliato con forze dell’ordine di ogni categoria. “Mi hanno detto che non posso entrare perché ho la maglietta con la scritta No discarica. Ma lei pensa che se togliessi la maglietta cambierebbe qualcosa?” dice la portavoce del comitato contro la discarica di Misterbianco.

Varcare il confine che separa il partito democratico dal popolo è un’impresa: perquisiscono tutti, tutto. “Sa, devo verificare che sia tutto regolare” dice uno dei poliziotti. Non fanno entrare neanche i bambini non accompagnati. Lo spiazzale dove si svolge il comizio è pieno di gente, ma è possibile muoversi tra le file e raggiungere il palco dove il premier tiene il suo discorso intriso di battute e ottimismo. “La Costituzione? Troppo vecchia, va cambiata. Se si cambia, nessuno potrà più incollarsi alle poltrone.”. La Scuola? “Mai era capitato che in Italia venissero assunti di ruolo tutti questi insegnanti” si vanta il signor Renzi.

Manifestazione Anti Renzi, foto Ivana Sciacca

Ma tra la folla ci sono alcune signore con una maglietta con su scritto Gae infanzia ruolo subito. “Io dopo dodici anni che insegno mi ritrovo senza un posto di lavoro con questa riforma. Al nord non hanno gli insegnanti, al sud gli insegnanti non abbiamo un lavoro!” dice la maestra Lucia “Non so con quale coraggio lo applaudono! Sa, mi hanno detto che se volevo assistere al comizio non dovevo farmi notare più di tanto, niente esibizionismi. Il diritto al lavoro è diventato esibizionismo adesso!”.

Nessuno striscione tra l’uditorio, se non quello dello stesso partito democratico. Ma una mamma riesce ad insinuarsi tra le prime file sventolando per pochi secondi la bandiera No muos. Due uomini della sicurezza la allontanano subito con la forza. “Lasciateli fare, lasciateli contestare, noi quelli così li accogliamo comunque con un sorriso benevolo” chiosa il premier. Un altro signore, senza striscioni, ogni tanto urla “buffone! bugiardo!”. “Se lei non vuole ascoltare può anche andare via” gli dice uno dei giovani volontari del Pd. Ma il signore non si muove da lì, neanche quando intimano di stare chiamando la polizia.

Manifestanti durante il comizio di Renzi - foto di Ivana SciaccaC’è anche un gruppetto di persone con una casacca rossa: i dipendenti fantasma della ex provincia di Siracusa. “Non ci pagano da giugno, e ciononostante ci rechiamo a lavoro per garantire i servizi alla cittadinanza. Il governo nazionale ha fatto una legge sul federalismo che la regione siciliana non ha ancora recepito, e di fatto chi ne paga le conseguenze siamo noi. Non solo senza stipendio ma temiamo il peggio per il nostro posto di lavoro, di noi sembrano tutti essersene dimenticati” dice il rappresentante degli impiegati.

Il comizio del premier è finito da un pezzo quando il corteo popolare, partito alle ore 17.00 da piazza Iolanda, giunge all’inizio della via Umberto. Sono in tanti ma non sono loro l’Italia che dice sì, non possono esserlo perché “a un governo che taglia sulla sanità, sulle pensioni, sulla scuola pubblica, promuovendo precarietà e povertà, a un governo che preferisce finanziare le grandi opere inutili come la Tav e spende milioni di euro per strumenti di guerra come il Muos, a un governo così diciamo no” recita uno dei volantini dello Slai Cobas di Palermo.

Il corteo non riesce a giungere davanti alla villa Bellini perché viene represso poco prima dalla muraglia di poliziotti che carica i manifestanti con violenza. Si sente esplodere una bomba carta. Vengono date manganellate da orbi a coloro che sono lì perché alla democrazia ci credono. Tra questi c’è Diana: l’hanno colpita alla testa e al braccio diverse volte. Ha solo diciotto anni, e tanti lividi. “Mi hanno tolto tutto: non ho una casa, non posso fare il certificato Isee, non posso iscrivermi a scuola. Tutto, mi hanno tolto tutto. È questo che mi fa male, non le loro botte”.

Ivana Sciacca

 

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