martedì, Luglio 7, 2026
Cronaca

Augusta, dalla mafia alla ruspa: demolita la storica masseria Arcile

Cronaca di un bene architettonico confiscato a Cosa nostra e distrutto dall’ignavia delle istituzioni

Pietre, restano solo sparute pietre in attesa del conferimento in discarica. La masseria di Baia d’Arcile non esiste più. Le sue mura antiche, la casa padronale, i loggiati che cingevano la corte sono stati ridotti in macerie. Era una delle ultime testimonianze dell’architettura rurale siciliana di metà ‘800. Ma era anche un bene confiscato alla mafia nel 1995, insieme a 27 ettari di promontorio naturale sottratti alla speculazione edilizia che era stata pianificata dal clan Santapaola: la costruzione di 770 alloggi da offrire ai marines di stanza a Sigonella.

Ora al posto della masseria, pochi metri più a ovest, è sorto lo scheletro di un anonimo fabbricato in calcestruzzo. L’Amministrazione guidata dal sindaco Giuseppe Di Mare, grazie ai fondi del PNRR, vuole farne una casa rifugio per donne vittime di violenza. Una scelta che, per la sua collocazione, ha fatto storcere il naso a più di un operatore del settore. Il centro si troverebbe infatti in un’area totalmente isolata, non servita da mezzi pubblici e distante oltre 8 km dal centro urbano di Augusta. Il Comune avrebbe già il nome dell’affidatario: candidata alla gestione della struttura sarebbe l’associazione Nesea, titolare di un centro antiviolenza ad Augusta.

Stando così le cose, l’esito del procedimento finalizzato alla concessione del bene non dovrebbe riservare sorprese. Se non fosse che per i beni immobili confiscati alle mafie, l’affidamento diretto – ossia in assenza di regolare bando – risulta giuridicamente escluso. La scelta del concessionario deve avvenire, in ogni caso, mediante selezione pubblica” si legge nel regolamento comunale che ne disciplina la concessione: un atto normativo approvato dal Civico consesso megarese il 7 dicembre 2012 dopo una serie di sedute andate deserte. E nonostante l’assenza di 14 consiglieri su 30 – tra i quali assenti figurava anche l’attuale sindaco.

Quello stesso consiglio comunale, esattamente tre mesi dopo, sarà sciolto per infiltrazioni mafiose. Di baia d’Arcile si tornerà a parlare solo sette mesi più tardi, quando la Commissione prefettizia subentrata alla guida dell’Ente approverà un progetto di riqualificazione, riconversione e ristrutturazione del fabbricato rurale confiscato per il riuso ai fini sociali. Era il progetto “Baia Libera” e prevedeva di rimettere a nuovo la masseria Arcile anziché demolirla. Un progetto che faceva eco alle iniziative messe in campo, molti anni prima, dal Cantiere politico-culturale Casa Comune di Augusta – il bene a quel tempo era ancora gestito dall’Agenzia del Demanio – per dar vita a una fattoria rupestre per attività didattiche, sentieri odorosi per i non vedenti, scuola di pesca artigianale e accessi al mare per persone con disabilità.

Il percorso di “Baia Libera” però finì per arenarsi. Frattanto i commissari prefettizi provarono a sensibilizzare i cittadini: chiamarono a raccolta alcune associazioni e organizzarono una giornata di pulizia e diserbo della Baia d’Arcile. A coadiuvare i volontari furono invitati anche i militari americani della base di Sigonella. Una presenza che, considerati i piani di Cosa nostra su quell’area, rappresentò non una nota stonata ma un palese schiaffo alla memoria.

Poi al governo della città arrivarono i 5 stelle, e nel 2018 venne fuori una nuova proposta: la creazione di un Polo didattico rurale ed ambientale. Per finanziarlo il Comune aveva partecipato a un bando del dipartimento regionale della famiglia e delle politiche sociali. Ma il progetto non fu mai ammesso a finanziamento.

Arriviamo così al 2021 e alle opportunità offerte dal PNRR. L’Amministrazione Di Mare abbandona l’indirizzo volto al recupero della masseria e presenta un progetto definito di demolizione e ricostruzione del fabbricato esistente. Che tradotto significa nuovo cemento e ulteriore consumo di suolo, uniti alla distruzione di un bene architettonico che vantava quasi duecento anni di storia.

Una storia ignorata persino dalla Soprintendenza ai beni culturali e ambientali di Siracusa, che nel 2024 autorizza la demolizione della masseria. Eppure il manufatto rurale era tutelato dal Piano paesaggistico regionale: repertoriato nel 2005, era stato inserito nell’inventario dei beni architettonici isolati. Beni che secondo il Piano paesaggistico “costituiscono testimonianza irrinunciabile delle vicende storiche del territorio” e si configurano inoltre quali elementi primari nella percezione del paesaggio”.

Da questa classificazione discendeva un regime normativo ben preciso: trattandosi di un manufatto storico-testimoniale di rilevanza media, potevano essere autorizzati solo interventi di restauro conservativo o di recupero “garantendo in ogni caso – sottolinea il Piano – la conservazione dei corpi originari o utilizzando materiali compatibili con l’architettura storica”.

Com’è stato allora possibile concedere il nulla osta alla sua demolizione? Quali ragioni tecniche si celano dietro una scelta che appare inspiegabile? Contattati telefonicamente gli uffici della Soprintendenza hanno preferito non rispondere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *