Uccisa e calunniata: storia di Mena

L’obiettivo dell’agguato era Francesco Bido­gnetti (Cicciotto ‘e mez­zanotte): si salvò dalla furia dei killer della Nco facendosi scudo di una giovane maestra…

Un omicidio efferato sepolto sotto 32 anni di menzogne, omertà e indifferen­za. L’uccisione di Mena Morlando, 25 anni, fu bollata come delitto passionale.

Il terremoto aveva lasciato le sue terri­bili tracce sul territorio da un mese appe­na, quella sera del 1980 e Filomena Mor­lando, una ragazza giuglianese di 25 anni, percorreva la strada che dalla lavanderia – dove si era recata per ritirare degli abiti – l’avrebbe ricondotta a casa. Un tragitto breve, come la sua vita, interrotti dalla fu­ria degli spari.

Brutta storia, quella delle vittime inno­centi delle mafie. E già. Nessuno vede, nessuno sente, nessuno parla, se non per nascondere quanto accaduto e “protegge­re” chi ha ucciso. Poco importa che tecni­camente questo atteggiamento si definisca “collusivo” ed integri il reato di favoreg­giamento.

Nel popolare quartiere intorno alla Chiesa di Sant’Anna, a Giugliano (alle porte di Napoli) ad una settima­na dal Na­tale di quasi trentadue anni fa, nemmeno un’anima – di quelle che amano battersi consuetudinariamente il petto in Chiesa – ha sentito o visto Fran­cesco Bi­dognetti, (Cicciotto ‘ e mezzanot­te) farsi scudo di una giovane maestra ele­mentare, per evi­tare i sicari del padrino della Nco Raffaele Cutolo. Quello che in seguito sa­rebbe di­ventato uno dei capi del clan del­la zona ca­salese (e che oggi è al 41 bis), alleati al tem­po con la Nuova Famig­lia, si trovava in soggiorno obbliga­to proprio a Giuglia­no.

E la “colpa” di Mena, al contrario di quel che si potrebbe pensare, è stata di tro­varsi nel posto giu­sto, nel momento giusto. Perché a tro­varsi nel posto sba­gliato e nel tempo (sempre) sba­gliato è stato certa­mente il gruppo di fuo­co ca­morrista.

La storia di Mena Morlando è tra le tan­te storie tragiche, accadut­e e dimentica­te, della nostra terra e del nostro Paese; ad omicidio avvenuto, oltre all’indifferenza della gente, ben pre­sto si aggiunse la ca­lunnia. Mena viene uccisa due volte, come spesso accade tri­stemente nei con­fronti delle vittime inno­centi delle mafie. A cominciare dai gior­nali dell’epoca, che liquidano l’episodio qualificandolo come omicidio di natura passionale.

In via Monte Sion, dove la ragazza abi­tava con la sua famiglia, oggi si trova una lapide, che nel dicembre dello scorso anno è stata apposta dalla famiglia di Mena insieme ai componenti del Movi­mento “Contro le mafie”; un momento importante, vissuto con grande emozione dai presenti alla cerimonia. Per consegna­re alla memoria della città, di chi non ha conosciuto la storia di questa ragazza, quale segno visibile che rompa il muro dell’indifferenza e dell’omertà, intorno alla stessa parola “camorra”.

Uno dei fratelli di Filomena Morlando, Francesco, non ha mai perso la forza di andare avanti, di parlare di sua sorella, di chiedere la verità, di diffondere il valore della Memoria: “Questa lapide vuole idealmente ricordare non solo tutte le vit­time innocenti di camorra, con il disprez­zo più asso­luto e convinto nei confronti di questo sistema, ma anche chi non è morto e porta con sé quotidiana­mente i segni e le sofferenze infer­tigli dalla cieca violenza della ca­morra”.

Mena Morlando, alla quale oggi è dedi­cato il Presidio dell’associa­zione antima­fia Libera a Giugliano – inaugurato da Don Luigi Ciotti e dal magistrato Raffaele Cantone, lo scorso febbraio – trova nuova­mente la vita. Nell’operare quoti­diano di tutti coloro che credono nella diffusione della cultura, nella informazione corretta e nella cono­scenza dei fenomeni, quali anti­doti neces­sari per un cambiamento di mentalità, che parli di dignità e riscatto, che riesca a sgretolare il muro di consenso alle mafie e possa tra­sformare – nei terri­tori preda del­le mafie – tanti sudditi in Cittadini.

Bisogna rompere il muro dell’omertà e dell’indifferenza intorno alla parola camorra. A Mena è dedicato il presidio di Libera a Giu­gliano inaugurato da Don Luigi Ciotti.

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