Testimoni di giustizia manifestano a Roma e vengono denunciati. “Perché ci trattate così?”

La risposta che Gennaro Ciliberto attendeva non è arrivata. A essere arrivata, invece, è una multa per sosta all’interno della zona a traffico limitato di Roma “senza espresso permesso”, come da verbale della polizia locale della capitale. Solo che l’uomo, nato a Napoli 41 anni fa e testimone di giustizia contro la camorra da 3, aveva pagato il parcheggio davanti al ministero dell’Interno, dov’è tornato nei giorni scorsi per rimarcare l’ancora assente ok al suo inserimento nel programma di protezione. Ma vedersi apporre alle ruote dell’auto le ganasce, in vista di un’imminente rimozione, è stato troppo. Un troppo a cui si è aggiunta una denuncia per danneggiamento con relativa fotosegnalazione in questura e l’intenzione di ricorrere ad azioni legali contro gli agenti della municipale che gli chiedevano 41,87 euro di sanzione.

Sembra un paradosso. Un paradosso che Ciliberto ha condiviso con un’altra persona, il quarantacinquenne calabrese Pietro Di Costa, vicepresidente dell’associazione testimoni di giustizia ed ex titolare di una società di vigilanza privata a Vibo Valentia taglieggiata dalla ‘ndrangheta. A Roma, Di Costa c’era per rimarcare la situazione in cui versano ogni giorno le persone che hanno denunciato la criminalità organizzata. Invece Ciliberto, ex capo della sicurezza di cantieri stradali che ha denunciato le infiltrazioni della criminalità organizzata in opere di mezza Italia, doveva incontrate Filippo Bubbico, viceministro dell’Interno e presidente della Commissione centrale per la definizione e l’applicazione delle speciali misure di protezione. In quell’occasione gli ha consegnato anche 40 mila firme raccolte attraverso il sito Change.org perché sia riconosciuto a pieno titolo testimone di giustizia. Ma all’uscita dal Viminale, la sorpresa. “Se mi tolgono la macchina”, dice Gennaro Ciliberto, “mi tolgono tutto perché è là dentro che dormo”.

Accade da anni, come già raccontato. È iniziato dopo che il professionista campano, denunciate le presunte irregolarità a cui ha assistito nei cantieri che seguiva, è stato costretto a lasciare la sua casa, vendersi quello che poteva monetizzare velocemente e nascondersi dai clan della camorra, a iniziare dai D’Alessandro di Castellamare di Stabia e dei Cesarano. Dalle sue parole, cinque sono le procure che si sono messe a indagare, da Trento a Napoli, ma finora non era ancora partita la domanda perché Ciliberto fosse inserito nel programma di protezione dei testimoni. Così, pur non avendo commesso reati, l’esperto di sicurezza sul lavoro ha iniziato suo malgrado una vita che sembra quella di un latitante: nascosto al nord, poi in continuo movimento e ogni tanto un po’ di fiato ripreso quando qualche altro testimone di giustizia gli ha dato ospitalità nel suo alloggio e sotto la protezione della sua scorta.

Già, perché finora la solidarietà per lui è arrivata prima da persone che condividono il suo stesso destino e poi dai cittadini comuni. “Da quando manifesto davanti al Viminale la gente”, dice l’uomo, “mi sta portando cibo, mi aiuta come può e il mio caso potrebbe diventare emblematico di come lo Stato gestisce i testimoni di giustizia”. Tra chi vive una situazione analoga c’è appunto Pietro Di Costa. Per lui – assistito come Ciliberto dall’avvocato calabrese Giacinto Inzillo – l’inserimento nel programma è avvenuto nel 2008 ed è stato esteso anche ai suoi familiari, che hanno dovuto lasciare la regione d’origine, assumere una nuova identità e rinunciare alla propria vita. A inizio 2012 era stato oggetto di un’interrogazione al Senato con relativa risposta scritta e oggi, tornato in Calabria, vorrebbe riprendere la sua esistenza e la sua professione.

Ma finito nei giorni scorsi in questura a Roma insieme a Ciliberto, Di Costa chiede: “Perché ci devono trattare in questo modo? Qual è il nostro reato? Ignazio Cutrò, presidente dell’associazione che riunisce i testimoni di giustizia, sta facendo un grande lavoro insieme a tutti gli altri che vivono esperienze simili. Ma non basta. Anche lo Stato nella sua interezza deve battersi al nostro fianco, gestirci come meritiamo, perché abbiamo avuto il coraggio di fare quello che dovrebbero fare tutti: denunciare”. Certo, alcuni uomini delle istituzioni affiancano l’ex imprenditore calabrese. Di Costa fa il nome del prefetto di Vibo Valentia Giovanni Bruno, del capo della squadra mobile di Catanzaro Rodolfo Ruberti e dei magistrati antimafia Giuseppe Borrelli e Pierpaolo Bruno. “Senza di loro, forse non sarei qui a parlare. Ma occorre che le loro azioni diventino patrimonio condiviso anche da altri rappresentanti dello Stato. Io adesso vivo sotto scorta e vorrei che i cittadini onesti che fanno i nomi dei criminali fossero davvero liberi di tornare a vivere e a lavorare”.

Antonella Beccaria

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