O scappi. O muori

Il Fortino, terra di nessuno

Enzo aveva ventuno anni. Era in moto stanotte all’una, nella zona del Fortino, nel ventre di San Cristoforo. Un proiettile gli ha forato prima il braccio e poi l’addome.

Quando l’hanno trasportato d’urgenza all’ospedale Vittorio Emanuele – che si trova a due passi dal Fortino, quello che vogliono chiudere per farci un campus universitario – non ce l’aveva già fatta. Era morto. Piccoli precedenti per spaccio. Come lui, anche il padre prima di lui.

San Cristoforo

Il Fortino era la porta di Catania ieri e lo è anche oggi. Quando la si oltrepassa, non sei più in città. Ti avvicini al cimitero, alla Zia Lisa, al Pigno d’oro. Ai capannoni industriali abbandonati, alle fabbriche dismesse, alle strade selvagge e aggrovigliate. È facile restarci incastrati. Se non hai come vivere, se nessuno ti aiuta, se persino i servizi sociali ti rigettano, l’arte dell’arrangiarsi diventa l’unica via possibile per sopravvivere. Anche se a volte significa scendere a patti con le cosche, arruolarsi, vivere nella paura.

A Catania non si spara più. Però intanto l’anno scorso è stata la volta di un ventinovenne: qualcuno ha provato a sparargli vicino al Castello Ursino, lui ha cercato di scappare a piedi per salvarsi. Mentre nel 2010, poco più su, nell’Antico Corso, un uomo ha fatto un’altra sparatoria, ferendo senza che c’entrasse una studentessa. Rimasta paralizzata per sempre dopo “l’incidente”.

Eppure di questi episodi si preferisce fare una lettura spicciola. “È stata una banale lite!” oppure un regolamento di conti per qualche motivo passionale. Insomma, cose di carusi, in cui i carusi devono scappare per non morire. Oppure invece muoiono. Mentre i burattinai continuano a brindare a un nuovo appalto, o sorseggiano drink davanti ai megaschermi del centro per dire no alla violenza.

 

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